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Full text of "Memorie biografiche poste in forma di dizionario dei pittori, scultori, architetti ed incisori mantovani : per la più parte finora sconosciuti"

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MEMORIE  BIOGRAFICHE 


POSTE 

IN  FORMA  DI  DIZIONARIO 

,  BEI 

X»STTOni  SCULTORI  ARCHITETTI  ED  INCISORI 
MANTOVANI 

jjet-  toc  più  patte  ^nota  ócot/tóòomib 

RACCOLTE 

SEGRETARIO  DELLE  BELLE  ARTI  IN  MANTOVA 
AUMENTATE  E  SCRITTE 

é^/  ^ùià.  M^iCQ  5Ccugt    ^0 c/c/o 


MANTOVA 

PRESSO  I  FRATELLI  NEGRETTÌ 

A  SPESE  dell'editore 

1837. 


TIP.  DI  G.  TRUFFI 


GIROLAMO  .  CODDE 

GIOVINE  .  CULTORE  .  DELLE  .  LEGGI 
QUESTE  .  MEMORIE  .  DI  .  UOMINI  .  ILLUSTRI 

MANTOVANI 
A  .  SPRONE  .  DI  .  AMARE  .  ED  .  ONORARE 
LE  .  VIRTÙ  .  PATRIE 

LUIGI  .  CODDÈ 

OFFERIVA 


Digitized  by  the  Internet  Archive 
in  2015 


https://archive.org/details/mennoriebiograficOOcodd 


VITA 

DI  PASQUALE  CODDÈ 

SEGRETARIO  DELLE  BELLE  ARTI 
PRESSO   l'accademia   DI  MANTOVA 


Honora  patretn  tuum  et  matrem  tuam  ut 
sìs  longsevus  super  terram,  quatn  Domi* 
nus  Deus  tuus  dabit  libi. 

(ex OD.  CAP.  20). 


Siccome  Ogni  fatto  particolare  nell'intera  società,  può  gio- 
vare ad  esaminar  il  passato  a  miglioramento  dell'  avvenire, 
COSI  parmi  non  sia  sconvenevole  cosa  eh'  io  mi  narri  qui  la 
vita  di  mio  padre  innanzi  di  scorrer  le  memorie  della  vita 
d'uomini  illustri  miei  concittadini ,  da  luì  la  più  parte  tratti 
da  ingrata  dimenticanza.  La  giudiziosa  fatica  eh'  ei  pose  nel 
raccogliere  ed  esaminare  antichi  polverosi  documenti  che  sve- 
lavano que'  grandi  nelle  belle  arti,  mi  incoraggia  a  non  ba- 
dare che  al  sentimento  di  gratitudine,  eseguendo  intanto  que- 
sto lavoro,  siccome  il  posso,  confortato  solamente  dal  pensiero 
che  io  avrò  dato  con  esso  occasione  che  alcuno  piìi  libero  e 
gagliardo  d'ingegno  in  taH  studj  più  agevolmente  e  meglio  lo 
compia.  Il  che  ho  pur  sempre  desiderato,  perchè  ne  venisse 
eretto  un  degno  monumento  di  grata  ricordanza  ad  uomini  che 


VI  VITA  DI  PASQUALE  CODDÈ 

non  meritano  robblivione  de*  tempi,  ma  anzi  che  "vi  si  con- 
sacri tuttavia  la  pubblica  ammirazione  j  da  cui  nasca  amore 
alle  cose  nostre,  e  volontà  al  camminare  sulle  orme  loro. 

Pasquale  Coddè  nato  nel  Castello  di  Gonzaga  il  17  Mag- 
gio 1756  dal  Medico  Antonio  Ferdinando,  e  da  Emilia  Mac- 
carini,  fino  dai  primi  anni  di  sua  fanciullezza  dimostrava  in- 
clinare a  quella  virtù  che  aveva  trovato  da  lungo  tempo  sta- 
bilita ed  onorata  in  sua  famiglia  (a).  Imperocché  d'  indole 

(a)  La  sua  famiglia  è  una  di  quelle  che  furono  costrette  ad  emigrare  sul 
fine  del  secolo  XVI  datrOlanda,  che  allora  era  sconvolta  dalle  politico- 
religiose  turbolenze  che  si  a  lungo  Tafflissero,  e  miseramente  lacerarono, 
e  per  tenersi  salda  nel  cattolicismo  da  Harlem  si  trapiantava  dessa  in 
Marsiglia  seguitando  le  parti  di  Luigi  XIV.  Pietro  Coddè,  il  primo  che 
andò  in  Francia  fu  dallo  stesso  Re  creato  Console  e  Governatore  di 
Marsiglia  in  tempo  che  questa  città  era  divisa  in  partiti  ,  ed  a  lui  die 
commissione  di  pacificarli  ed  unirli.  Riuscitagli  bene  tale  impresa  gli 
si  confermarono  da  quel  regnante  le  nobili  prerogative  che  già  si  godeva 
anticamente  in  sua  patria.  Colà  Caterina  Wittee  sua  moglie  gli  genera 
due  figli ,  Pietro  e  Giovanni.  Pietro  tornò  in  Olanda  e  giovinetto  vi 
compiè  con  lode  molta  gli  studi  ecclesiastici,  insegnandovi  dopo  la  filo- 
sofia. A  perfezionarsi  poi  andò  a  Parigi  e  ad  Orleans,  e  viaggiò  in  Ita« 
lia.  Da  Neecarsel  Arcivescovo  d'Utrecht  fu  invitato  a  ripatriare,  e  fu  da 
lui  assistito  con  tanto  zelo  ed  ingegno  nel  Vicariato  che  Innocenzo  XI, 
morto  quello,  ne  lo  elesse  a  succedergli  con  titolo  di  Arcivescovo  di  Se- 
baste e  vicario  apostolico  in  Olanda  ed  amministratore  della  Chiesa  ar- 
civescovile d'Utrecht.  Commoventissime  sono  le  sventure  di  questo  ce- 
lebre uomo  depresso  da  un  Iato,  ed  innalzato  dalla  patria  e  fatto  segno 
d'immensa  discordia  e  d'immensa  ammirazione  fra  i  due  partiti.  La 
storia  parla  pur  troppo  e  delle  sue  opere  e  del  suo  fermo  carattere. 
A  noi  non  resta  che  un  silenzio  di  dolore. 

L'altro  figlio  Giovanni  rimase  presso  il  padre  ,  e  ne  divise  seco  gli 
onori,  e  battè  ancor  egli  la  via  dell'armi ,  e  con  generose  azioni  si  di- 
stinse in  maniera  da  esser  fatto  (1694)  dallo  stesso  Luigi  XIV  capitano 
nel  reggimento  Bressey.  Sotto  Luigi  XV  scese  in  Italia,  e  presidiò  Man- 
tova sino  al  171 1,  e  data  questa  città  alla  regnante  Augusta  Casa  d'Au- 
stria ,  elesse  di  stabilirvisi.  Sposò  quindi  Anna  Battistini,  «d  il  6  giu- 
gno 1710,  sei  mesi  prima  che  tra  le  braccia  di  s.  Carlo  spirasse  suo  fra- 
tello l'arcivescovo,  gli  nasceva  Antonio  Ferdinando  ,  il  quale  cresciuto 
in  età  si  dedicò  alla  medicina  e  la  professò  con  onore  ed  umanità 
per  ben  anni  nel  castello  di  Gonzaga  ,  dove  questo  legato  in  ami- 
cizia col  vecchio  compagno  d'  armi  di  suo  padre,  Giovanni  Maccarini 


VITA  DI  PASQUALE  CODDÈ  VII 

com'  era  vivace,  inclinato  airosservazione  ed  al  silenzio  anzi 
che  no,  di  natura  robusta,  di  capo  mediocre,  a  capelli  riccia 
con  fronte  alta,  di  volto  brunetto,  d'occhi  cilestri,  di  sguardo 
franco  e  penetrante  cresceva  a  lato  di  suo  padre  che  colla 
voce,  e  col  fatto  lo  istradava  al  bene,  insegnandogli  per  sen- 
timento a  sprezzare  le  soverchie  e  mal  usate  ricchezze,  ricor- 
dandogli soventi  il  Cammello  della  Scrittura.  E  siccome  aveva 
lo  stesso  suo  padre  altri  due  figliuoli,  il  primo  dei  quali,  che 
aveva  nome  Girolamo,  aveva  già  condotto  co'  suoi  sudori 
fino  airesercizio  della  legge,  così  a  radicare  in  loro  il  vincolo 
della  carità  cristiana,  si  giova  del  primo  anello  del  bene 
pubbhco,  l'amor  fraterno,  ed  a  quel  primo  nato  consegna  l'uii 
dopo  l'altro  que'due  minori  perchè  rendesse  loro  il  beneficio 
che  avea  saputo  usargli  vivendo  egli  da  uomo  dabbene  colla 
sola  provvidenza  giornaliera  della  professione,  e  con  iscarse 
fortune  di  famiglia.  Infatti  del  1766  da  Gonzaga  Pasquale  era 
inviato  da  suo  padre  a  Girolamo^  dicendogli:  fa  a  lui  quello 
che  per  te  ho  fatto.  I  tuoi  guadagni,  le  tue  relazioni  sociali 
sieno  le  mie  ricchezze,  perchè  esso  pure  prenda  onorevole  posto 
nella  società.  Amatevi  chè  nell'amore  sta  la  vita,  la  società,  e 
la  legge.  Le  sue  parole  furono  benedette.  Pasquale  attende 
allo  studio  e  nuli'  altro  sente  che  il  bisogno   d' imparare,  e 
prova  che  la  voce  del  padre  a  suo  fratello  non  era  stata  spavsa 
al  vento.  Imperocché  di  presente  in  Mantova  lo  fa  dirigere 
fino  alla  rettorica  dai  Gesuiti.  Indi  l'appoggia  alla  protezione 
del  plenipotenziario  Conte  di  Firmian,,  ed  al  principe  Krenzlin, 
ed  è  eletto  (1773)  tra  gli  alunni  del  collegio  Ghìslieri.  Per 

sposò  Emilia  una  tra  le  molte  sue  figlie.  Da  loro  poi  nacquero  Gi- 
rolamo^ Pasquale  e  Luigi.  Luigi  il  più  giovine  mori  nel  fior  delle  spe- 
ranze di  32  anni,  avendo  già  sostenute  le  cariche  di  regio  pretore  in 
Borgoforte,  in  Ostiglia  ed  in  Gonzaga.  Girolamo  più  lunga,  più  varia, 
più  sventurata,  e  più  gloriosa  condusse  la  vita,  e  la  sua  storia  si  lega 
con  quella  di  Mantova  ,  sendo  dal  primo  grado  di  dottorato  in  legge 
salito  sino  ad  essere  membro  del  corpo  legislativo  nel  gran  consiglio , 
capo  amministratore  di  stato  pel  Mantovano,  e  presidente  del  Tribunale 
d'Appello,  e  scampata  la  vita  dalle  tombe  di  Cattaro  salutava  la  patria^ 
e  s*  avviava  tosto  ai  Comizii  di  Lione.  Ma  la  morte  troncavagli  ogni 
pensiero  a  Termignon  di  Savoja  il  di  i  dicembre  1801. 


viri  VITA  DI  PASQUALE  CODt)È 

singolare  sua  fortuna  Tuniversità  di  Pavia  in  quel  tempo  era 
celebre  e  risuonava  pei  grandi  nomi  di  profonda  scienza  e 
di  provata  moralità.  Gregorio  Fontana ,  Gianella ,  Barletti, 
Luini,  uomini  piti  che  italiani,  lo  amavano  e  per  lo  schietto 
ed  aperto  suo  carattere,  e  pel  grande  amore  alle  scienze. 
Barletti  lo  fa  suo  assistente  ai  fisici  sperimenti,  e  di  lui  parla 
in  una  sua  opera  (b).  Da  Barletti  medesimo  e  da  Luini  riceve 
in  dono  tutte  le  loro  opere  stampate.  In  collegio  lo  si  fa  de- 
cano (i779>  1780)  e  compie  i  suoi  studj  matematici  con  ua 
decreto  straordinario  del  contedi  Firmian  (1780),  derogando 
per  lui  al  piano  d'allora  degli  studii,  che  non  ammetteva  lau- 
rea di  filosofia,  ed  ordinando  che  in  quella  vece  e  fuori  dell'uso 
i  professori  in  forma  autentica  gli  lasciassero  equivalenti  pub- 
blici attestati,  siccome  il  fecero,  con  espressioni  le  più  invi- 
diabili    di  cupido  al  sapere,  e  di  forza  d'ingegno,  e  d'in- 
dustria nelle  matematiche  ».  Colali  studii  intanto  non  ancora 
lo  saziavano,  ed  innamorato  com'era  delle  leggi  della  verità, 
del  bello,  e  dell'ordine  delle  scienze  che  gli  svelavano  la  ve- 
rità eterna.  Iddio,  quasi  a  diporto  studia  da  quel  grande  che 
fu  Spallanzani  la  storia  naturale ,  da  Brusati  la  botanica,  da 
Scopoli  la  chimica,  da  Volta  l'elettricità.  Intende  da  Flaviani 
la  teologia,  da  Cremani  la  legge;  ed  amico  di  Borsieri  fa  con 
lui  esperimenti  fisici.  Non  lascia  da  parte  il  disegno  di  figura 
e  d'ornato,  e  l'architettura,  e  si  cimenta  in  poesia,  e  vuol  co- 
noscere la  lingua  greca,  la  latina,  e  la  francese.  Queste  cogni- 
zioni poi  le  congiunge  alla  pratica  viaggiando  ed  osservando 
le  principali  città  d'Italia, 

Egli  è  in  questi  viaggi  ed  in  altri  che  fece  una  bella  e  rara 
collezione  di  167  schizzi  originali,  e  di  molti  rami  dei  pili  va- 
lenti artisti  d^Italia,  veramente  degna  a  vedersi  (c). 

Di  questi  suoi  viaggi,  e  delle  sue  scientifiche  relazioni  ne 
dà  sempre  un'esatta  descrizione  nel  carteggio  con  suo  fratello 

(b)  Analisi  di  un  nuovo  fenomeno  del  fulmine  ed  osservazioni  sopra 
gii  usi  medici  dell'elettricità.  Pavia,  1780. 

(c)  Questi  schizzi  sono  presso  di  me  per  legato  dii  mio  padre,  e  moì'ì 
celebri  pittori  vanno  visitandoli,  e  ne  parlò  il  Defendi  nella  Gazzetta 
privilegiata  di  Milano  i3  ottobre  i835. 


VITA  DI  PASQUALE  CODDe  TX 

Girolamo;  e  veramente  io  gioiva  nel  leggerlo,  vedendo  il  loro 
vicendevole  affetto,  e  l'amore  per  la  buona  riuscita  nella  vir- 
tìi.  Così  io  qui  non  fo  che  abbozzare  ciò  che  trovo  in  questo 
carteggio  ed  altri  famigliari  documenti.  Un  passo,  una  linea, 
sto  per  dire,  un  pensiero,  il  giovine  Pasquale  non  faceva  senza 
metterne  a  parte  il  suo  generoso  amico  fratello  ;  e  questi  Tajuta 
co'  suoi  sudori. 

Fin  qui  in  questi  suoi  sette  anni  di  studii  possiamo  sempre 
vedere  il  giovine  voglioso  di  sapere.  Poi  non  mai  sazio  di  fare 
€  rifare  per  sentimento  di  giovare  a  tutti.  Prima  di  ripatriare 
(21  maggio  1779)  descrive  rapidamente  il  modo  onde  aveva 
studiatele  scienze,  e  poi  soggiugne:  quest'è  quanto  col  mag- 
gior fuoco  ho  procurato  di  fare.  Ora  desidero  solo  occupami L 
ed  affaticarmi  in  qualche  onesto  modo,  mentre  l'ozio  è  il  più 
fiero  mio  nemico...  Impiegato  mi  sforzerò  dimostrarvi  quella 
gratitudine  che  giustamente  vi  si  deve,  e  che  tanto  mi  sta  a 
cuore...  sarò  sempre  con  voi  unito...  vi  amerò  col  più  tenero 
affetto,  quanto  me  stesso,  e  quanto  lo  vuole  un  fratello  amante 
sia  prospera  od  avversa  la  fortuna.... 

Ripatriato  (1780)  si  rallegra  ^  perchè  trova  la  patria  f<  fio- 
rente di  uomini  dotti ,  e  che  sapevano  pregiare  gli  sforzi  di 
que'  concittadini  che  amavano  levarsi  del  fango  della  plebe 
letteraria  ». 

Già  fino  dall'anno  precedente  (  i3  luglio)  aveva  dato  un 
saggio  letterario,  avendo  letto  in  accademia  una  dissertazione 
in  purgato  latino,  de  unitale  visionis,  e  si  era  fatto  conoscere 
in  possesso  dei  misteri  della  fisica,  onde  che  gli  accademici 
l'ascrivevano  tra  suoi  candidati. 

L'immortale  Maria  Teresa  ,  sovrana  veramente  rara ,  nata 
all'amore  dei  popoli  che  reggeva,  decretava  premii  a  tutti 
coloro  che  sovra  gli  altri  si  distinguevano.  Coddè  fu  uno 
di  questi.  Bettinelli ,  esaminatore  accademico,  lo  prova  nelle 
scienze  fisiche  e  matematiche,  e  Firmian  (decreto  28  dicem- 
bre 1780)  per  il  governo  conferma  i  100  fiorini  che  il  diret- 
torio accademico  gli  largiva,  e  ciò  perla  testimonianza  resa 
al  giovane  Pasquale  Coddè  da  fargliene  molto  onore,  e  da  prO' 
porsi  alla  gioventìi  mantovana  in  esempio. 

Un  momento  delia  vita  soventi  determina  il  nostro  avve- 


X  VITA  DI  PASQUALE  CODDÈ 

nire.  Cosi  fu  per  questo  giovine.  Sendo  egli  a  Genova  tra  gli 
altri  dotti  vi  trova  Teruditissirao  Gian  Girolamo  Carli. 

Un  giorno  via  passeggiando  con  lui  per  le  contrade  di  quella 
città  su  per  colline  e  per  monti ,  discorrendola  alla  fami- 
gliare ,  fa  cadere  V  argomento  sulle  cognizioni  acquistate ,  e 
cangia  la  conversazione  in  esame.  Se  ne  compiace  il  Carli , 
e  tiene  già  in  cuore  di  farselo  successore.  Fedele  infatti  a'suoi 
sentimenti,  appena  lo  vede  ripatriato,  se  lo  associa  nella  se- 
greteria accademica,  e  gli  detta  poi  le  leggi  della  antiquaria 
e  della  numismatica,  studii  che  il  Coddè  tanto  predilesse  per 
tutta  la  vita,  che  arrivò  a  raccogliere  per  ben  due  mila  me- 
daglie ed  a  farne  un  ragionato  scientifico  elenco  (d). 

Pieno  d'ardore  com'era  pel  servigio  della  patria  sua  abbraccia, 
senz'avvedersene ,  uno  stato  a  cui  mai  non  pensò,  e  lasciate 
le  mateuiatiche,  almeno  di  professione,  accetta  l'offertagli  ca- 
rica di  vice-segretario  della  reale  accademia  ,  e  Milano  T  ap- 
prova (5  maggio  1781)  senz' altra  formalità. 

La  direzione  degli  studii  scorta  allora  in  Coddè  la  ca- 
pacità del  fare,  non  parve  troppo  nel  1785  insieme  a  quella 
carica  affidargli  T  altra  di  assistente  alla  cattedra  di  storia 
naturale,  e  di  botanica,  essendone  professore  il  celebre  Gua- 
landris. 

Anche  l'accademia  ed  il  consiglio  di  governo  persuasi  del- 
l'operosità di  lui  dopo  due  anni,  per  istraordinarie  accademiche 
incombenze  gli  fanno  maggior  eccitamento  con  nuovo  premio 
di  200  fiorini  (decreto  17  maggio  1787),  e  così  que' savi  reg- 
gitori addimostravano  di  conoscere  che  lo  stimolo  dei  premi 
è  conforto  al  ben  operare. 

Animato  così  nella  sua  naturale  inclinazione  con  maggiore 
studio  attese  ad  incarichi  che  mai  non  cercò,  ma  sempre  dalle 
magistrature  a  lui  spontaneamente  venivano  affidati.  Anzi  è 
bello  il  vedere  le  quante  volte  veramente  di  sé  dubitasse,  e 
gli  paresse  espediente  per  non  tradir  sè  e  la  causa  del  pub- 
blico, protestare  insufficienti  le  sue  forze  e  proporre  si  rico- 
noscesse qualch'  altro  più  illuminato  di  lui,  e  meno  occupato, 

(d)  A  formare  tale  raccolta  concorsero  però  anche  gli  altri  due  suoi 
fratelli,  com'egli  stesso  lasciò  scritto. 


VITA  DT  PASQUALE  CODDfe 

e  come  poi  ne  venisse  di  ricambio  confortato  al  procedere 
con  animo,  commendandolo  con  molle  onorevoli  testimonianze, 
che  per  me  basterà  a  lode  sua  infine  di  queste  memorie  ri- 
portarle ,  perchè  non  sembri  il  figlio  troppo  inchinevole  ad 
onorare  il  padre  a  danno  della  verità. 

Del  1788  la  R.  Intendenza  politica  diede  a  lui  la  impor- 
tante commissione  di  censore  della  facoltà  filosofica  ,  e  revi- 
sore delle  stampe,  e  de' libri,  impiego  allora  gratuito  che  tenne 
colle  altre  incombenze  per  ben  quindici  anni  sino  al  nuovo  or- 
dinamento. E  in  questo  mezzo  quel  governo  italiano  ringrazia- 
valo  «  per  lo  zelo  veramente  distinto  (i 5  aprile  i8o3)  da  farlo 
riguardare  il  benemerito  della  patria  per  la  probità  ,  pe'  ta- 
lenti, e  pei  lumi  di  cui  era  fornito. 

Né  queste  eran  parole,  poiché  già  fino  dal  24  agosto  1797 
l'amministrazione  di  stato  l'aveva  scelto  a  segretario  delle  belle 
arti  presso  l'accademia  delle  scienze;  e  l'amministrazione  mu- 
nicipale (20  dicembre  1797)  lo  chiamava,  siccome  merite- 
vole della  pubblica  confidenza  ,  alla  formazione  del  catalogo 
de'  probi  cittadini  con  parrocchiani  che  dirigere  dovevano  le 
ronde  militari  durante  la  notte:  oltrecchè  il  consiglio  dipar- 
timentale del  Mincio  (i3  ottobre  1802)  lo  creava  suo  mem- 
bro; mentre  l'amministrazione  municipale  deliberava  (3  di- 
cembre 1802)  ch'ei  fosse  tra  gli  individui  della  commissione 
di  pubblica  istruzione,  e  la  stessa  poi  l'anno  dopo  (5  agosto) 
lo  eleggeva  «  a  pluralità  di  voti  con  massima  compiacenza  a 
suo  segretario  »  e  poi  individuo  della  commissione  di  coscri- 
zione (25  novembre  i8o3)  adducendo,  quel  consiglio  che  lo 
nominava,  esser  motivo  di  tale  elezione  «  la  costante  attività 
e  lo  zelo  ,  e  la  somma  equità  ed  intelligenza  ,  e  sagace  fer- 
mezza da  lui  dimostrata  nel  disimpegno  delle  varie  sue  in- 
combenze 

E  tutti  codesti  onori  ed  impegni ,  come  dicemmo ,  furono 
dati  a  lui  sempre  suo  malgrado.  E  mi  piace  qui  riferire  quello 
che  egli  stesso  scriveva  (25  novembre  detto)  in  occasione  che  il 
consiglio  distrettuale  lo  ascriveva  tra'  suoi  membri ,  per 
quanto  io  possa  essere  sensibile  e  grato  alla  buona  opinione 
che  di  me  ha  avuto  il  Consiglio  .....  mi  credo  in  debito 
d'  avvertire  che  si  farebbe  un  torto  manifesto  agli  altri  cit- 


KU  VITA  DI  PASQUALE  CODDft 

tadinì  componenti  il  consiglio ,  insistendo  eh*  io  dovessi  pro- 
seguire in  un' intrapresa  che  non  potrei  disimpegnare  con 
queir  attività  che  vorrei,  ec. ,  ec.  « 

E  non  pertanto  per  queste  proteste  non  è  a  credere  che 
desse  minor  opera  alla  cura  delle  pubbliche  faccende^  chè  anzi 
pareva  aumentare  le  sue  forze  piìi  la  patria  lo  caricava.  In- 
fatti quando  il  governo  italiano  togheva  alla  pubblica  istru- 
zione di  Mantova  il  suo  patrimonio,  egli  solo  ebbe  l'animo 
d'  opporvisi  con  antichi  importanti  documenti,  da  lui  scoperti 
e  descritti  in  ragionevole  relazione ,  comprovando  la  legitti- 
mità di  que' fondi,  e  T  amministrazione  municipale  per  tanto 
ufficio  scrivevagli  un  solenne  attestato  a  perenne  memoria  , 
perchè  si  dovesse  riconoscere  in  ogni  tempo  il  benemerito 
protettore  di  così  sacro  stabilimento  (i),  (2),  (3), 

Tante  affollate  commissioni ,  la  più  parte  contemporanee, 
farebbero  pensare  che  niun  tempo  dovesse  a  lui  rimanere 
per  deliziarsi  colle  belle  lettere.  E  veramente  egli  stesso  di 
ciò  piil  volte  lamentava  co'suoi  amici  ed  al  celebre  lodatore  del 
Correggio  già  scriveva  (8  aprile  18 16)  w  è  pur  grande  la 
pena  che  soffro  non  potendo  aver  liberi  nè  i  giorni  ,  né  le 
ore  da  poter  dedicare  ai  buoni  studii 

Eppure  queste  espressioni  non  erano  che  la  misura  del- 
l' instancabile  sua  volontà ,  provandolo  ed  i  carteggi  tenuti  , 
e  le  opere  da  lui  pubblicate  ed  inedite  (4). 

Taciute  infatti  le  infinite  cortesie  amichevoli  da  lui  non  mai 
negate  a  nessuno,  e  le  straordinarie  momentanee  incombenze, 
a  cui  era  ben  soventi  chiamato  qual  deputato  (6  giugno  lygS), 
or  a  delegato  all'estimo  (22  aprile  1796),  o  consigliere  (i3  ot- 
tobre 1802)  e  fin  anche  a  revisore  de'  conti  (  i8o3  ,  i8o4, 
i8o5)  della  Comunità  di  Borgoforte  ,  stette  in  carteggio  let- 
terario coi  più  riveriti  nomi  italiani  suoi  coetanei  ;  Affo , 
Carli,  Buffalini  Giuseppe,  ec. ,  ec. ,  e  valga  per  tutte  le  cor- 
rispondenze letterarie  di  antiquaria  e  numismatica  col  Pon- 
tefice Pio  VII! ,  intrapresi  sino  da  quando  questi  era  vescovo 
di  Moutalto;  e  quelle  di  belle  arti  colf  illustre  Pungileoni. 

Oh!  quanto  in  leggendo  queste  ultime  mi  allargava  pro- 
priamente a  teneri  desiderii.  Io  le  vorrei  sott*  occhi  a  que' sde- 
gnosi che  guardano  con  sogghigno  schernevole  quegli  che 


VITA  DI  PASQUALE  CODDÈ  Xlir 

nei  virtuosi  amici  confidandosi  con  bella  e  pur  troppo  rara  vi- 
cendevole armonia j  V  un  Y  altro  si  correggono  i  propri  lavori 
innanzi  sieno  dati  al  pubblico. 

Ed  è  bello  il  vedere  le  tante  notizie,  ed  i  molti  documenti 
che  furono  spediti  da  mio  padre  a  quel  dotto  uomo  ,  e  di 
quale  animo  grato  ei  li  accogliesse.  Del  1811  sopra  tre  let- 
tere intorno  ai  Mantegna  gli  rescriveva  «  nella  sua  .  .  .  cam- 
peggiano egualmente  ¥  erudizione ,  e  la  gentilezza  ....  il 
beneficio  è  tale  che  non  ammette  molte  parole  e  supera  qua- 
lunque ringraziamento.  In  varie  lettere  poi  spesso  s'incontra 
(  8  maggio  1816  lettere  sopra  Marcello  Donati)  abbia  la  bontà 
di  esaminarle  {iS  maggio  18 18):  vi  aggiunga,  o  vi  levi  tutto 
quello  che  a  lei  piace  ...  (24  giugno  i8i8)  corregga  gli  ab- 
bagli che  vi  sono ,  ec. ,  ec. 

E  certo  che  furono  moltissime  le  cognizioni  da  Pungileonì 
avute  da  lui ,  eppure  questi  non  ne  menò  mai  un  vanto  che, 
anzi  nel  secondo  volume  dell'  Elogio  storico  d'  Allegri  ,  ve- 
dendosi qualificato  per  dottissimo,  con  sentita  modestia  gliene 
moveva  lagnanze  ed  assolutamente  il  voleva  corretto ,  per- 
chè,  diceva,  si  risolve  in  sentirsi  opporre  il  fatto  da  chi  co^ 
nosce  che  cosa  voglia  dire  dottissimo,  che  a  me  non  può  spet- 
tare per  ni  un  titolo ,  senza  che  si  possa  negare  eh'  io  sia 
amantissimo  delle  lettere  e  delle  arti 

Chi  avrà  letti  gli  eruditissimi  e  preziosi  lavori  di  Pungi- 
leoni  avrà  in  essi  veduti  interi  squarci  di  lettere  di  mio  pa- 
dre ,  e  le  lodi  in  quelli  compartitegli ,  e  1"  amore  con  cui  vi 
è  spesso  ricordato. 

Del  1809  pubblicò  tre  lavori  (Mantova  presso  Francesco 
Agazzi):  Le  Memorie  della  Società  d'arti  e  mestieri  dell'Ac- 
cademia di  Mantova;  la  Spiegazione  delle  figure  della  gran 
tazza  d'  agata  orientale  del  real  museo  di  Napoli  ;  ed  una 
Memoria  sulla  Coltivazione  del  cotone.  Del  1823  poi  dava  in 
luce  l'Elogio  del  professore  Giovanni  Bellavite,  celebre  artista 
veronese,  eccellente  nel  lavorare  di  bronzo  coli' intelligenza  e 
maestria  d'  un  Cellini. 

Di  queste  opere  già  in  pubbUco  ed  in  privalo  se  n'  ebbe 
giudizio  3  avvegnaché  ne  parlarono  i  giornali  di  Milano  della 
Società  d*  incoraggiamento  delle  Scienze  e  delle  arti  (Tom.  Vili, 


XIV  VITA  DI  PASQUALE  CODDÈ 

W.''  I,  1809),  ed  il  Quotidiano  veneto  (6  ottobre  N.""  260)^ 
ondechè  col  voto  loro  ,  e  con  quello  di  onorevolissime  let- 
tere di  Scopoli ,  Amoretti,  Tamassia,  ec,  ec.,  ripeteremo  che 
r  autore  di  esse  vi  si  fa  conoscere  di  profonda  penetrazione, 
erudito  de'  Classici  latini ,  conoscitore  de'  veri  rapporti  del 
bello ,  e  del  vero  colle  produzioni  dell'arti.  Considera  l'agricol- 
tura ed  il  commercio  sotto  il  vero  aspetto  di  fonti  di  nazio* 
naie  indipendenza.  In  tutte  fa  spiccare  l'amore  dei  progressi, 
la  necessità  di  caritatevole  unione;  i  sentimenti  d' umanità  e 
di  patria,  e  quindi  lo  si  vede  amante  della  diffusione  de  lumi, 
e  nemico  all'  oppressione,  ed  alla  guerra  come  fonti  d' ini- 
quità e  d'  ignoranza. 

Brugnatelli  poi,  oltre  all'onorata  menzione  fatta  nel  suo 
giornale  di  Fisica  chiedeva  all'  autore  medesimo  la  ristampa 
della  Spiegazione  della  gran  tazza  d'agata,  adducendo  (let- 
tera 28  novembre  1809)  che  in  fare  codesto  era  «  oggetto 
suo  precipuo  d' interessare  gli  associati  a  quel  giornale,  e  so- 
pra tutto  gli  ollremontani,  i  quali  veggono  col  più  grande 
piacere  somiglianti  articoli  e  in  generale  si  lagnano  di  non 
trovarne  più  di  frequente  ne'  giornali  scientifici  italiani 

Innanzi  la  pubblicazione  delle  prime  sue  opere  era  già  chia- 
rito uomo  di  lettere  da  non  poche  dissertazioni  (vedasene  in- 
fine r  elenco  )  o  che  spedì  ,  come  socio  attivo  (sua  nomina  7 
febbrajo  1787)  all'Accademia  de' Georgofili  di  Firenze;  oche 
lesse  in  quella  di  Mantova,  come  socio  attuale  (nominato  il 
3o  agosto  1789),  o  che  compose,  sendo  stato  alcun  tempo 
collaboratore  nel  Giornale  di  Agraria  di  Cesena  (  24  marzo 
i8o3),  ed  in  quello  della  Biblioteca  Italiana,  quando  un 
Buffalini  ed  un  Acerbi  spontanei  ve  lo  invitavano  (20  ago- 
sto i8i5). 

Basterà  qui  tra  tutte  a  perenne  sua  fama  accennare  a  quelle 
che  se  lo  mettono  innanzi  quale  acuto  ed  instancabile  sco- 
pritore di  epoche ,  di  fatti ,  e  d'  uomini  su  cui  la  storia  an- 
dava errata,  od  incerta,  od  ancora  del  tutto  priva.  Tebaldeo^ 
quel  gran  letterato  ferrarese ,  veniva  variamente  or  creduto 
medico,  or  militare,  ed  ora  giureconsulto.  Solo  egli  del  i8i5 
inette  con  originali  documenti  fuor  d'ogni  dubbio  ch'era  ec- 
clesiastico ,  che  fu  parroco  di  Brentonico  sul  Veronese  e  che 


VITA  DI  PASQUALE  CODDÈ  XV 

stette  in  Roma  negli  ultimi  anni  di  sua  vita  qual  curiale  alla 
Corte  di  Roma  ,  ed  infine  è  desso  che  per  primo  conosce  , 
come  fosse  in  istretta  amicizia  con  quel  valente  che  fu  Casti- 
glioni ,  e  colla  virtuosa  Contessa  sua  madre  ,  e  corregge  la 
data  della  lettera  scritta  dal  cardinale  Bembo  ad  Ercole  Gon- 
zaga ,  segnata  dallo  Zeno  e  dal  Crescimbeni  coi  9  di  marzo 
1529  invece  del  i539,  un  anno  dopo  la  morte  del  medesimo 
Tebaldeo. 

Intorno  a  ciò  Pungileonì  da  Reggio  (  26  del  i8i5),  cosi 
scrivevagli  :  w  avendo  ella  scelta  il  Tebaldeo  a  soggetto  d'ac- 
cademica dissertazione  è  troppo  giusto  che  in  essa  sieno  messe 
in  luce  per  la  prima  volta  le  recondite  notizie  da  Lei  rac- 
colte su  quel  nobile  poeta  «. 

L'epoca  della  morte  del  celebre  Andrea  Mantegna,  sulla  fede 
del  Vasari,  si  ripeteva  dagli  autori  accaduta  del  iSiy,  sendo 
quel  pittore  di  66  anni.  I  figli  di  Mantegna  erano  lasciati  ca- 
dere in  un'  ingrata  oscurità.  Egli  intraprende  un  lavoro  di 
giudiziosa  critica  j  e  con  certezza  rischiara,  come  il  vedremo 
altrove j  che  Andrea  moriva  del  i5o6  nell'età  di  75  anni,  e 
che  i  suoi  figli  erano  insigni  pittori ,  degni  discepoli  di  quel- 
r  egregio ,  e  meritamente  onorati  dalla  prodigiosa  ed  invi- 
diabile munificenza  dei  Gonzaga.  Lasciò  inedito  questo  lavoro 
avendo  sempre  in  animo  di  meglio  ordinarlo ,  quantunque  il 
lodato  Pungileoni  scrivessegli  (Reggio  19  luglio  i8i3).<f Pre- 
gevolissimo è  il  complesso  delle  recondite  notizie  da  Lei  co- 
municatemi con  tanta  gentilezza ,  e  non  dubito  punto  che 
veggendo  queste  la  pubblica  luce  ,  oltre  il  far  conoscere  ad 
evidenza  in  qual  pregio  costi  fosse  in  que' giorni  beati  l'arte 
del  dipingere ,  procacciar  le  debbono  il  plauso  degli  intelli- 
genti per  averle  tratte  con  pazienza  e  criterio  sommo  dall'ob- 
blio  cui  erano  condannate  a. 

Più  di  cento  illustri  pittori  mantovani  sono  redenti  da  lui 
a  prezzo  di  laboriose  ricerche,  e  sono  quelli  di  cui  sopra  le 
sue  traccie  medesime  di  sotto  si  tratterà  nelle  Memorie  bio- 
grafiche ,  onde  a  ragione  erami  concesso  confidare  gli  ab- 
biano a  servire  di  argomento  di  nuova  stima  dopo  il  plauso 
che  ne  fece  il  colto  pubblico  ,  quando  si  poneva  dal  celebre 
Prandi  a  nuova  luce  il  nome  di  Leonbruno  tratto  pure  dalla 


XVI  VITA  DI  PASQUALE  CODDÈ 

dimenlicanza  per  la  pia  opera  di  mio  padre  medesimo  che 
varii  documenti  gli  cedeva.  Del  che  parlarono  ed  il  Gior- 
nale d*  Italiana  letteratura  (  Tom.  63 ,  i825  )  e  la  Biblioteca 
italiana  (  i825  )• 

A  guardarlo  nella  vita  pubblica  v'ha  ancora  un'ultima  te- 
stimonianza che  forse  potrà  saper  grado  agli  amatori  della 
patria  storia  per  la  utilità,  e  per  la  necessità  in  cui  saranno 
di  giovarsi  di  un'opera  la  quale  cominciò  (  1780)  insieme  a^ 
suoi  fratelli  in  fin  che  vissero ,  e  proseguì  ancora  dopo  in 
tutta  la  sua  vita.  Ed  è  la  Raccolta  di  tutte  le  inscrizioni  della 
città  e  de'  paesi  di  Mantova ,  e  questo  colla  santa  intenzione 
di  andar  contro  alla  perdita  che  far  ne  poteva  la  storia  pei 
terribili  disastri  che  turbavano  i  suoi  tempi  (e).  Labus  quel- 
r  uomo  europeo  sino  dal  i83o  la  esaminava  per  estrarne  delle 
antiche  epigmfi  romane ,  e  ne  commendava  1'  opera  ,  come 
sorgente  di  rare  notizie  (/). 

Non  v'ha  chi  non  sappia  che  ninna  cosa  è  più  necessaria 
e  più  utile  alla  società  che  conoscer  la  mente  ed  il  cuore 
degli  uomini  per  deliberare  senza  tema  d'  errore  que'  prin- 
cipii  che  adoperar  si  debbano  per  lo  miglior  andamento  di 
essa.  E  perchè  tale  cognizione  è  spesse  volte  difficile,  traen- 
dola  soltanto  dagli  scritti ,  e  dalle  azioni  degli  uomini  poste 
a  luce  di  sole  ,  così  parmi  convenire  propriamente  ricercarla 
ad  un  tempo  tra  le  domestiche  pareti  ed  il  libero  conversare 
degli  amici.  Egli  è  questo  esame  che  rivela  V  origine  delle 
illusioni,  e  delle  incoerenze  tra  le  pubbhche  e  le  privale 
azioni ,  e  rischiara  la  via  che  le  nuove  generazioni  deggiono 
tenere  per  progredire  sicuramente  nella  cristiana  civiltà. 

Terminati,  come  vedemmo  i  primi  studii^  ed  i  suoi  viaggi 
scientifici ,  era  abbracciato  da  un  fratello  che  sostenuto  l'aveva 
con  tanto  amore,  e  portava  la  consolazione  sugU  ultimi  anni 
di  un  padi'e  settuagenario  che  si  vedeva  benedetto  dal  Cielo 

(e)  Di  questa  Raccolta  per  amicizia  eh'  aveva  lasciò  una  copia  al 
fu  don  Paolo  PradeHa,  erudito  e  dotto  Arciprete  d'Ognissanti  in  Man- 
tova ,  morto  da  poco. 

(/)  Museo  della  R.  Accademia  di  Mantova  descritto  ed  illustrato  dal 
dottor  Giovanni  Labus.  Mantova  i83^* 


TITA  DI  PASQUALE  COBDS  XTH 

nelle  cure  del  suo  primonata.  Allora  in  famiglia  ,  e  più  nel 
cuore  del  benefico  fratello,  sorgeva  desiderio  che  ei  si  acca- 
sasse ,  ondechè ,  sebbene  il  suo  animo  in  cerca  delle  scienze 
paresse  sollevato  del  corpo  ,  per  gratitudine  v^  accondiscese. 
Del  1783  si  festeggiarono  infatti  le  sue  nozze  con  Camilla 
Nuvoloni  degli  antichi  nobili  Panfili  ,  donna  bastantemente 
ricca,  appaiiscente,  savia,  costumata  ed  atta  al  governo  di 
famiglia.  Gli  fu  feconda  di  quindici  figli,  a  cui  non  mancò 
mai  di  religiosa  tenerezza  e  di  conforto. 

Otto  soli  di  noi  fratelli  sopravvivemmo  agli  altri.  Mio  padre 
ci  amò  tutti  )  V  operosità  instancabile  che  aveva  per  le  cose 
pubbliche  usò  egualmente  inverso  noi^  e  tutta  la  sua  vita 
privata  fu  un  continuo  sacrificio  a' suoi  figli.  Sino  dalla  prima 
età  ebbe  cura  s\  de'  maschi,  come  delle  femmine,  coltivandoli 
tutti  nel  leggere,  nello  scrivere  e  nella  morale;  mano  a 
mano  crescendo,  li  affidava  ad  accostumati  e  periti  maestri. 
Ed  io,  che  fui  T ultimo  de' tre  maschi,  dal  mio  nascere  fino  alla 
rettorica  non  respirai  che  al  suo  fianco  ,  e  si  toglieva  le  ore 
del  cibo  e  del  sonno  per  educarmi  iiella  religione ,  nelle  let- 
tere e  nelle  lingue. 

Avvolto,  com'era,  in  gravi  danni  per  tempi  d' angoscie  e 
di  rapine,  pure  a  stilla  di  travagli  ajutò  tutti  e  tre  a  farci 
capaci  di  laurea ,  confortato  che  forse  un  di  saremmo  utili 
a  noi  ed  al  bene  pid^blico.  Ma  ogni  uomo  ha  le  sue  illu- 
sioni ,  le  sue  incoerenze.  Cattolico  alla  rinuncia  della  vita  , 
compassionevole  suH'  indigenza  e  sulla  sventura  ,  non  avido 
dei  beni  terreni ,  con  tutto  ciò  tra  le  pareti  domestiche  se- 
guì una  legge  di  durezza,  di  severità,  di  gelosia,  di  potenza, 
che  non  mutò  mai  qualunque  fosse  l'indole,  l'età  ed  il  ca- 
rattere de'  suoi  famigliari. 

Questa  opposizione  al  suo  intelletto  ed  a'  suoi  sentimenti, 
sparse  la  sua  vita  di  amarezza,  ed  il  suo  volto  atteggiato  alla 
severità  contrastava  col  vivo  brillare  de'  suoi  occhi  ,  e  coi 
subito  commoversi  per  la  sventura. 

Mattina  e  sera  in  crocchio  attorno  a  lui  noi  fratelli ,  mu- 
toli e  dritti ,  come  statue  aspettavamo  lì  tremando  per  ba- 
ciare la  mano  eh'  ei  stendeva  a  benedirci.  E  poi  liberati  dalla 
voce  stessa  del  suo  comando ,  appena  ben  lontani  dal  suo 

2 


XVIII  YITA  DI  PASQUALE  CODDÈ 

orecchio,  saliavamo  con  un  gusto  che  non  può  dire  che  un 
fanciullo.  Alle  volte,  ci  univamo  così  in  buona  armonìa  a  ri- 
dere e  a  novellare,  ed  allora  guai  se  ci  capitava  alle  spalle,  nes- 
suno più  fiatava,  e  fortunati  noi  se  il  turbine  non  dava  tempesta. 

Cresciuti  in  età  fummo  sempre  all'oscuro,  almeno  per  quanto 
fu  da  lui,  su  gli  affari  domestici.  Fin  l'ultima  mattina  di  sua 
vita,  cruciato  da  malattia  per  abuso  di  Le  E.oi ,  innanzi  alla 
triste  sera  (6  Febbrajo  1828)  che  ci  dava  l'ultima  benedizione 
e  gli  ultimi  ricordi,  registrò  i  conti  di  casa. 

Quand'  entrava  nel  suo  studio  ,  nelle  sue  ricerche  lettera- 
rie ,  quand'era  tra  amici ,  diveniva  più  sereno  ,  e  pareva  pro- 
priamente nella  sua  atmosfera ,  e  noi  già  vedemmo  ,  come 
tutte  le  opere  sue  letterarie  avessero  l'impronta  di  quel  sen- 
timento che  animò  sempre  ogni  sua  azione.  Anche  nell'  edu- 
carci ebbe  sempre  per  iscopo  la  nostra  felicità,  ed  il  crescerci 
quindi  al  buon  costume,  ma  per  riuscirvi  in  pratica  si  allon- 
tanò del  tutto  da  quella  dolcezza  che  sentiva  ed  intendeva 
per  se ,  e  tanta  è  la  prepotenza  dell'educazione  di  nostra  gio- 
vinezza da  far  che  ceda  la  natura  all'  opinione  ,  eh'  ei  si  la- 
sciò in  tutta  la  vita  strascinare  dai  duri  principi!  de'  suoi 
primi  educatori. 

Naturalmente  d'animo  candido  e  schietto,  questi  principii 
non  gli  spensero  mai  il  fuoco  per  l'amore  alla  verità  o  per 
la  pratica  alle  virtìi ,  di  tal  modo  che  quando  pensava  solo 
al  bene  sociale  la  sua  coscienza  si  emancipava  dai  legami  che 
Dio  non  gli  aveva  posti  ed  insegnava  e  scriveva  il  vero. 

Un  suo  lavoro  inedito  e  composto  del  1794  5  ^  da  ijie  sol- 
tanto veduto  ora  che  esamino  i  suoi  scritti  ,  mi  agevola  il 
farnelo  conoscere.  Egli  lo  intitolò:  Abbozzo  di  una  Memoria 
sopra  r  educazione  de'  fanciulli. 

Non  t' incresca,  lettore  cortese,  ch'io  tMntrattenga  sopra 
argomento  già  svolto  con  tanta  prova  di  successo  da  un  no- 
stro valente  Italiano,  vo'  dire  da  quell'evangelico  di  Aporti. 
È  però  SI  importante  a'  dì  nostri  il  tema  di  educazione  dei 
fanciulli  che  fin  anche  il  ripetere  sovente  le  stesse  massime 
non  sarà  svantaggio  almeno  pei  nuovi  leggenti.  Anzi  qui  poi 
mi  sarà  cosa  più  perdonabile  pel  contrasto  che  risulta  dal 
sentire  naturale  all'  operaie  d'  opinione. 


\ITA  DI  PASQUALE  CODDÈ  XIX 

Eccone  un  sunto. 

L'  educazione  è  un  centro  comune  da  cui  derivano  i  mezzi 
alle  felicità.  Malamente  gì'  institutori  sin  qui  divisero  le  forze 
di  educazione,  non  secondo  i  principi  generali  dell'uomo, 
ma  secondo  i  gradi  accidentali  nelle  società. 

E  benché  varia  debba  essere,  secondo  i  diversi  stati  sociali 
in  quanto  al  fisico  ,  non  cosi  pel  morale  in  cui  deve  essere 
uniforme ,  sendo  tutti  gli  uomini  creati  ad  un  fine  che  è 
l'eterna  felicità ,  a  cui  tendendo  colle  maggiori  nostre  possi- 
bili forze  ^  il  buon  ordine  e  1'  armonia  scaturiscono  di  con- 
seguenza a  formare  la  società  nata  col  nascere  del  mondo. 
Gli  errori  quindi  tutti  derivano  non  dall'  indole  pessima  dei 
figli,  ma  da  colpevole  indolenza  de'  genitori. 

L'  educazione  deve  tendere  a  far  conoscere  all'  uomo  la 
verità,  e  a  dirigerlo  al  bene,  instruendolo  intorno  alla  Reli- 
gione ,  alla  coltura  dello  spirito  ,  alla  salute  del  corpo  ,  ai 
propri  interessi,  ed  agli  amici.  Ma  con  Cicerone  stesso,  ben- 
ché Gentile,  si  può  stabilire  non  potersi  ciò  conseguire  per 
sola  umana  potenza  ,  la  quale  non  può  mai  essere  ragione 
sufficiente  di  buona  naturale  direzione  senza  la  sanzione  di- 
vina, avvegnaché  nati  appena  gli  errori  si  succhiano  col  latte 
delle  nutrici  e  più  innanzi  si  stabiliscona  e  si  aumentano  da 
maestri  pregiudicati. 

Ondeché  a  dirigerla  bene  si  adoprino  que'precetti  che  sieno 
confermati  ad  un  tempo  dalla  ragione^  dall'istinto  e  dall'e- 
sempio de' saggi ,  perché  valgono  ad  imprimere  ne' fanciulli 
r  amore  ed  il  timore  salutare  dell'  Ente  supremo  e  venera- 
zione al  suo  culto. 

Non  si  perdano  mai  di  veduta  tre  principali  oggetti  della 
cristiana  educazione  il  fisico,  l'intelletto  ed  il  cuore.  Il  rigore 
che  non  sia  eccessivo  e  fuor  di  proposito;  si  usi,  e  non  si  rida, 
sopra  i  piccioli  sdegni  di  un  fanciullo  ,  né  sieno  secondate  le 
sue  volubilità,  perché  fatto  adulto  non  si  renda  indocile  e 
caparbio,  e  opprima  il  suo  simile.  S'incominci  però  colla  dol- 
cezza a  contraddirgli  e  a  renderlo  docile;  si  prevengano  possi- 
bilmente i  suoi  bisogni,  ma  continuando  il  fanciullo  in  qual- 
che ostinazione  sospendansi  }e  carezze,  non  violentando  però, 
ma  insinuandosi  con  affetto  da  guadagnarselo. 


XX  VITA  DI  PASQUALE  CODDÈ 

La  necessità  della  disciplina,  e  qualche  volta  della  sferza 
nella  prima  età ,  è  comprovata  da  molti  passi  scritturali  e 
da  ir  esperienza  che  appoggia  il  proverbio  adolesccns  juxta 
i'iani  sua:n  etiam  cum  senuerit  non  recedei  ab  ea.  Ma  per- 
chè dagli  educatori  e  dai  padri  non  si  abusi  della  forza  dei 
castigo  e  della  correzione  si  ponderi  Y  altro  proverbio  del- 
l'Ecclesiastico >3  si  laeseris  eum  injuste  in  fagam  con^ertetury 
e  l'altro  »  voi  padri  non  provocate  ad  ira  i  vostri  figliuoli, 
acciocché  non  vengano  meno  dell'animo...  ma  allevateli  in 
disciplina  ed  ammonizione  del  Signore.  Allorché  dunque  si 
fa  necessario  il  castigo  ne  conosca  il  fanciullo  la  cagione,  e  si 
muti  il  castigo  medesimo  secondo  le  età. 

I  figliuoli  si  mantengano  uniti  coli' amor  fraterno,  e  tra  loro 
tolgasi  di  mezzo  ogni  idea  di  superiorità,  non  lasciando  mai 
signoreggiare  il  maggiore  sopra  il  minore ,  né  mai  impuniti 
vadano  i  loro  puerili  litigi ,  né  si  permetta  che  1*  un  T  altro 
si  accusino,  perché  non  si  odiino. 

II  fatto  scritturale  di  Eli  avvisa  ogni  padre  che  in  tutta  la 
vita  non  cessa  a"  genitori  il  dovere  di  fortemente  correggere 
i  figli. 

Scopo  alla  educazione  fisica  sia  poi  la  conservazione  della 
salute  5  e  lo  sviluppo  della  robustezza  de'fanciulli,  avvezzan- 
doli al  freno  de'  proprj  appetiti ,  persuadendoli  che  tutto  nel- 
1'  uomo  dee  essere  sottoposto  alla  ragione.  Nel  negar  loro 
alcuna  cosa  se  ne  procuri  la  convinzione  dell'  intelletto.  Non 
si  permetta  mai  loro  il  continuo  cibarsi^  da  cui  nasce  l' im- 
moderazione e  r  intemperanza  che  fanno  una  pessima  e  gra- 
cile complessione,  quand'anche  non  periscano  innanzi  V  ado- 
lescenza. S'accostumino  a  soffrire  il  caldo  ed  il  freddo,  i  ru- 
mori ,  la  veglia  ,  la  stanchezza  ,  i  cibi  non  geniali  ed  all'ac- 
qua specialmente  infra  la  giornata. 

La  ginnastica,  in  presenza  de' genitori  ed  instìtutori,  non  si 
trascuri,  ed  onestamente  si  concedano  moderati  giuochi  con 
giovinetti  di  uniforme  morigerata  educazione  e  di  eguale  sesso. 

Non  si  lodino  in  loro  presenza  le  pompe  e  le  ricchezze 
superflue  ,  gli  spettacoli  ed  altro  che  sfreni  la  licenza  del 
dire  e  del  fare. 

Non  vi  sia  classe  di  persone  che  non  abbiano  le  relative 


VIT\  DI  PASQUALE  CODDÈ  XKl 

istruzioni  tendenti  al  miglioramento  delle  rispettive  arti  e  scienze, 
e  si  incominci  per  tempo  ad  istradarveli  ,  adattando  alle  età 
r  acquisto  delle  cognizioni. 

S' insegni  loro  il  tempo  di  parlare  e  di  tacere,  e  procedano 
ì  genitori  innanzi  colle  virtù  e  colle  generose  azioni  ;  non 
guastandoli  con  falsi  racconti ,  nè  investendoli  con  vane  pau- 
re, ne  preoccupandoli  di  strane  e  superstiziose  osservazioni  di 
giorni ,  di  tempi  ,  di  sogni  di  casi  ,  acciò  non  divengano 
timidi,  pusillanimi,,  vanamente  e  pazzamente  creduli. 

La  piacevolezza  ed  il  diletto  accompagnino  l'istruzione  quasi 
per  giuoco  ;  inutile  essendo  anzi  dannoso  nella  tenera  età  le 
ore  prefisse  allo  studio. 

La  lingua  propria  s'insegni  loro  anzi  ogni  altra;  e  si  schivi 
la  raoltiplicità  delle  materie  ciie  genera  idee  disordinate  ed 
odio  allo  studio.  La  storia  sacra  e  profana  sia  fatta  loro  in- 
tendere nei  fatti  principali  di  Gesti  Cristo  e  degli  eroi  del 
Cristianesimo  ,  nè  si  dia  loro  mai  il  suono  materiale  della 
parola  senza  legarlo  all'  idea  che  vi  corrisponde  ,  mettendo 
innanzi  i  giudizj  delle  cose  perchè  non  si  fermino  alle  sem- 
plici apparenze. 

Tutto  ciò  sempre  si  faccia  abbominando  la  cruda  severità 
e  l'eccessivo  accarezzare,  la  parzialità  che  vilipende  e  la 
correzione  intempestiva  ,  il  battere  i  figli  nella  collera  ;  chè 
allora  piuttosto  di  correzione  è  vendetta.  Anche  negli  studii 
è  profittevole  il  castigo,  ma  con  moderazione  e  con  ragione, 
e  non  si  permetta  a'  fanciulli  nessuna  scusa  ai  loro  falli  ,  nè 
replica  agli  ordini  superiori,  nè  si  lascino  da  sè  lodare  del 
loro  dovere,  e  d'altra  parte  non  s'irritino.  Nelle  cose  indif- 
ferenti si  pieghino  più  all'altrui  genio  che  alla  propria  in- 
clinazione per  la  gentilezza  del  tratto.  Dio  e  Gesù  Cristo  si 
facciano  loro  conoscere  nelle  cose  create  ,  rivelate,  e  a  non 
prendere  errore  se  ne  faccia  V  istruzione  per  via  di  rappre- 
sentazioni figurate,  e  per  brevi  sentenze  tratte  dal  libro  della 
Sapienza,  da  cui  imparino  amore  alla  virtù,  orrore  al  vizio 
ed  alla  menzogna,  benevolenza  a  tutti  gli  uomini. 

Con  tali  basi  un  fanciullo  crescerà  nell'  amore  di  studii 
più  gravi ,  e  1'  amor  naturale  ai  suoi  simili  gli  si  svolgerà  nel 
cuore ,  e  fortemente  vi  allignerà  ,  riconoscendo  dai  genitori 


XXII  VITA  DI  PASQUALE  CODDÈ 

e  dagli  educatori,  vita,  sostanze  e  patria,  ne  si  dimenticherà 
mai  parenti  ed  amici. 

Cresciuti  poi  in  età  ragionevole  i  fanciulli  non  si  lascino  in 
una  vergognosa  ignoranza  su  tutto  che  riguarda  gì'  interessi 
di  famiglia,  avvegnaché  al  mancare  de'  padri,  i  figli  si  tro- 
vano nejr  impaccio  e  o  dilapidano  le  sostanze  loro,  o  soa 
raggirati  da  ogni  furbo  che  loro  si  accosti. 

Non  si  facciano  vivere  nello  stento,  masi  allevino  secondo 
la  condizione  loro  puliti  ed  ornati,  e  tengansi  lontani  dagli 
ignoranti,  che  v'ha  pericolo  si  appiglino  a^ioro  mùL 

Venga  poi  loro  mostrato  che  il  solo  virtuoso  è  il  vero 
amico,  vuoi  nelle  avverse ,  vuoi  nelle  prospere  cose.  L*  ami- 
cizia nella  carità  fa  gioconda  la  vita ,  e  però  è  stabile  e  co- 
stante nel  vincolo  del  consiglio  e  del  buon  volere  ;  e  per 
converso  la  falsa  amicizia  è  versatile  ,  sempre  coir  occhio  alle 
ricchezze  dell'amico  ,  e  non  coli'  animo  alle  virtù ,  per  il  che 
si  usino  i  fanciulli  a  metter  studio  in  tale  scelta  ponendo 
loro  innanzi 

«4  Nè  troppi  n'abbi  ,  né  d'alcun  sii  privo. 

perchè  molti  sono  i  simulatori. 

L'  amico  senza  religione  non  è  un  amico ,  e  non  si  con- 
fondano le  tendenze  naturali  di  umanità  colle  virtù  del  cri- 
stiano che  hanno  sempre  Dio  per  oggetto,  e  l'uomo  per 
soggetto. 

Sì  rimova  dair animo  de' fanciulli  ogni  pretensione  a  pub- 
blica stima,  senza  che  non  la  meritino  con  personali  azioni, 
sendo  vaneggiamento  di  umano  orgoglio  ogni  distinzione 
senza  la  reahlà  del  merito. 

Le  fanciulle  abbiano  la  loro  educazione,  nè  sì  leggiera  cosa 
è  il  trascurarla  ,  come  si  fa,  avvegnaché  deggiono  concorrere 
alla  pubblica  e  privata  felicità.  E  sia  pure  detto  che  la  non- 
curanza di  tanto  dovere  sociale  ha  dato  e  darà  il  crollo  ad 
infinite  famighe. 

L' istruzione  morale  delle  donne  è  necessario  che  sia  eguale 
a  quella  degli  uomini,  donde  ne  verrebbe  loro  tolta  la  va- 
nità e  la  volubilità  che  noi  abbiamo  loro  lasciala  in  cuore 
ed  in  capo  ;  e  splenderebbe  in  esse  la  dignità  che  hanno  pel 


VITA  DI  PASQUALE  CODDÈ  XXIIt 

dilìcato  sentire  che  mal  diretto  si  muta  in  quella  licenza  che 
sfregia  T  umanità,  facendole  pascolo  ai  guasti  di  cuori,  che 
poi  come  fiori  in  molte  mani  passati  le  gittano  e  disprezzano 

A  compiere,  o  lettore^  l'idea  della  mente  e  del  cuore  di 
mio  padre ,  mi  basti  aggiugnere  di  volo  che  fu  cortese  con 
tutti ,  confidente  con  pochi  ,  amante  di  soHtudine  ,  lon- 
tano dair  adulazione.  Più  per  rito  del  suo  tempo  che  per 
estro  compose  sonetti  e  canzoni  non  poche  per  nozze ,  e 
per  vittorie ,  per  pubbliche  e  private  calamità  od  allegrezze, 
tenendosi  air  imitazione  classica.  Varie  di  cotah  composizioni 
sono  stampate  in  raccolte  di  poesie. 

Fu  minuto  annotatore  de'  pubblici  e  privati  avvenimenti , 
e  delle  epoche  de'  fatti  ,  giudicandoli  secondo  Y  opinion  sua. 
Sospirò  sempre  ,  e  zelò  il  trionfo  della  religione  ,  e  non  si 
dimenticò  mai  dei  dì  felici  dell'  immortale  Maria  Teresa.  Sem- 
pre perciò  divoto  all'augusta  regnante  Casa  d'Austria,  guardò 
Napoleone  qual  flagello  dell'Europa  fino  dai  primi  momenti 
del  muggire  de'  pubblici  passati  disastri ,  imprecando  alla 
terribile  rivoluzione  che  scoppiò  col  frangersi  del  busto  di 
Necker ,  e  si  consumò  colla  testa  dell'  infelice  Luigi  XVI  ; 
non  vedendo  in  quella  che  il  delirio  dell'empietà  contro 
gli  scettri  e  gli  altari  ,  un  disperato  indefinito  volere  che 
si  alzava  violento  per  afferrare  una  libertà  che  le  gene- 
razioni sentivano ,  ma  non  intendevano ,  perchè  ,  offuscate 
dalle  sconfortanti  dottrine  della  brutale  individua  indipendenza, 
che  la  triste  filosofia  d' allora  sia  collo  scherno ,  sia  colla 
malinconia  di  sofistica  eloquenza  pur  troppo  aveva  diffuse 
in  tutte  le  menti. 

Così  egli  andava  incontro  all'ultimo  sospiro  della  vita  senza 
una  consolatrice  speranza,  se  non  nel  Signore  ,  e  scriveva 
ad  un  amico  ^3  ma  intanto  dovremo  gemere  ,  mentre  crede- 
vamo di  gioire...  ed  a  forza  di  aspettare  siamo  ormai  inceneriti 
(17  dicembre  1825  lettera  al  Cardinale  Castiglioni.  Roma). 

Ma  tu  ora  ,  io  spero ,  beato  nella  contemplazione  della 
nuda  verità  eterna ,  nel  cospetto  del  sommo  bene ,  benedirai 
la  Provvidenza,  scorgendo,  come  la  pace  cristiana  vada  in- 
contro a  baciare  la  Giustizia  ! 


t 


MEDIORIE  BIOGRAFICHE 


-Jt 


L'uomo  istruito  dalle  scoperte  de'suoì 
padri,  ha  ricevuta  Teredità  decloro 
pensieri^  Questo  è  un  deposito  che 
egli  è  neirobbligo  di  trasmettere  a' 
suoi  discendenti  aumentalo  con  al- 
cune idee  sue  proprie. 
Scienza  della  legislazione.  Lib.  I.®,  pag.  i3. 


AD 

!.  Adamo  mantovano.  —  È  noto  che  questo  scultore 
nacque  in  Mantova ,  ma  non  ne  sappiamo  Y  anno.  Studiò 
m  Roma  V  intaglio  a  bulino  e  vi  riuscì  di  tale  celebrità 
elle  del  1670  intagliava  con  diligenza  e  maestria  molte  opere 
di  Andrea  Mantegna,  di  Raffaele  Sanzio;  ed  in  settantatrè 
pezzi  eseguiva  gli  Angeli  del  Buonarotti.  Si  acquistò  pure 
lode  molta  nell'  intagliare  varie  opere  di  Fra  Sebastiano  del 
Piombo  non  che  di  altri  pittori  di  quel  fioritissimo  secolo. 

Nelle  sue  opere  per  la  più  parte  incidevaquesta  cifra 
per  cui  v'ha  opinione  probabile  eh'  ei  fosse  della  famiglia 
Speroni. 


4  AL 

Il  Gel.  Abate  Bettinelli,  in  una  nota  al  suo  Trattato  delle 
Arti  mantovane,  dice,  che  in  un  libro  de*  misteri  del  Rosa- 
rio di  Fra  Luigi  da  Granata,  stampato  in  Roma  del  i573, 
si  fa  menzione  di  lui,  chiamandolo  Adam  Sculptor 
Manto\>anus. 

Di  altre  più  esatte  particolarità  di  sua  vita  nulla  si  è 
ancora  scoperto  si  che  ignorasi  perfino  l' epoca  ed  il  luogo 
<Ii  sua  morte. 

2.  Albarini  RAFFAELE.  —  Da  UH  codiciUo  di  testamento 
di  Andrea  Mantegna  si  scopre  la  condizione  di  quest'  uomo. 
Imperocché  vi  dichiara  non  volere  a  testimonii  di  sua  ul- 
tima volontà  che  pittori,  cosicché  in  calce  a  quello  tro- 
vandosi sottoscritto  il  celebre  Battista  Fiera  ed  il  nostro 
Albarini ,  è  bastante  argomento  che  codesto  era  pittore ,  e 
pittore  da  non  meritare  l' infamia  dell'  obbHo.  Trovasi  an- 
che inscritto  nei  registri  de'  pittori  che  lavoravano  al  T. , 
e  vi  è  chiamato  allievo  del  Mantegna.  Opere  tuttavia  che 
sieno  fino  qui  riconosciute  di  suo  particolare  pennello  non 
ce  ne  vennero  indicate. 

3.  Alfonso  da  Mantova.  —  Di  sua  vita  non  si  conosce 
se  non  che  egli  viveva  del  i53o,  e  che  a' tempi  del  Man- 
tegna aveva  nominanza  di  ottimo  scultore.  Rimaneva  uni- 
camente di  sue  opere  la  statua  che  aveva  lavorato  di  bronzo 
di  Pietro  Pomponazzo  filosofo  mantovano,  e  a  doppio 
oggetto  riverentemente  conservavasi  ancora  in  Mantova 
del  1 796  nel  tempio  di  S.  Francesco  de'Minori  Osservanti, 
ma  ciò  che  aveva  risparmiato  F ingiuria  de' tempi,  distrusse 
il  furore  degli  uomini  in  quell'  epoca  di  dolorosa  e  sciau- 
rata  memoria.  La  sua  buona  fama  però  non  perirà  mai. 

4.  Anastasio  mantovano.  —  Non  se  ne  sa  il  casato, 
ne  l'epoca  di  nascita,  e  niuno  autore  ha  fatto  di  lui  men- 
zione* Colpa  della  fatale  pestilenza  che  a'  suoi  tempi  mie- 


AN  5 

teva  in  Mantova  tante  vite  da  lasciare  sì  grande  sbigotti- 
mento e  confusione  nelle  menti  de'  risparmiati  che  questi 
non  delle  cose  d'  altri ,  ma  a  mala  pena  di  loro  esistenza 
si  curavano. 

In  sì  grande  lutto  non  mancava  però  la  magnificenza 
dei  Gonzaga  di  animare  il  genio  delle  arti.  Imperocché 
sotto  gli  auspicii  di  Federigo  Giulio  Romano  immortalava 
Mantova  colle  opere  stupende  del  suo  pennello.  Egli  è  per 
una  lettera  di  questo  a  quello  diretta  in  data  del  primo  ot- 
tobre i53i,  che  sappiamo  che  la  loggia  deUa  corte  veniva 
dipinta  da  Anastasio  insieme  a  Vicenzo  Bresciano.  Così  lo 
stesso  Giulio  con  altra  lettera  dei  1 4  di  quel  mese  assicura 
il  suo  Duca  che  entro  il  Castello  le  pitture  procedevano 
assai  bene ,  e  che  quelle  della  fabbrica  nuova  sarebbero  ri- 
sultate belle  assai,  lavorandovi  Anastasio.  Fuori  del  ponte 
di  S.  Giorgio  esistevano  archi  trionfali  pomposamente 
eretti  da  Federigo  alla  venuta  di  Carlo  V  in  Mantova,  ed 
Anastasio  co'  suoi  figli  vi  avevano  prestata  la  loro  opera. 
Questi  figli  erano  due.  Bruno vo  e  Giulio,  ambo  discepoli  di 
Giulio  Romano.  Ad  Anastasio  poi  fu  maestro  il  Mantegna. 

5.  Andreani  ANDREA.  —  Fu  csimio  iucisore  a  bulino  e 
ad  acqua  forte  ed  intagliatore  in  legno.  Fiorì  sulla  fine  del 
secolo  XVI.  Imitava  così  bene  la  maniera  del  celebre  Alberto 
Durerò  che  veniva  chiamato  il  piccolo  Alberto.  Delle  opere 
di  sua  invenzione  non  fuggirono  alla  rovina  del  tempo  che 
quelle  stupendamente  lavorate  di  legno  nel  bellissimo  pa- 
vimento della  cattedrale  di  Siena.  Tu  quivi  ammiri  di 
quanta  robustezza  e  verità  di  pensiero,  e  con  quale  facilità 
informasse  le  sue  opere ,  parendoti  vedere  nelF  Abramo 
che  sta  per  sagrificare  il  suo  Isacco  Y  obbedienza  dell'uomo 
in  dolore  che  non  dubita  fare  il  comando  di  Dio,  e  pare 
ne  speri  conforto  di  liberazione;  nel  Mose  che  sul  Sinai 


6  AN 

riceve  le  Tavole  della  legge,  la  viva  penetrazione  della  di- 
vinità; nel  Mosè  che  le  spezza,  l'entusiasmo  dello  zelo:  e 
nel  Mose  percuotente  la  pietra  che  ne  dà  acqua  la  fidanza 
in  Dio,  e  il  rimprovero  alla  dura  nazione.  V'ha  di  lui  nel 
pavimento  stesso  un'Eva  ginocchioni,  ancora  colle  traccie 
della  bella  innocenza  :  un  ingenuo  Abele  che  cordialmente 
a  Dio  sacrifica.  E  pure  di  sua  mano  il  fi^egio  istoriato  di 
questo  pavimento ,  lavoro  di  tant'  arte  che  V  arte  stessa 
non  vi  scorgi.  Opere  degne  di  questo  grande  artista,  e  for^ 
manti  ancora  la  delizia  degli  intelligenti  sono  le  incisioni 
a  chiaroscuro  di  alcuni  rari  disegni  di  Giovanni  da  Bolo- 
gna e  del  Beccafumi ,  come  pure  la  incisione  del  trionfo 
di  Cristo  del  Tiziano ,  e  Y  intaglio  diligentissimo  di  una 
prospettiva  scenica  di  Bartolomeo  Neroni  sanese,  detto 
Maestra  Riccio,  L' Italia  poi  ha  ben  donde  saper  grado  a 
questo  celebre  incisore  che  le  ha  conservati  colle  sue  esat- 
tissime incisioni  i  famosi  disegni  de'  trionfi  di  Giulio  Ce- 
sare stati  dipinti  dal  Mantegna  nel  palazzo  di  S.  Sebastiano 
in  Mantova;  palazzo  da  Francesco  II  Gonzaga  M.^  IV 
fatto  erigere  appositamente  per  F  esecuzione  di  quelli! 

Andreani  eseguiva  questo  lavoro  del  i  Sgg.  Ne'  suoi  la- 
vori usava  di  varie  cifre  a  indicare  il  suo  nome  e  cognome , 
e  le  più  comuni  erano  di  queste  due  forme //^e  della 
prima  servivasi  piii  che  della  seconda.  Nei  dieci  fogli  d'in- 
cisione dei  suddetti  Trionfi  di  Cesare  vi  è  la  seconda  cifra. 

6.  Andreasi  IPPOLITO.  —  Quest'  è  pittore  conosciuto 
sotto  nome  di  Andreasino.  Fu  discepolo  di  Giulio  Roma- 
no Molti  scrittori,  e  tra  i  moderni  il  Lanzi ,  ma  più  sicu- 
ramente le  sue  opere  lo  pongono  tra  i  valenti  dipintori 
del  suo  tempo.  Del  1607  era  ancora  vivente. 

Le  belle,  anzi  ammirabili  dipinture  di  cui  nella  gentile  e 
simmetrica  cattedrale  mantovana  va  ornata  la  cupola  colle 


AN  7 

sue  vele,  co*  suoi  archi  sono  lavorate  da  questo  pittore,  di 
compagnia  di  Teodoro  Gliigi  altro  pittore  mantovano 
creato  di  Giulio.  La  volta  sopra  Y  aitar  maggiore,  e  le 
due  volte  laterali  alla  cupola,  non  che  tutto  il  corpo  di 
fabbrica  che  le  sostengono  formanti  le  braccia  della  croce 
del  tempio  e  le  pareti  laterali  al  presbiterio  che  mostrano 
superiormente  i  due  concilii  adunatisi  in  Mantova  da  Ales- 
sandro H  nel  1 064  e  da  Pio  1 1  nel  1 4^9  sono  pure  di- 
pinti di  questi  due  amici  pittori. 

Nell'antica,  anzi  primitiva  chiesa  di  Mantova,  a  S.  Leo- 
nardo intitolata ,  v'  ha  un  quadro  a  chiaroscuro  rappresen- 
tante il  giudizio  finale  che  è  tutto  dell'  Andreasino. 

Nel  maestoso  tempio  di  S.  Andrea,  entro  la  grande 
cappella  di  proprietà  della  compagnia  del  Preziosissimo,  a 
destra  tu  conosci  di  questo  artista  un  quadro  in  tela  della 
Vergine  Annunziata,  la  quale  tutta  tenera  traspare  di  una 
bellezza  e  grazia  propria  di  Paradiso,  ed  a  sinistra  altro 
suo  quadro  su  cui  havvi  un  angelo.  In  S.  Barnaba,  di  sua 
mano  vi  è  ancora  un  quadro,  su  cui  vedesi  in  casa  del  Fa- 
riseo la  Maddalena  con  tanta  espressione  sublime  di  pen- 
timento ,  e  d' immenso  amore  divino ,  che  ti  pare  tutta 
accesa  del  vivo  elogio  del  Redentore  :  —  molto  amasti, 
ti  sono  rimesse  le  colpe. 

La  gentilezza  del  disegno,  la  leggiadria  delle  figure,  la 
maniera  del  colorito  ti  avvertono  pure  che  la  natività  e 
r  assunzione  di  Maria  Vergine  in  due  dipinture  a  fresco 
ai  lati  della  cappella  dei  signori  Conti  Facchini  sono  opere 
di  questo  valente. 

I  varii  ripartimenti  del  quadro  del  coro  della  soppressa 
chiesa  di  S.  Francesco  erano  lavori  dell' Andreasino ,  ma 
non  sono  più.  Nel  coro  della  Chiesa  d'  Ognissanti  vi  è  di 
prospetto  un  quadro  in  cui  campeggiano  S.  Benedetto  e 


8  AN 

S.  Cliiara,  attorniati  da  moltitudine  di  Santi,  aventi  tirtti 
espressione  corrispondente  al  carattere  di  ciascuno,  e  cour^ 
servanti  unità  d'azione.  La  maniera,  il  colorito,  e  le  mo- 
venze te  lo  accertano  dell' Andreasi ,  e  se  fino  a  qui 
ninno  scrittore  mantovano  lo  ha  accennato,  si  fu  certamente 
che  per  riconoscerio  è  necessaria  osservazione  assai  per 
isceverarvi  le  fattevi  sconciature  di  qualche  malnato  impe- 
rito ristauratore,  che  dilavandolo  ne  ha  tolto  il  forte  ed  il 
vivido  colorito. 

Da  una  lettera  del  2  Aprile  1 58 j  del  Principe  Vin^ 
Genzo  I.  Gonzaga  sappiamo  che  il  nostra  Ippolito  lavorava 
al  T.  e  dipingeva  la  battaglia  del  Taro^  tra  il  Marchese 
Francesco  II  ed  il  re  Carlo  Vili  di  Francia.  Lavorò  as- 
sai questo  pittore  per  quello  splendido  e  generoso  di 
Don  Giovanni  Gonzaga. 

Tu  illustre  famiglia  di  quel  sommo  che  ognuno  sa  chi 
fu,  di  Baldassare  Castiglioni,  onorava  e  stimava  il  nostra 
Andreasi  ,  e  nei  manoscritti  dell'  Archivio  di  quella  trovasi 
che  un  giorno  mandavalo  ad  incontrare  sino  alla  Chiesa 
delle  Grazie  con  cavalli  e  carrozze  per  condurlo  a  Casatico , 
loro  villeggiatura  per  eseguirvi  dipinti  che  per  mala  sorte 
non  si  nota  che  fossero. 

7.  Anteo.  — Avremmo  perduta  ogni  memoria  di  co- 
desto artista  mantovano ,  quando  negli  archivii  della  sullo- 
data  famiglia  Castiglioni  non  se  ne  fosse  tenuto  conto. 
Trovasi  in  questi  eh'  era  eccellente  intarsiatore  e  che 
del  1 564  eseguiva  con  rara  eleganza  un.  ornamento  a  con- 
torno di  im  quadro  in  cui  vi  era  ritratta  una  Giulia  Casti- 
glioni, monaca  di  S.  Giovanni  Evangelista,  e  che  del  iSjj 
intagliava  per  quella  famiglia  un  archibugio  di  raro  e 
fino  disegno. 

8.  Arcari  GIROLAMO.  —  Qucsti  era  architetta,  e  viveva 


AZ  9 

sul  principiare  del  i4oo.  L'ingegnoso  edificio  delle  seghe 
de'  legnami ,  che  ha  movimento  dall'  urto  delle  acque  del 
lago  che  vanno  alla  china,  viene  ammirato  da  ogni  intel- 
ligente viaggiatore,  ed  è  opera  d'  invenzione  del  nostro 
Arcari.  Ne  fece  di  molte  altre,  ma  non  se  ne  ha  più  re- 
lazione. 

Giovanni  Benivolo  da  Pietole  nel  sesto  canto  di  un  suo 
poema  in  onore  di  Federigo  Gonzaga  Marchese  V  di 
Mantova,  onorevolmente  lo  ricorda  dicendolo  : 

«  Titulo  insignis,  selectus  in  omnem  curam  urbis. 

Del  che  se  ne  trae  che  egli  era  vicario  della  città  e  pre- 
fetto delle  fabbriche  marchionali.  Se  non  se  ne  sapesse 
altro,  dall'essere  stato  insignito  di  tal  carica  sotto  que'dottis- 
simi  mecenati  degli  ingegni  n'avrebbe  abbondanza  di  elogio. 

Q.  AzzALiNi  ANTONIO  MARIA.  Architetto  5  Ingegnere.  — 
Egli  fu  tra  matematici  idraulici ,  e  meccanici  de'  più  illustri 
eh'  avesse  Mantova  a'  suoi  tempi.  Era  prefetto  generale 
delle  acque  di  questo  ducato ,  e  fra  le  insigni  sue  opere  è 
famosa  quella  della  riedificazione  del  Ponte  de'  Mulini  di 
Mantova.  L'  altezza,  la  vastità,  e  la  lunghezza  di  questo 
Ponte,  tra  loro  così  in  aimonia,  considerare  la  fanno  tra  le 
fabbriche  le  più  bene  intese  d' Italia. 

La  grandiosa  opera  del  nuovo  sostegno  di  Governolo 
era  disegno  di  questo  celebre  ;  disegno  che  riscosse  1'  am- 
mirazione de'  più  celebri  matematici  d'  Europa.  Veniva 
nel  Settembre  del  1754  incominciato  questo  lavoro  sotto 
gli  auspicii  dell'illustre  ministro  Conte  Beltrame  Cristiani, 
il  quale  di  quell'  anno  stesso  morendo  tolse  la  occasione 
propizia,  affinchè  fosse  quell'  opera  ridotta  alla  sua  per- 
fezione. 

Soave  ne'  costumi,  e  profondo  in  sapere,  negli  anni  67 
di  sua  vita,  nel  1754?  mancava  alle  arti  belle,  e  con 

3 


IO  AR 

dolore  d'  ognuno  di  que'  che  intendono  il  vuoto  che  la- 
sciano questi  rari  ingegni.  Nel  tempio  soppresso  dei  P.  P. 
Cappuccini,  ove  egli  fu  sepolto,  era  la  seguente  lapida. 

NIL .  PRO  .  SE  .  MAGNA  .  PRO  .  CIVIBVS  . 
EXPOSVIT  .  SVSTINVIT  .  SVPERAVIT  . 
MODICVM  .  NON  .  PETIT  .  ANTONIVS  .  MARIA 
AZZALINI  .  GENERALIS  .  AQVARVM 
PRAEFECTVS  .  DEVIXIT  .  DIE  .  NAT  . 
D  .  ANNO  .  MDCCLIV  .  AETATIS  .  LXVII  . 

10.  Arzenti  bernardino.  — Un  decreto  di  Francesco  IL 
Gonzaga  Marchese  IV  di  Mantova  segnato  agli  8  di 
Marzo  i5oo  chiarisce  che  l'Arzenti  era  pittore,  figlio  di 
certo  Giovanni,  e  che  per  la  riuscita  sua  nella  Scuola  Man- 
tegnesca  se  lo  ascriveva  tra  i  pensionati  di  corte.  Codesto 
•è  pel  suo  merito  e  per  la  sua  valentia. 

1 1 .  Baldini.  Pittore  paesista.  —  La  sua  maniera  lo 
dà  per  iscolaro  o  certo  imitatore  del  celebre  Castiglione  ge- 
novese. Di  lui  non  sono  rimasti  che  quattro  paesi  in  cui 
mirabilmente  sono  disposti  al  naturale  branchi  di  pecore, 
bifolchi  e  capanne.  La  nobile  famiglia  Giusti  da  Verona 
li  possiede,  e  lo  scrittore  Conte  Dal  Pozzo  nelle  vite  dei 
pittori  veronesi  ce  ne  dà  la  descrizione. 

12.  Barca  Giovanni  battista.  Pittore.  — Era  nativo 
da  Mantova.  Da  giovinetto  andò  a  studiare  di  pittura 
a  Verona.  L*  abate  Lanzi  lo  pone  fra  gli  artisti  della 
scuola  veneta ,  e  V  erudito  Avvocato  Leopoldo  Camillo 
Volta  inclina  a  crederlo  scolaro  del  Feti ,  che  di  quel 
tempo  chiaramente  viveva  in  Verona.  Certo  si  è  che 
desso  fioriva  del  i56o.  Il  suo  stile  è  vario,  però  sempre 
animato  da  nuove  leggiadrie  e  nuove  grazie,  talché  le  sue 


BA  '  I, 

opere,  vedute  maiavigliose,  gli  acquistarono  il  cavalierato 
di  Cristo.  I  dipinti  di  questo  pittore  venuti  a  nostra  co- 
gnizione trovansi  tutti  a  Verona.  Nel  tempio  di  S.  Fermo 
v'  Ila  una  Pietà  di  assai  buon  gusto:  in  S.  Nicolò  all'  al- 
tare dei  Carli  vi  è  la  Vergine  incinta  ritta  su^  jDiedi  :  in 
S.  Maria  della  Scala  le  due  ale  a  mano  destra  sono  la- 
voro di  suo  leggiadro  pennello;  nella  prima  stanno  S.  Gio- 
vanni, S.  Andrea,  la  Maddalena,  S.  Girolamo;  nella  se- 
conda V*  è  il  martirio  de'  SS.  Crispino  e  Crispiniano;  al 
lato  destro  di  questo  medesimo  tempio,  al  quinto  altare, 
vi  è  replicato  il  detto  martirio,  ma  a  sommo  egli  vi  ha 
aggiunto  la  Triade.  Alla  Vittoria,  nella  cappella  maggiore, 
conservasi  un  quadro  della  visitazione  della  Vergine;  in 
S.  Giovanni  della  Beverara ,  un  S.  Giovanni  evangelista; 
in  S.  Bernardino  al  lato  destro  della  Chiesa  al  primo  al- 
tare è  ammirando  il  quadro  che  ha  la  Madonna  in  alto 
e  S.  Francesco  e  Giovanni  in  basso. 

Il  Pier  Zaffata  nella  sua  cronaca  di  Verona  riferisce  avere 
questo  pittore  compiti  i  suoi  giorni  in  età  avanzata. 

1 3.  Baroni  siro.  Pittore,  —  Era  il  Baroni  socio  acca- 
demico di  Mantova  sino  dal  1754-  La  sua  maniera  non 
esciva  della  mediocrità  e  piuttosto  che  facile  era  diligente. 

In  una  cappella  di  S.  Ambrogio  esisteva  di  questo  pittore 
un  Cristo  mostrato  al  popolo;  ma  colla  distruzione  del 
tempio  del  1789  si  perdette  pure  anche  questo  quadro. 
In  S.  Andrea  nella  cappella  contigua  alla  grande  v*  ha  di 
lui  una  tavola  su  cui  è  la  Vergine  del  Rosario,  S.  Camillo 
de'  LeUis ,  i  SS.  Crispino  e  Crispiniano.  In  S.  Caterina 
v'  è  ancora  un  quadro  dimostrante  la  Vergine  in  trono 
avente  il  bambino  in  su  le  braccia,  ed  attorno  come  in  cor- 
teggio le  stanno  S.  Giuseppe ,  S.  Luigi  Gonzaga,  e  l'An- 
gelo Custode. 


12         •  BA 

V'erano  di  lui  in  Mantova  altre  pitture  clie  ora  non 
sono  più  5  perchè  disperse  o  distrutte  dalle  vicende  degli 
ultimi  tempi  di  guerra. 

1 4.  Bazzani  GIUSEPPE.  Pittore.  —  Ebbe  questi  a  mae- 
stro Giovanni  Canti  parmigiano  che  lavorava  in  Màntòva 
verso  la  metà  dello  scorso  secolo.  Il  molto  ingegno ,  la 
penetrazione  e  la  immaginazione  sua  fecondissima,  colti- 
vata ed  aumentata  da  lui  per  la  lettura  della  sacra  e  pro- 
fana storia  e  de' poeti  classici,  lo  studio  profondo  e  con- 
tinuo sui  capilavori  del  Mantegna ,  di  Giulio  Romano, 
di  Paolo  Veronese,  del  Rubens^  ne  lo  crearono  di  più 
viva  e  bella  maniera  che  il  maestro,  che  perciò  se  lo  lasciò 
dietro  di  gran  lunga,  quantunque  buona  fama  di  egregio 
ei  pure  goda.  E  però  a  giudicare  rettamente  delle  opere 
di  esso  fa  d'  uopo  avere  innanzi  la  mente  le  diverse  sue 
età ,  poiché  ciascun  uomo  che  sale  lo  fa  progressivamente 
sì  nel  fisico  che  neir  intelletto ,  e  questo  poi  più  o  meno 
rapidamente,  secondochè  o  la  materiale  conformazione  ne  lo 
permetta,  o  le  circostanze  o  la  occasione  ne  lo  favoriscano. 
E  pertanto  il  nostro  Bazzani  parve  rinfocolato  per  li  due 
modi.  Imperocché  ai  dodici  anni  dipingeva  i  quadretti 
della  Via  Crucis  che  si  conservano  pur  oggi  nel  tempio  di 
S.  Barnaba  in  Mantova,  i  quali  ancora  che  manchevoli  d'ar- 
te, vi  è  però  dentro  un'eccessiva  brama  a  divenire  pittore. 
Giovanetto  parimenti  un  giorno,  lunghesso  la  strada,  viene 
incontrato  dal  Cavaliere  Conte  Giacomo  Biondi,  uno  allora 
tra  consiglieri  accademici  delle  belle  arti,  ne  lo  chiama  a 
se  e  lo  eccita  a  disegnargli  sull'istante  il  cadere  di  Paolo  da 
cavallo ,  allorachè  fu  abbagliato  da  una  luce  che  rifulse 
dal  cielo,  udendo  dappoi  il  perche  mi  perseguiti  di  Cristo. 

Il  Bazzani  entra  in  un  vicino  caffè  e  con  tanta  fran- 
chezza ,  e  leggiadria  disegnò  a  penna  il  datogli  soggetto 


BA  ^  i3 

che  generoso  il  Biondi,  e  mosso  d'  ammirazione,  enco- 
miandolo lo  regalava  di  venti  zecchini,  recando  seco  il  di- 
segno che  gelosamente  tenne  sempre  presso  di  se  guar- 
dando con  gioja  i  progressi  di  questo  giovane. 

A  tanta  aspettazione  questi  ben  corrispose ,  poiché 
a  tale  forza  di  arte  toccò  che  quanto  veloce  la  sua  mente 
era  nel  creare ,  altrettanto  facile  divenne  la  sua  mano  al- 
l'opera,  cosicché  sentendosi  abbastanza  gagliardo,  meditato 
che  si  avesse  nello  intelletto  il  tema  da  dipingere ,  ponevasi 
all'opera  senza  ne  schizzi,  ne  modelli;  che  se  li  faceva  in- 
nanzi operare  li  gettava  alle  fiamme,  poiché  ne  li  soleva 
chiamare  ostacoli  allo  slancio  dello  ingegno.  Negli  scorci 
poi  questo  artista  divenne  assai  valente ,  e  dava  tale  verità 
alle  figure  che  in  tutte  traspiravano  gli  umani  affetti  di 
modo  che  viva  e  commossa  persona  non  più  vivi  espri- 
mere li  potrebbe. 

Per  questa  gagliardia  e  facilità  sua  fu  fecondissimo  di 
opere,  delle  quali  però  molte  ancora  tro vansi  in  Mantova  ed 
in  Ferrara,  ma  più  assai  ne  dispersero  gli  orribili  e  procel- 
losi giorni  di  sangue ,  di  rapine  e  di  sacrilegi  nel  finire  del 
passato  secolo,  e  nell'entrare  di  questo,  quando  la  sfrenata 
licenza  con  lusinghiera  voce  di  libertà  die  guasto  ai  costu- 
mi ed  alle  ricchezze  d'Italia,  ed  atterrò  tempii  disperden- 
dovi sciauratamente  e  sacro  e  bello.  E  pertanto  del  1784, 
soppressa  e  fatta  piazza  della  chiesa  di  S.  Silvestro  in  città, 
si  perdette  del  nostro  autore  un' Annunziata  cosi  dagli  scu- 
ri staccata  che  ti  sembrava  bella  scultura  anzi  che  dipinto, 
cui  erano  attorno  S.  Antonio  da  Padova  ed  un  Santo  Ve- 
scovo. Del  1801,  conversi  la  chiesa  e  il  convento  di  S.Cate- 
rina da  Siena  in  magazzino  militare,  si  distrusse  un  S.  Tom- 
maso d'Acquino  in  atto  di  scrivere  di  presenza  a  SS.  Pietro 
e  Paolo.  U  1810  spogliata  e  soppressa  la  Chiesa  de'Cap- 


i4  BA 

puccini  si  perdettero  le  tavole  degli  altari,  le  quali,  salvo 
una  che  era  di  Vincenzo  Campi  cremonese,  le  altre  tutte 
erano  di  pennello  del  Bazzani,  e  tra  questi  sopra  le  altre 
bella  era  una  Concetta  che  fu  posta  all'altare  di  S.  Spirito, 
ma  fatalmente  chiuso  pur  questo  tempio  la  si  smarrì  colle 
altre. 

In  S.  Francesco,  ora  arsenale  d'artiglieria,  era  una  S.  Mar- 
garita da  Cortona.  In  S.  Croce  vecchia  nel  primo  altare 
alla  destra  vi  era  la  bellissima  tavola  colla  Nostra  Donna 
col  bambino  e  con  S.  Anna  a  sommo,  e  al  basso  S.  An- 
selmo nostro  patrono,  e  nell'altare  che  è  presso  al  maggiore 
stava  altra  tavola  rappresentante  un  Cristo  morto  sostenuto 
dalla  Vergine  e  dalla  Maddalena,  e  dalle  altre  Marie,  così 
bella  e  toccante  che  solo  chi  1'  ha  veduta  può  dire  il 
grave  danno  della  perdita.  Così  nelF  oratorio  interno  di 
questa  chiesa  v'erano  due  ovali  uno  della  Vergine  col  bam- 
bino cui  S.  Anselmo  bacia  un  piede  e  V  altro  del  transito 
di  S.  Giuseppe  con  tanta  verità  d'espressione  che  di  più 
non  era  possibile.  Fuori  di  porto ,  nella  chiesa  dell'  eremo 
di  Camaldoli,  erano  dipinti  in  due  altari  laterali  S.  Bene- 
detto e  S.  Romaldo.  In  S.  Giovanni  Evangelista,  fatto  quar- 
tiere militare,  sulla  porta  della  chiesa  era  dipinta  a  fresco 
la  Vergine  col  bambino,  S.  Giovanni  Evangelista  e  S.  Be- 
nedetto, ed  entro  sul  primo  altare  era  s.  Marco  in  atto  di 
benedire  alcuni  infermi  da  cui  traspariva  sì  fattamente  la 
brama  e  la  fiducia  per  la  salute,  che  nulla  più.  In  S.  Mat- 
teo, aveva  dipinto  un  quadro  di  un  crocifisso  tra  S.  Mat- 
teo e  S.  Girolamo  meditabondi  e  commossi  da  tanto  spet- 
tacolo d' amore.  La  lunetta  a  fresco  del  convento  del  Soc- 
corso; una  S.  Margarita  da  Cortona  sostenuta  da  un  An- 
gelo in  S.  Spirito;  i  quadretti  dei  miracoli  di  S.  Camillo 
de'  Lellis  in  S.  Tomaso  erano  opere  del  Bazzani  da  far 


BA  i5 

tinomanza  a  chiunque  le  potesse  imitare.  In  casa  l'abate  Fi- 
lippi ex-carmelitano,  allora  aggiunto  alla  R.  biblioteca  di 
Mantova,  era  in  un  piccol  quadro  una  Venere  con  a  lato  un 
Cupido,  e  l'uno  e  l'altro  sì  morbidi,  sì  graziosi  che  non  colori 
ma  carne  candida  e  dilicata  pareva  che  tu  scorgessi.  I  mae- 
stri in  pittura  fratelli  Bottani,  al  lodare  piuttosto  difficili  che 
no ,  e  che  del  nostro  Bazzani  non  mostravano  grande  sti- 
ma, in  veggendo  questo  portento  d'arte,  e  non  sapendo  a 
chi  fosse,  lo  giudicarono  del  Correggio.  Tanto  la  imma- 
ginazione condotta  dall'invidia  a  coprire  all'intelletto  la  ve- 
rità sentita  dall'  intimo  dell'  animo  ! 

Evvi  nella  parrocchia  di  Re  vere  una  Madonna  di  eccel- 
lente disegno,  ed  entro  la  Canonica,  di  prospettiva  all'orto, 
si  conserva  un  Elia  con  appresso  un  Angelo  lavorato  a  fre- 
sco morbidamente  assai  e  con  diligenza  e  perfezione  di  co- 
lorito, che  finora  vinse  più  l'arte  che  le  ingiurie  cui  è  espo- 
sto per  le  stagioni.  Fece  a  olio  in  un  quadretto  lo  sposalizio 
di  Nostra  Donna  di  bellissima  e  perfetta  maniera.  Questa 
lodevolissima  pittura  è  oggidì  appresso  Ruggero  Conti  ama- 
tore passionato  di  belle  arti,  che  la  tiene  di  quel  merito 
che  ella  è.  In  casa  dei  conti  Biondi  dipinse  quattro  grandiosi 
quadri  in  tela  con  due  soprauscii:  sono  storie  di  Alessandro 
il  Macedone,  tra  cui  campeggia  quella  che  ti  mostra  il  Con- 
quistatore del  Mondo  che  doma  il  Bucefalo,  in  cui  l'ardire, 
la  fermezza  e  la  movenza  sono  tanto  vivamente  espresse 
che  nulla  meglio  si  potrebbe.  In  questi  lavori  si  vede  la 
non  servile  imitazione  del  Rubens.  Sonovi  in  S.  Barbara, 
chiesa  della  reale  corte,  la  Concezione  in  gloria  e  sotto 
S.  Luigi  Gonzaga  e  S.  Margarita;  in  S.  Egidio,  in  mezzo 
al  coro,  un' Annunciata  e  quattro  quadri  laterali;  in  S.  Mau- 
rizio due  storie  di  S.  Pio  V,  in  Ognissanti  la  tavola  in  se- 
guito all'altare  del  S.  Giovanni  Battista  e  i  due  freschi  nel 


i6  BA 

coro;  in  S.  Pietro  nella  cappella  presso  il  Battistero  un 
Cristo  battezzato  da  S.  Giovanni,  nell'oratorio  della  Ma- 
donna del  Canossa  la  nascita  del  bambino  Gesù  ed  il  Cristo 
morto  tenuto  in  grembo  alla  madre;  tutte  opere  condotte 
maestrevolmente  da  averne  gloria  qualunque  famosa  città 
in  cui  si  stimi  forza  d'  ingegno. 

Siccome  poi  dicemmo  secondo,  le  età  e  lo  studio  avere 
praticato  diverse  maniere,  così  l'ultima  sua  certamente  lo 
fe'  toccare  a  quel  punto  che  da  Dio  gli  era  dato.  Imperoc- 
ché vi  è  di  lui  al  Monte  di  Pietà  in  Mantova  un'  ascensione 
di  Nostra  Donna  con  in  basso  gli  Apostoli  che  stanno  alla  sua 
tomba,  mirando  la  sindone  in  cui  s'avvolgeva  quel  sacra- 
tissimo  corpo,  atteggiati  e  mossi  da  rivex^ente  ed  alto  stu- 
pore che  non  si  potrebbe  dire  ne  fare  meglio.  Pieni  di  spi- 
rito e  maestria  sono  pure  le  storie  di  Ester  e  di  Giuditta , 
il  S.  Francesco  d'Assisi  e  la  Nostra  Donna  col  bambino 
adorati  da  S.  Giuseppe  e  da  S.  Antonio,  e  le  altre  sei  storie 
tratte  dalla  Scrittura  Santa,  ed  i  freschi  che  ti  pajono  dipinti 
pur  ora  alla  volta  del  corolla  Fede,  la  Speranza  e  la  Carità 
circondate  da  moltissimi  angeli  fra  nubi  da  parerti  in  cielo, 
opere  che  fanno  ornamento  distintissimo  in  S.  Carità.  In 
S.  Barnaba  vi  è  un  S.  Romoaldo  che  dorme  e  sogna,  e  in 
quel  placido  sonno  del  giusto  traluce  lo  spirito  che  ve- 
glia e  vede  con  gioja  i  suoi  figli  salienti  al  cielo.  Opera 
di  tanto  effetto  e  condotta  con  tanta  facile  e  spiritosa  fan- 
tasia, che  al  dire  del  Cadioli,  c  di  ogni  intelligente,  baste- 
rebbe sola  ad  immortalare  un  artefice. 

Ebbe  il  nostro  autore  e  più  l' ebbero  le  belle  arti  la  sven- 
tura che  verso  gli  ultimi  anni  suoi  cadde  dall'alto,  cosic- 
ché divenne  storpio  e  di  mal  concia  salute  da  non  lasciarlo 
più  atto  al  pennello.  Fu  direttore  della  I.  R.  Accademia  di 
belle  arti  mantovana  e  morì  in  patriali  1 7  Agosto  del  1 769  in 


BE  17 

età  d' anni  79.  Dolse  a'  concittadini  suoi  la  perdita  di  lui  che 
desiderio  sommo  lasciava  di  se  per  ingegno  e  mitezza  di 
animo  e  soavità  di  costumi,  e  solo  s'ebbe  conforto  die  la 
memoria  di  lui  onorata  e  grande  durerebbe  specialmente 
pegli  ultimi  suoi  capilavori. 

i5.  Bertani  GIAMBATTISTA  Architetto j,  pittore  e  sta- 
tuario —  Nacque  il  Bertani  in  Mantova  Tanno  i5i6  in 
tempi  fortunatissimi  e  per  gF  ingegni  che  vi  fiorivano  e 
pei  mecenati  che  li  rinvigorivano,  talché  il  suo  ingegno 
fino  dai  verdi  anni  suoi  trovò  d'allargarsi  studiando  pit- 
tura ed  architettura  in  Mantova  ed  a  Roma,  sotto  quella 
universale  e  gagliarda  mente,  che  ognuno  sa  chi  era,  di 
Giulio  Romano ,  anche  solo  bastevole  a  crear  la  gloria  della 
pittura  italiana.  Fu  tanta  la  riuscita  del  Bertani,  che  dopo 
la  morte  di  Giulio  tra  i  molti  onorati  suoi  scolari  che  in 
Mantova  lasciava  fu  egli  il  trascelto  da  Francesco  III  Gon- 
zaga Duca  II  a  compiere  varie  opere  d'architettura  inco- 
minciate, ed  anche  solo  disegnate  dal  suo  maestro  ed  in 
seguito  a  formarne  ed  a  gettarne  di  sua  invenzione  e 
a  dirigerne  quelle  degli  altri,  e  codesto  nella  prima  gio- 
vinezza di  appena  poco  più  di  quattro  lustri,  perocché  il 
decreto  del  Duca  che  a  ciò  lo  presceglieva  è  dato  il  1 2  Mag- 
gio del  1549,  ^^^'^  ^  pochi  mesi  dopo  la  morte  di 
Giulio.  I  modi,  le  espressioni,  e  gli  elogi  usati  da  quel  ma- 
gnifico Duca,  acciocché  il  Bertani  inprendesse  la  prefet- 
tura delle  fabbriche  ducali,  sono  tali  da  far  onore  a  qua- 
lunque società,  in  cui  la  vera  nobiltà  si  riponga  nel  retto 
uso  dello  ingegno,  e  nello  sforzo  a  conseguire  la  virtù  e 
d'intelletto  e  di  cuore  ed  in  cui  si  sapesse  che  il  vero  sag- 
gio che  sa  quanto  resti  ad  apprendere  dopo  l'appreso  non 
millanta  se  da  se  stesso  per  un  posto,  ma  dal  voto  pubblico 
vi  si  chiama  in  qualunque  luogo  si  fosse.  E  per  me  è  tanta 


i8  BE 

la  venerazione  per  simile  decreto  che  mi  penso  che  ognuno 
che  ha  buon  sentimento  civile  ed  urbano ,  gli  riuscirà 
gratissimo  che  alla  fine  di  queste  memorie  tutto  intero 
ne  lo  estenda  (5). 

E  pertanto  le  opere  del  Bertani  rimasteci  illese  a  tra- 
verso le  ingiurie  de'tempi,  e  le  rabbie  delle  guerre,  chia- 
riscono quel  principe  alto  conoscitore  del  vero  potere. 

Il  tempio  della  cattedrale  di  Mantova  di  magnifico  e 
simmetrico  disegno,  come  egli  è,  opera  è  tutta  di  Giulio 
morto  il  quale  gli  succedeva  il  Bertani  a  fedelmente  ter- 
minarla, ne  altro  v'introdusse  di  suo  che  la  connessione 
del  coro  che  v^  era  isolato ,  e  le  due  colonne ,  onde  è  so- 
stenuta ciascuna  delle  due  grandi  cantorie,  differenzian- 
dole dalle  altre  del  tempio  col  riportarle,  in  luogo  di 
ventiquattro,  come  è  costume,  in  venti  sole  scannellature  , 
rilevandone  le  coste  che  le  dividono  a  foggia  di  vergole  o 
bastoncini ,  e  sull'esempio  di  uno  stupendo  pezzo  di  colonna 
antica  veduta  dal  nostro  artista  in  Roma.  Anche  la  gran- 
diosa e  bizzarra  facciata  d'ordine  jonico  del  palazzo  Col- 
loredo  a  figuroni  giganteschi  e  fantastici,  non  che  molta 
parte  dell'  interno,  fu  egregiamente  condotta  dal  Bertani 
sul  disegno  dello  stesso  Giulio. 

La  regia  ducale  basilica  di  S.  Barbara  sorta  dalle  fon- 
damenta per  genio  di  Guglielmo  Gonzaga  è  d'invenzione 
e  disegno  del  Bertani,  che  la  conduceva  del  i562  al  i565 
sotto  la  personale  sua  direzione.  Codesta  chiesa  è  di  un 
ordine  tra  il  dorico  ed  il  corintio,  ed  ammirabile  è  per  la 
sua  maestà,  e  per  l'aria  di  novità  e  di  buon  gusto,  per  la 
giusta  proporzione  del  tutto  e  delle  parti  sue,  coiTÌspon- 
denti  al  principale  scopo  di  esigervi  grandiosi  catafalchi, 
sicché  ne  e  aperta  sul  bel  mezzo  la  volta  cui  soprappose 
una  grande  alzata  quadrangolare  con  tre  finestroni  per 


BE  ig 

Ogni  facciata  cui  poscia  per  regolare  convenienza  fece  cor- 
rispondere un'altra  simile  sopra  T altare  maggiore ,  e  fa 
stupire  ch'egli  abbia  potuto  reggervi  quelle  grandi  mac- 
chine a  vólto  senza  fianchi  che  le  sostengano,  ne  chiavi 
apparenti  che  le  concatenino.  Il  campanile  di  questo  tem- 
pio parimenti  è  del  nostro  autore.  Egli  è  uno  de'più  belli 
e  de'più  solidi  che  s'abbia  Italia  quando,  con  Bettinelli, 
non  vogliasi  dire  anche  la  Francia  e  la  Germania.  In  esso 
è  conservato  l'ordine  e  la  bellezza  del  tempio,  e  si  alza 
in  modo  da  terminare  in  'una  cupola  sostenuta  da  colon- 
nette di  marmo  dorico ,  sulle  quali  si  rivolge  in  circolo  un 
piano  tutto  cinto  all'intorno  da  una  balaustra  pure  di  mar- 
mo, e  comodissima  a  camminarvi.  Peccato,  che  il  soprap- 
postovi cupolino  non  sia  quello  che  lo  doveva  compire, 
mentre  la  sproporzione  di  questo  ci  avverte  che  un'im- 
perita mano  ebbe  ardire  di  sformarlo  anzi  che  ristaurai"lo. 
Indubbio  documento  dell'autore  del  tempio  e  della  torre 
sta  la  seguente  inscrizione  scolpita  in  marmo  a  piedi  del 
campanile  medesimo. 

IO.  BAPT.  BERTANI  ARCHITECTVS 
EX  GVL.  DVCIS  MANTVAE  IH.  SENTENTIA 
ET  TEMPLVM  ET  TVRREM 
EXTRVXIT  i565. 


Evvi  pure  di  sua  invenzione  e  di  suo  disegno  il  peri- 
stilio del  giardino  pensile  della  R.  corte  a  figura  quadrata, 
attorno  attorno  abbellito,  e  cinto  di  un  portico  a  doppie 
colonne  di  marmo,  d'ordine  toscano.  È  lavoro  questo 
sì 'franco  ed  elegante  da  indicarti  quanta  gentilezza  e  mae- 
stria si  avesse  il  valente  autore  che  ne  lo  ideava.  Contigua 
alla  R.  ducale  segreteria  v'  ha  un  piccolo  giardinetto  che 


20  BE 

è  la  grazia  stessa  5  poiché  le  colonne  joniclie,  onde  va 
ornato  sono  di  tanta  eleganza  e  fantasia  che  il  nostro  ar- 
tefice ha  segnato  pel  primo  con  quale  giudizio  si  potesse 
svariare  le  foggie  e  delle  basi  e  dei  capitelli,  senza  offen- 
dere le  leggi  d'  architettura.  Fece  nello  istesso  palazzo 
il  corti^  interno  a  colonne  joniclie  svelte  e  maestose , 
come  pure  1'  altro  esterno  spazioso  da  servire  a  tenervi 
ricca  fiera,  contornato  da  portici  a  doppie  colonne  doriche 
gentilissime  5  la  cui  proporzionata  distribuzione  ti  rende 
r  animo  contento  ad  osservarne?  lo  insieme.  Anche  il  pic- 
colo cortile  che  sta  innanzi  la  Chiesa  di  S.  Barnaba  è 
beir  opera  sua.  In  contrada  della  Nave  non  lungi  dal 
porto-catena  ti  si  mostra  ancora  la  casa  dell'artefice,  la 
quale  distinta  è  per  due  colonne  laterali  alla  porta ,  V  una 
intera  e  l'altra  segata  a  mezzo  per  tutta  la  lunghezza,  così 
poste,  perchè  fosse  la  prima  a  modello  di  misure  e  pro- 
porzioni, e  r  altra  di  precetti  architettonici.  Il  che  egli 
stesso  bellamente  dichiara  in  un'  opera  sua  stampata  in 
Mantova  per  Venturino  Ruffinello ,  1 55 8,  dedicata  al  Car- 
dinale Ercole  Gonzaga,  la  quale  ha  per  titolo     Gli  oscuri 
e  dijjficili  passi  dell  opera  jonica  di  J^itruvio  in  latino^ 
in  volgare  j  e  alla  chiara  intelligenza  tradotti  e  con  le 
sue  figure  a  luoghi  suoi     Codest' opera  ci  dà  a  sapere 
quanta  forza  di  mente  avesse  l'autore,  da  meritarsi  nome 
di  dotto;  poiché  e  per  le  utili  cose  e  pel  modo  chiarissimo 
di  discorrerle  la  riesce  affatto  necessaria  a<^li  amatori  ed 
intelligenti  d'architettura,  contenendo  regole  ed  insegna- 
menti di  architettura  e  di  prospettiva ,  ed  in  ispecie  circa 
al  fare  la  voluta  jonica  ed  al  piantare  fabbriche  in  luoghi 
paludosi.  Per  mala  nostra  sventura  non  ne*  rimangono 
delle  sue  opere  pittoresche  che  due,  ed  anche  di.  quelle 
inventate  c  disegnate  da  lui,  ma  noli  dipinte  che  le  coloriva 


BÈ 


21 


un  Costa  Lorenzo  mantovano.  Ed  in  queste  due  è  tanta 
r  esattezza  e  la  precisione  e  la  fantasia  e  la  disposizione 
che  nel  guardarle  comprendiamo  assai  quanto  grave  è  la 
perdita  delle  altre.  Queste  opci  e  sono  in  due  grandiosi 
quadri  in  S.  Barbara,  V  uno  alla  destra  die  è  S.  Silvestro 
che  battezza  r  imperatore  Costantino  fra  un  numeroso  cor- 
teggio di  sacri  ministri  e  di  guardie ,  e  V  altro  dirimpetto 
che  è  S.  Adriano  in  mezzo  a'  carnefici  che  lo  flagellano. 
Il  disegno  e  grande ,  esatto ,  e  preciso  da  spiccarti  proprio 
le  figure  dalla  piana  superficie,  e  i  nerboruti  soldatoni 
vestiti  a  queir  uso  antico  romano  nel  primo,  e  quel  ceffo 
caratteristico  dei  manigoldi  neir  altro,  a  un  tratto  l'animo 
ti  movono ,  come  V  azione  il  vuole. 

Da  quello  stesso,  bene  a  ragione,  venerando  decreto 
che  citammo  di  Francesco  IH ,  siamo  informati ,  come 
non  solamente  sommo  architetto  fosse  il  Bertani,  ma  ec- 
cellente pittore  e  statuario  rettissimo ,  ed  in  tutte  cose 
dell'  arte  sua  abilissimo ,  d' immaginativa  pronta  e  perfetta , 
di  facile  e  veloce  esecuzione.  E  sappiamo  pure  per  quello 
medesimo  quanta  rara  modestia  si  aveva  che  per  farlo 
vivere  alla  posterità  non  vi  voleva  meno  di  que'  tempi 
ammiratori  ed  eccitatori  senza  risparmio  degli  ingegni , 
altrimenti  la  sua  fama  starebbe  sepolta,  poiché,  sebbene 
l'animo  suo  potesse  sentirsi  di  quella  virtù  che  era,  alle 
sue  opere  dar  luce  non  voleva,  temendo  non  ne  fossero 
degne.  Per  cotali  virtù  e  doti  quel  magnifico  principe  lo 
distinse  e  lo  amò,  e  gli  fece  favore  in  ogni  sua  impresa, 
e  non  meno  dal  successore  suo  Guglielmo  fu  tenuto  in 
tanta  grazia  da  conservargli  la  prefettura  delle  fabbriche 
ed  aumentargli  la  dilezione  e  la  estimazione  da  allogargli 
sempre  le  migliori  opere  della  città  e  provincia  largamente 
premiandolo  insino  ad  elevarlo  al  cavalierato  di  Cristo. 


:22  BE 

Visse  quest'  artista  anni  60 ,  morendo  li  due  Aprile 
del  16765  e  non  pertanto  degno  di  rivivere  nella  memoria 
di  ognuno  che  apprezzi  ingegno  e  virtù. 

16.  Bertazzoli  k^GY\.o.  Architetto  ed  ingegner  e  idraiC" 
lieo.  —  Fioriva  questi  intorno  al  terminare  del  XVI  se- 
colo,  e  nulla  memoria  avremmo  di  lui,  quando,  scolpita 
di  marmo,  non  avessimo  un'iscrizione  latina  che  ci  chia- 
risse che  ei  cominciava  il  ristauramento  del  Ponte  dei 
Mulini,  così  comandato  da  Vincenzo  Gonzaga  IV  Duca 
di  Mantova,  che  gli  ordinava  quest' opera  senza  riguardo 
a  regio  dispendio.  Non  potè  finire  questo  lavoro  sendo 
sorpreso  da  morte.  Ove  si  daranno  i  documenti  che  pos- 
sano interessare  si  produrrà  la  inscrizione  da  cui  abbiamo 
ricavate  queste  notizie  (6). 

1 7.  Bertazzloli GIAMBATTISTA.  Architetto IdrauUco.  — 
Quest'è  deiristessa  famiglia  di  Angelo,  di  cui  era  nipote, 
e  ci  è  narrato  nella  stessa  sovrindicata  iscrizione  che  egli 
terminò  la  ristaurazione  nel  1608.  Del  resto  non  ci  è  dato 
fino  a  qui  saper  altro. 

18.  Bertazzoli  Gabriele.  Architetto  e  Macchinista. — 
Nacque  in  Mantova  da  certo  Lorenzo  intorno  al  iSyo,  e 
crebbe  sotto  gli  auspicii  ed  il  favore  di  Vincenzo  I  Gon- 
zaga duca  IV.  Questo  magnifico  duca  rivolto  l'animo  a 
grandiose  imprese,  che  a'  sudditi  suoi  fruttassero  perma- 
nente ricchezza  e  salubrità  d'aria,  considerato  quale  danno 
ne  veniva  dalla  pochezza  ed  irregolarità  di  acqua  nei  laghi, 
pensò  che  Gabriele  sarebbe  stato  di  tanto  sottile  virtù 
da  cercarne  il  riparo.  Gabriele  infatti  postosi  all'  impresa 
diede  fuori  un'opera  non  solo  scritta  da  quel  dotto  e  pe- 
ritissimo che  si  stimava,  ma  di  un'  utilità  pratica,  di  una 
profonda  cognizione  di  matematica,  che  fino  allora  ninno 
aveva  toccato.  Fu  stampata  l'opera  del  1609  col  titolo 


BE  23 

=2  sopra  il  nuovo  sostegno  di  Governolo  dedicata  a 
Don  Francesco  Gonzaga  principe  di  Mantova  =  prepo- 
nendovi una  lettera  al  Duca  Vincenzo.  Il  lavoro  fu  allo- 
gato a  lui  stesso ,  e  ne  la  condusse  di  tale  stupendo  modo 
da  acquistarsi  gran  fama.  Le  acque  allora  si  mantennero 
ne' laghi  in  maggior  copia ,  e  la  navigazione  rifiorì.  Fece 
anche  una  carta  topografica  della  città  e  de'  sobborghi 
che  la  si  stampò ,  ma  che  ora  è  divenuta  rara  assai.  Fuori 
di  porta  Pusterla  sopra  un  suo  disegno  vi  era  eretto  un 
convento  di  S.  Francesco  di  Paola,  che  ora  non  è  più. 
Ingegnosissimo 5  vasto,  e  bello  oltremodo  era  di  lui  un 
labirinto  fuori  Y  istessa  porta  poco  lungi  all'  istesso  con- 
vento. 

Conteneva  la  estesa  di  due  miglia  con  istrade  larghe, 
capaci  di  cavalli  e  carrozze,  cosicché  il  farvi  là  passeggio 
era  una  delizia.  Non  eravi  occasione  di  festa ,  non  di  noz- 
ze, in  cui  non  si  ricorresse  alla  fantasia,  ed  allo  ingegno 
prontissimo  del  nostro  Bertazzola,  acciocché  ne  esprimesse 
la  gioja  comune  con  archi  e  trionfi  di  rara  invenzione.  Ne 
egli  era  conoscitore  soltanto  di  matematiche,  ma  le  opere 
sue  lo  hanno  posto  in  fama  di  filosofo.  È  giunta  a  noi  di 
queste  la  vita  di  S.  Leone  ed  un'operetta  sopra  le  feste, 
i  trionfi  ed  i  fuochi  artificiali.  Lo  Schioppio  suo  contem- 
poraneo lo  chiama  matematico  prestante  ed  ammirabile 
macchinista:  ed  il  Borsetti  lo  fa  conoscere,  come  filo- 
sofo, matematico,  cronologo,  astronomo,  idrologo,  archi- 
tetto ,  e  storico  insignissimo.  Quello  certo  si  è  che  furono 
tante  le  sue  stupende  qualità  che  V  accademia  di  Mantova 
pagavagli  un  tributo  di  lode  e  d' immortale  memoria  eri- 
gendogli una  statua  di  marmo,  non  temendo  di  porla 
tra  que'  sommi  di  Virgilio,  di  Castiglione  e  di  Pom- 
ponazzo. 


24  BE 

V'ha  qualcuno  che  non  lo  vorrebbe  mantovano,  ma 
ferrarese,  ma  questi  storici  non  furono  diligenti  cercatori 
del  vero,  poiché  in  un'istessa  opera  sua  il  Bertazzoli  viene 
narrando  a  sua  gloria  che  ben  ducent'anni  addietro  gli 
avi  suoi  servivano  in  quella  professione  medesima  la  sere- 
nissima casa  Gonzaga. 

Nella  chiesa  poi  di  S.  Gervaso  alla  cappella  di  S.  Ste- 
fano vi  ha  l'iscrizione  seguente,  da  cui  si  sa  che  del  iSgS 
codesta  cappella  era  di  padronato  di  suo  casato. 

D.       O.  M. 

ARAM  .  HANC  .  AG  .  DIVO  .  PROTOMARTIRI 
STEPHANO  .  A  .  BERTAZZOLIS  .  OLIM 
CUM  IURE  PATRONATUS  .  EXTRUCTAM 
AB  .  EADEMQUE  .  FAMILIA   .  DEINCEPS 
RESTITUTAM  .  STEPHANUS  .  BERTAZZOLUS 
EPISCOPO  .  ANNUENTE  .  DOTAVIT 
ANNO  .  MDXCV 

Codesto  artefice  gran  desiderio  di  se  lasciava  a*  suoi 
concittadini  e  più  a  que' umanissimi  principi  che  larghi 
gli  erano  di  stima  e  di  favore  compiendo  V  onorata  sua 
carriera  ai  3o  di  Ottobre  1612  di  soli  52  anni.  Vita  bre- 
vissima assai  per  un  uomo  dabbene  di  tanta  virtù. 

Nell'ala  maggiore  del  sostegno  di  Governolo  è  tuttavia 
conservata  una  lapide  che  c'informa  essere  stato  Gabriele 
prefetto  delle  acque,  e  conferma  alcune  notizie  che  so- 
pra discorremmo,  e  codesto  come  segue. 


BE  25 

SERENISSIMI  .  VINGENTII  GONZAGAE  .  MANTUAE  IV  . 
ETMONTISFERRATI  II  .  DUCIS  .  ET  PRINCIPIS  . 
AD  OMNIA  .  EXGELSA 
NATI .  JUSSU  .  HAEG  .  QU AE '.  AQUARUM  .  IMPETU  .  PRISCORUML 
BELLORUM  .  TEMPORUMQUE  .  INJURIA  .  DIRUTA  •  AG  .  PENE 
EVERSA  .  JACEBANT  .  GABRIEL  .  BERTAZZOLUS  ,  LAURENTII 
FILIUS  .  AQUARUM  .  PRAEFEGTUS  AERE  .  PUBLIGO  .  MELIORI 
FORMA  REFIGIENDA  .  AC  .  INSTAURANDA  .  CURAVIT  . 
ANNO  DOMINI  CDIDCVIII  . 

19.  Bertazzoli  AGOSTINO  Architetto  Idraulico.  — • 
Quest'  era  fratello  a  Gabriele,  e  a  provare  se  fosse  valente 
ed  abilissimo  per  credilo  basta  il  dire  che  era  adoperato 
assai  da  Federico  Gonzaga.  In  S.  Gervaso  stava  codesto 
epitaffio. 

D.      O.  M. 

ARCHI TEGTORUM  .  JUSSU 
AUGUSTINI  .  ET  .  GABRIELIS  .  FRATRUM  . 
DE  .  BERTAZZOLIS  .  IN  .  SIGNUM 
POSTERUMQUE  .  ERGO  FACTUM  . 

20.  Bertazzoli  gianangelo.  Architetto  Idraulico.  — 
Conosciamo  costui  per  un  carteggio  che  nel  nostro  ar- 
chivio di  governo  si  custodisce,  e  fu  tenuto  m'xrno  al  iSqo 
al  i597  ^  duchi  di  Ferrara  e  di  i  Mantova,  i  4uali  usano 
espressioni  di  somma  stima  verso  Lii.  ^:h^ amandolo  valo- 
roso professore  nella  scienza  delle  acque. 

21.  BoRGANi  FRA.i!fCEsco.  Pittore  ed  A  rchitetto. —  Sul- 
l'animo di  questo  pittore  ebbe  talmente  forza  la  leggiadra 
maniera  del  Parmigianino  e  tanto  vivamente  se  la  im- 
presse, che  moltissime  delle  opere  sue  anche  dai  più  intel- 

4 


26 


BO 


ligenti  si  mettono  in  forse  a  cui  sono.  Per  una  lettera  di 
un  segretario  del  Duca  Vincenzo  I  Gonzaga  data  li  8 
Settenibre  1 6 1 1  sappiamo  in  quanta  fama  fosse  salitrì , 
e  elle  lo  si  faceva  lavorare  con  infinito  soddisfacimento 
alla  galleria  di  corte^  e  che  la  dilicata  e  spinosa  ristaura- 
zione  allogavasegli  di  molti  quadri  di  insigni  pittori,  in 
ispecie  del  Tiziano,  che  per  mala  custodia  e  per  ingiuria 
di  anni  si  erano  guasti,  ed  ei  li  dava  a  nuova  vita.  In 
codesta  città,  certo  non  fra  V  ultime  d'Italia,  per  capolavori 
del  genio  delle  belle  arti ,  il  nostro  artista  lavorò  di  mol- 
tissimi quadri,,  ma  la  passata  ferocia  e  rapacità  di  guerra 
ce  ne  distrusse  e  fm^ò  d'assai.  Parrebbe  cosa  vana  Taccen-» 
dere  desiderio  di  quest'  opere  ora  già  perdute  col  farne  qui 
descrizione,  ma  le  cose  di  quaggiù  a  tante  foggie  si  vi- 
cendano  che  potrebbero  quelle  se  non  in  tutto  almeno  in 
parte  essere  ritrovate  di  nuovo ,  cosicché  allora  si  vedrebbe 
che  era  piuttosto  necessità  il  farlo ,  perchè  trovandole  già 
descritte  si  schiverà  un  falso  giudizio,  aggiudicandole  così 
a  cui  furono.  Per  il  che,  anche  le  opere  perdute  del  Bor- 
ganij  io  qui  accennerò.  Nella  soppressa  Chiesa  del  Carmine 
vi  era  una  tavola  con  entrovi  S.  Angelo  carmelitano, 
S.  Caterina  V.  M.  e  Cristo  in  gloria.  Nella  Chiesa  di 
Santa  Maria  di  Gradaro  si  ammiravano  tre  quadri;  il  mar- 
tirio di  S.  Stefano;  un  miracolo  di  S.  Francesca  romana; 
e  Cristo  nel  sepolcro.  Una  tavola  di  Nostra  Donna  d.^ 
di  Reggio  con  sotto  tre  ritratti  di  naturale  stava  in  S.  Gio- 
vanni del  tempio.  Nell'oratorio  di  S.  Maria  dell'Assunta 
aveva  dipinto  in  un'altra  tavola  l'Assunta  alla  presenza 
degli  Apostoli  che  la  contemplano;  e  parimenti  in  altro 
quadro  1'  Annunziata.  In  Santa  Trinità  poi  che  era  chiesa 
de'  frati  Agostiniani  aveva  lavorato  a  olio  un  S.  Antonio 
Abate  che  guarda  al  cadavere  di  S.  Paolo  I  eremita,  le 


BO  27 

cui  morte  membra  erano  a  vedersi  veramente  morte.  Tre 
dipinti  di  vivissimo  effetto  erano  nella  Chiesa  medesima  : 
un  S.  Tomaso  . di  Villanova  che  comparte  elemosina;  una 
Triade  e  la  Nostra  Donna  in  gloria,  ed  a  piedi  S.  Gu- 
glielmo duca  d' Aquitania,  e  la  Maddalena  ;  e  per  terzo , 
il  mistero  dell'Immacolata  Concezione,  e  S.  Gioachino 
e  S.  Anna,  che  divinamente  inspirati  s'abbracciano.  Aveva 
di  sua  mano  nell'oratorio  di  S.  Croce  lavorato  un  quadro 
di  una  Nostra  Donna  ai  cui  lati  oravano  S.  Giovanni  Bat- 
tista e  S.  Barbara.  Nella  Chiesa  di  S.  Agnese  eravi  ima 
Madonna  di  Reggio,  e  sopra  la  porta  della  sagrestia  lavo- 
rato a  fresco  un  S.  Francesco  stimmatizzato,  e  dirimpetto 
S.Bonaventura.  Nella  Chiesa  de'Cappuccini  vi  fece  un'al- 
tro S.  Francesco  ed  un  quadretto  dell'Annunciata  che , 
da  chi  non  ne  sapeva  l'artefice,  giudicavasi  di  pennello  del 
Parmigianino.  Bellissimi  e  degni  in  tutto  di  miglior  sorte 
in  G.  Domenico  aveva  dipinto  a  olio  quattro  quadri;  l'uno 
di  S.  Raimondo  che  solca  le  acque  sul  proprio  mantello; 
Faltro  su  cui  era  S.  Giacinto  che  parla  alla  Nosti^a  lÌQima; 
il  terzo  S.  Antonio  iVbate  e  S.  Lorenzo;  Y  uÌìLao  un 
S.  Antonio  Arcivescovo  che  fa  elemosina  ad  alcuni  poj/eri. 
Le  quali  opere  tutte,  se  er^no  da  lodarsi  molto  e  per  gra- 
zia, e  per  verità  e  per  bellezza,  tosto  lo  si  conoscerà,  guar- 
dando a  codeste  che  ci  rimangono. 

Nella  Chiesa  di  Ognissanti  evvi  un  S.  Mauro  Abate 
che  risuscita  un  fanciullo ,  in  cui  come  la  vita  si  sparga  in 
quelle  pallide  membra  veramente  par  di  vedere.  Alla  Chiesa 
di  S.  Barbara  fece  la  Nostra  Donna  nelF  attitudine  di  quella 
che  vien  detta  di  Reggio  attorniata  da  altre  sacre  imma- 
gini e  di  rimpetto  un  S.  Francesco  di  Assisi;  e  sopra  la 
porta  della  sagrestia  in  una  tela  trasversalmente  bislunga 
un  Dio  Padre.  In  S.  Maria  Maddalena  oggi  conversa  in 


:ì8  BO 

Chiesa  privata  airorfanotroflo  delle  fanciulle  povere ,  si 
conserva  all'  aitar  maggiore  una  tavola  entro  cui  è  un 
crocifisso,  contemplato  dalla  Nostra  Donna,  dalla  Mad- 
dalena, e  da  S.  Giovanni  in  vivissime  espressioni.  Nella 
Chiesa  cattedrale,  all'altare  di  fronte  all'entrata,  nella  cap^ 
pclla  dell'Incoronata  vi  ha  un  tendone  su  cui  il  nostro 
artefice  a  olio  ha  dipinto  in  aria  una  Triade  e  la  Nostra 
Donna  in  tutta  la  maestà  divina,  ed  al  basso  un  S.'  Anselmo 
ginocchioni  che  spira  fervore  e  fiducia,  in  raccomandando 
la  città  di  Mantova,  che  vi  è  dipinta  di  prospettiva.  Qua 
e  là  attorno,  in  bella  disposizione ,  vi  ha  sparsi  angioletti 
di  arie  graziosissime.  Nella  piccola  Chiesa  di  S.  Simone 
e  Giuda,  osservando  1'  altare  a  destra,  ti  ferma  l' occhio 
un  S.  Anselmo  cui,  nell'  atto  di  benedire  ìa  Chiesa  di 
S.  Paolo  de'  due  Castelli ,  appare  la  Nostra  Donna.  È 
lavoro  questo  di  tanta  diligenza  che  meglio  non  si  po- 
trebbe; vedciidovi  senza  stento  tutto  il  difficile  dell'arte. 
In  S.  Apollonia  fece  a  olio  un'altra  Madonna  di  Reggio, 
e  vi  è  ammirato  di  lui  un  altro  bellissimo  quadro  del  ca- 
dere di  Gesù  sotto  il  peso  della  croce.  Nella  Chiesa  di 
S.  Spirito  di  bella  sua  maniera  per  disegno  e  colorito  è 
un  S.  Francesco  moriente  e  però  pieno  di  celeste  gioja 
nel  prendere  il  santissimo  Viatico.  Fuori  di  Mantova  cin- 
que miglia,  nella  Chiesa  della  Madonna  delle  grazie,  all'al- 
tare della  seconda  cappella  fece  un  bel  S.  Antonio.  Nella 
Chiesa  di  S.  Agnese  in  Mantova  dipinse  in  un  quadro 
S.  Francesco  che  intercede  dalla  Nostra  Donna  la  libera- 
zione di  Mantova  dalla  peste  del  i63o;  opera  per  inven- 
zione e  colorito  e  per  effetto  di  prospettiva  tenuta  per  cosa 
rara  assai.  Soppressa  la  Chiesa,  tal  quadro  è  ora  conser- 
vato nella  sala  agraria  di  questa  reale  accademia  di  Scienze  e 
belle  lettere.  Nella  sagrestia  del  Preziosissimo  in  S.  Andrea 


BO  29 

gelosamente  si  guarda  un  confatone  grande,  sopra  il  cui 
drappo  da  una  faccia  evvi  S.  Andrea  e  S.  Longino  che 
sostengono  il  tabernacolo  del  Preziosissimo  Sangue  di 
Cristo,  e  dell'  altra  faccia  la  Nostra  Donna,  che  in  aria  di 
pietosa  protezione  raccoglie  sotto  il  manto  il  popolo  man- 
tovano 5  lavoro  maestrevolmente  leggiadro  e  da  averselo 
in  quel  pregio  che  si  tiene.  Le  pitture  di  questo  valente 
artefice  furono  circa  la  metà  del  secolo  XVII. 

22.  BoLOGNiNO  (  ANTONIO  del).  Pittore.  —  Costui  la- 
vorava circa  il  1 4665  nel  quàl  anno  dipinse  pure  in  Fio- 
renza. Il  celebre  Giovanni  Aldobrandini,  ai  sette  di  quel- 
li anno  medesimo  mandava  lettera  al  Marchese  Lodovico  II 
Gonzaga,  e  glielo  esaltava  ivi  quale  eccellente  pittore 
da  far  gloria  alla  sua  patria  (7). 

23.  BrIZZIANO  GIAMBATTISTA  dcttO  GIAMBATTISTA  MAN- 
TOVANO. Incisore^  Pittore^  Scultore,  — •  È  conosciuto  an- 
che sotto  nome  di  Brizza  e  Bizzi.  Giovinetto  studiò  presso 
il  Pierin  del  Vaga,  Michelangelo  Buonarotti  e  Raffaello. 
Dappoi  perfezionossi  alla  scuola  di  Giulio  Romano ,  di 
cui  fu  uno  de'  migliori  discepoli.  Era  sotto  la  direzione 
di  codesto  valentissimo  che  insieme  al  Primaticcio  sui  di- 
segni del  maestro  al  T,  nella  stanza  presso  quella  di  Psi- 
clie,  lavorava  di  stucco  i  doppii  fregi  di  figure  di  basso 
rilievo,  nei  quali  è  tutto  V  ordine  de' soldati  che  sono  a 
Roma  nella  colonna  trajana,  ed  ancora  che  vedansi  alcuni 
difetti,  sono  però  di  bella  maniera.  Nella  Chiesa  catte- 
drale di  Mantova,  negli  spazii  intermedii  alle  cappelle  la- 
terali, vi  sono  nicchie  ornate  ai  lati  di  bellissime  colonnette 
corintie,  con  entro  statue  di  santi  e  sante  lavorate  a  stucco 
sui  disegni  di  Giulio  dal  nostro  artefice  con  tanta  maestria 
da  pareggiare  la  esecuzione  all'  invenzione.  In  S.  Barnaba 
fece  una  statua  a  stucco  parimenti  disegno  di  Giulio  di 


3o  BR 

una  Nostra  Donna  Addolorata  con  in  grembo  Cristo  mor- 
to, che  è  tanto  cosa  vera  da  movere  a  venerazione  e 
dolore;  e  la  si  custodisce  con  quella  gelosa  cura  di  che 
la  e  degna. 

I  disegni  pei  panni  di  arazzo  fatti  da  Giulio  al  duca 
di  Ferrara,  e  poi  condotti  di  cera  e  di  oro  da  Maestro  Ni- 
colò e  Giambattista  Rosso  fiamminghi  furono  intagliati 
a  stampa  dal  nostro  Giambattista  che  infinite  cose  di  Giu- 
lio intagliò,  ma  particolarmente  tre  carte  di  battaglie,  la 
Lupa  in  sul  Tevere  che  allatta  Remo  e  Romolo;  quattro 
storie  di  Giove,  di  Plutone,  e  di  Nettuno  che  tirano  per 
sorte  Cielo,  Terra,  e  Mare;  la  Capra  Amaltea  che  nutre 
Giove  e  Scipione;  Annibale  al  Fiume;  un  chirurgo  che 
appicca  le  coppette  sopra  le  spalle  a  un  ammalato;  una 
Nostra  Donna  che  va  in  Egitto,  e  Giuseppe  che  ha  a 
mano  l'asino  per  la  cavezza,  e  alcuni  angeli  che  fanno  pie- 
gare un  dattero,  perchè  Cristo  ne  colga  de' frutti,  sono 
tutte  opere  che  lo  danno  per  abilissimo  intagliatore  anzi- 
ché no,  mostrando  in  tutte  come  penetrato  si  avesse  la 
fantasia  del  Pippi-  Se  fosse  poi  gagliardo  anche  da  se,  e 
nell'inventare  e  nel  disegnare  e  nelle  movenze  te  lo  pon- 
gono fuori  d'ogni  dubbiezza  queste  sue  incisioni  ed  in- 
venzioni. Una  carta  su  cui  è  un  capitano  di  bandiera  a 
piedi  ed  un  altro  a  cavallo;  altra  carta  con  un  Marte  ar- 
mato sedente  sopra  un  letto,  ed  una  Venere  che  sta  guar- 
dando un  Cupido  allattato  da  lei,  veramente  sì  rare  da 
stupirne.  L'incendio  di  Troja  inciso  in  due  grandi  carte 
a  giudizio  del  celebre  Giorgio  Vasari  è  sì  capriccioso  e 
ben  condotto  che  per  invenzione,  per  disegno,  per  grazia 
straordinaria  non  si  potrebbe  nulla  meglio  ammirare,  non 
che  desiderare,  e  le  lodi  del  Vasari  per  quelli  che  non  erano 
di  Firenze  non  danno  ombra  di  esagerato,  che  ne  fu  scarsa 


BR  3i 

anziché  largo.  Da  Vasari  medesimo  ci  è  data  per  molto 
bell'opera  di  Brizziano  la  pittura'  che  mostrava  la  Nostra 
Donna  ritta  col  bambino  in  collo  e  la  mezza  luna  sotto 
piedi. 

Le  opere  sue  solevale  segnare  colle  iniziali  J.  B.  M. 
(Joannes  Baptista  mantuanus).  Le  sue  più  valenti  opere 
furono  circa  ai  tempi  di  Federico  Gonzaga  Maixhese  V  e 
Duca  I  di  Mantova,  e  fioriva  ancora  nel  iSSo,  ma  non 
abbiamo  notizia  del  suo  passaggio  all'altra  vita.  Rimasero 
di  lui  colmi  di  sue  virtù,  due  figliuoli  de'  quali  il  Vasari 
tace  il  nome ,  e  nondimeno  ci  fa  sapere  di  averli  ve- 
duti a  divinamente  intagliare  stampe  di  rame.  Peccato  che 
non  ci  abbia  data  ingiustamente  ninna  traccia  intorno  alla 
vita  ed  alle  opere  loro.  La  fama  fu  più  giusta  con  Diana, 
altra  figlia  del  nostro  artefice,  della  quale  abbiamo  queste 
notizie* 

24.  Brizztano  diana.  Intagliatrice.  —  Questa  celebre 
donna  è  nota  più  assai  sotto  nome  di  Diana  mantovana* 

Da  Giambattista  Brizziano  suo  padre  fu  allevata  nel- 
l'arte d'incidere  e  studiò  pur  essa  il  disegno  alla  scuola 
di  Giulio  Romano,  e  riuscì  valentissima  di  modo  che  il 
Vasari  del  1 566  la  vide  in  Mantova  ad  intagliare  in  rame 
da  farne  maraviglia,  restando  esso  stupefatto  per  le  opere 
sue  che  erano  bellissime.  Era  per  ancora  in  tenera  età  che 
agli  intagli  suoi  dava  ottima  proporzione,  delicatezza  ed 
espressione^  che  moltissimi  artefici  ed  intelligenti  vaghi  erano 
di  vederla.  Intagliò  molte  opere  di  Giulio,  di  Raffaele,  di 
Giulio  Campi,  del  Primaticcio,  di  Federico  Zuccari  da 
Urbino,  del  Salviati  e  d'ogni  più  illustre  pittore.  È  opera 
sua  l'intaglio  del  convitto  di  Psiche,  del  palazzo  del  T 
che  dedicava  a  Claudio  Gonzaga.  Ai  Camaldolesi  di 
Volterra  è  lodevolissimo  un  S.  Romualdo  da  lei  inciso. 


3a  BR 

Que'  fregi  che  vedemmo  sopra  già  lavorati  di  mano  ctJ 
Giovanni  Battista  suo  padre,  insieme  al  Primaticcio,  ella 
li  incise  tanto  ragionevolmente  che  mai.  Il  Vasari  nella 
vita  di  Baccio  Bandinelli  accenna  al  disegno  che  costui  do- 
veva dipingere  nella  cappella  maggiore  di  s.  Lorenzo  di 
Fiorenza,  nel  quale  era  la  storia  del  martirio  di  s.  Lorenzo;  la 
quale  aveva  sì  grandemente  soddisfatto  a  pLpa  Clemente  VII 
che  egli  operò  che  Marcantonio  Bolognese  la  intagliasse  in 
rame,  e  lodarne  la  riuscita,  ma  conoscitore,  com'era,  quando 
fosse  vissuto  da  vederne  rinnovato  l'intaglio  di  mano  della 
nostra  D'ana^  che  fu  del  i582,  certo  avrebbe  lodata  sovra 
quella  q-^est'opera,  siccome  bella  e  rara,  poiché  chiunque 
la  vede^:se^,  come  io  la  ho  sotto  gli  occhi,  non  rimarrebbe 
di  amir  :raria.  La  carta  è  larga  54  centimetri  ed  alta  44 
ed  è  da  Diana  medesima  dedicata  al  cardinale  de' IVI  edici; 
e  da  qual  nobile  sentimento  fosse  stata  mossa  a  ritagliare 
quella  carta,  ce  lo  narra  ella  s lessa,  scrivendo  così  nel  de- 
stro angolo  inferiore.  AirilL^  e  R.^  Monsignore  il  Cardi- 
nale de'Medici.  —  Sapendo  la  divozione  di  casa  Medici 
verso  del  Beato  Lorenzo  non  potrà  che  aggradirle  la  storia 
del  suo  martirio,  fatta  già  dal  cavaliere  Baccio  Brandini , 
ma  essendo  ora  quasi  consumata,  ho  voluto  ritagliarla  per 
mantenerla  e  a  V.  S.IIL^  dedicarla  colla  servitù  di  casa  mia- 
Dicembre  i582.  —  In  mezzo  poi  e  quasi  in  calce  vi  è 


=  M  /^f^%y^    :  ed  all'angolo 


DIANA  MANTUANA 

opposto       ^^VJS  VALETERANA 
INCIDEBAT  ROM^ 
MDL  .XXXII.  (i) 

(i)  Il  Conte  Carlo  d*  Arco  animato  com'è  da  saggio  amor 
patrio  ha  fatto  una  bellissima  raccolta  di  stampe  celebri  di 


BU  33 

Questa  carta  qua  e  là  e  patita,  conoscendosi  che  la  è  pas- 
sata fra  mani  ignorantissime,  nondimeno  toltane  la  testa  mi- 
nacciosa di  Decio  tutto  il  resto  vi  è  abbastanza  intatto  per 
vederne  tutto  il  pregio,  ed  io  me  la  ho  per  un  tesoro  fra  la 
mia  collezione  di  carte  antiche,  poiché  la  precisione,  la  faci- 
lità, le  movenze,  le  espressioni,  i  lumi,  sono  così  in  ogni 
punto  spiccati  che  io  non  saprei  a  qual  opera  incisa  di 
quel  tempo  codesta  potesse  invidiare. 

Oltre  tanti  pregi  d'intelletto  e  d'immaginativa  il  Va- 
sari ci  narra  che  quando  ei  vide  Diana  era  molto  gentile 
e  graziosa  fanciulla.  Si  maritò  ella  a  Francesco  da  Volterra 
che  era  eccellente  e  rinomato  architetto,  e  la  storia,  come 
è  di  mal  costume,  della  privata  eccellenza  di  tal  donna 
nuir  altro  ci  trasmise. 

25.  BozzARiii  ANTONIO.  IntaTsiotore,  —  Affatto  ignoto 
sarebbesi  questo  artista,  quando  ne' manoscritti  degli  ar- 
chivi della  chiarissima  famiglia  Castiglioni  non  si  avesse 
notato  con  quanta  esattezza  e  cognizione  di  arte  non  lavo- 
rasse costui  del  1 548  presso  di  lei ,  segnalandosi  sopra 
modo  neir  intarsiare  di  noce. 

26.  Buono  (Bernardino  del)  —  Egli  è  fra  quei  di- 
scepoli di  Giulio  Romano  che  si  meritarono  di  essere 
da  lui  posti  ai  lavori  del  T,  perocché  conosciuto  lo  aveva 
per  egregio.  Morì  d'anni  55  ai  1  di  novembre  del  i562. 

27.  Borghesi  Giovanni.  Pittore. —  Nacque  a  Viadana 
in  provincia  mantovana.  Riuscì  pittore  di  buona  maniera 
e  verso  il  terminare  del  secolo  XVIII,  nel  proprio  paese 
lavorò  di  molte  pitture  ed  alcune  si  vedono  conservate 

incisori  mantovani ,  e  tra  queste  ne  ha  alcune  della  nostra 
Diana  che  mentano  d'essere  conosciute  dagli  intelligenti  del- 
l'arte, e  portano  un'  epoca  posteriore  alla  sopra  indicata. 


34  BC 

nell'oratorio  di  s.  Rocco,  nelle  quali  si  scorge,  quanto  va- 
leva nei  lavori  sì  a  fresco  che  ad  olio. 

28.  Cadioli  giovann[.  Pittore  ed  Architetto.  —  In 
tutti  i  tempi  r  uomo  porta  seco  l'attitudine  ad  elevarsi  a 
grandi  cose,  ed  il  vedersi  ciò  non  sempre  effettuarsi,  anzi 
darsi  alcun  tempo  in  cui  pai*e  universalmente  si  doi™a, 
dipende  proprio  dall'occasione  e  da  potenza  esterna  che 
manca  od  avvilisce.  Innanzi  al  comparire  del  Cadioli,  dal- 
l'epoca che  erano  mancati  a  Mantova  quegli  eccellentissimi 
e  virtuosissimi  Mecenati  che  furono  i  Gonzaga,  eccitatori 
e  conoscitori  degli  uomini  virtuosi ,  ogni  genio  si  era 
volto  in  tenebre,  talché  egli  zelatore  della  patria  ruppe 
il  silenzio  e  chiamò  attorno  a  se  i  suoi  concittadini  ricor- 
dando r  antica  gloria  e  la  coscienza  di  quello  che  ognuno 
può  volendo ,  e  le  belle  arti  mantovane  per  lui  allora  eb- 
bero nuova  vita.  Nacque  Giovanni  intorno  al  17 10.  Fin 
da  fanciullo  si  vide  crescere  in  ragionevole  curiosità  pel 
bello,  e  dilìgentissimo  attese  agli  studi  scientifici.  Dedi- 
cossi  alla  pittura  ed  all'  architettura,  e  comechè  in  grande 
eccellenza  in  queste  arti  non  venisse,  tuttavia  gagliardo 
di  buon  gusto  si  fece,  e  desideroso  di  eccitarlo  in  altrui^ 
guadagnò  l'animo  de' suoi  concittadini  che  ammirarono 
in  lui  sode  virtù  sociali,  e  gli  affidarono  la  direzione  delle 
fabbriche  de'  teatri  col  titolo  di  architetto  de'  r.  teatri,  ri- 
portando in  ciò  lode  assai.  Erano  varii  anni  che  teneva 
aperta  la  sua  casa  alla  gioventù  che  si  sentiva  inclinata 
alla  pittura  e  di  anno  per  anno  cresceva  si  generale  in 
essa  l'amore  alle  belle  arti,  che  del  1750  gli  cadde  in 
pensiero  d' instituire  un'  a<5cademia  in  cui  si  coltivassero 
le  tre  arti  sorelle,  Pittura,  Architettura,  Scultura.  Era  allora 
1  eggitrice  di  Lombardia  l' immortale  Maria  Teresa,  amore 
di  quelle  generazioni ,  ammirazione  di  queste  ,  e  n'  era 


CA  35 

ministro  plenipotenziario  l'illustre  Conte  Beltrami  Cri- 
stiani. Il  Catlioli  impegnò  questo  celebre  ministro  con  suo 
memoriale  affinchè  tale  pensiero  fosse  an|imato  e  protetto 
da  queir  angusta  sovrana,  la  quale,  amante  com'  era  del 
progresso  di  tutte  sorte  di  beni  de' suoi  popoli,  commise 
tosto  al  Cadioli  medesimo  lo  stendere  le  norme  e  le  co- 
stituzioni che  regolare  dovevano  quel  nuovo'  instituto. 
Queste  fatte  ed  esposte  in  breve  ma  bene  ordinato  codice 
e  vinti  ostacoli  che  non  mancano  mai  di  sorgere  nelle 
nuove  imprese,  si  decretava  ai  2  Ottobre  1752  la  sovrana 
approvazione,  ed  allo  zelo  del  Cadioli  davasi  eccitamento 
con  un  cavalierato  dello  speron  d' oro. 

Creata  e  sorta  la  novella  accademia,  i  membri  che  la 
componevano,  scieglievano  a  loro  direttore,  siccome  n'era 
il  fondatore ,  il  Cadioli.  Ma  modestissimo  egli  com'  era 
e  di  pellegrina  virtù,  contento  al  bene  che  alla  patria  aveva 
procacciato,  quell'onore  acconsentiva  al  celebre  suo  col- 
lega Francesco  Raineri  detto  lo  Schivenoglia ,  ponendosi 
così  al  secondo  posto,  quale  vice  direttore.  Atto  che  gli 
accrebbe  più  gloria  di  quello  mai  potesse  derivargli  ne  da 
titoli,  ne  da  lodi,  non  essendovi  più  rara  cosa  che  lo  ze- 
lare il  bene  pel  bene,  ricusando  onori  e  ricchezze  di  cui 
non  se  ne  giudicasse  meritevole.  Le  cose  di  tal  guisa  du- 
rarono cinque  mesi;  imperocché ,  fatta  solenne  apertura 
dell'accademia  ai  16  di  Marzo  1752,  concorrendovi  il 
fior  de' cittadini,  pittori,  scultori,  architetti,  maestri  e  di- 
lettanti ad  una  voce  fu  il  Cadioli  esaltato  a  direttore  di 
belle  arti,  e  fugli  giuocoforza  l'assumerne  l' onorevole  in- 
carico. Si  vide  anche  in  questa  nuova  funzione  diligente 
e  vieppiù  zelante  operare  quanto  poteva  e  sapeva  all'  in- 
cremento di  sua  accademia,  e  siccome  la  munificenza  so- 
vrana di  Maria  Teresa  nell'approvare  l' istituto  vi  aveva 


36 


CA 


per  ancora  aggiunto  incoraggiamento  di  mezzi,  dotandolo 
di  un  annuo  assegnamento,  cosi  conosciuto  tale  assegno 
insufficiente  a  prosperare  la  scuola  quanto  il  bramava, 
del  1760  palesava  confidentemente  i  bisogni  a  quella  rara 
sovrana,  ed  essa  immantinente  a  dì  18  Gennajo  1761  ne 
decretava  un  aumento  di  dote  e  insieme  V  assegnazione 
di  premii  in  medaglie  d'oro  e  d'argento,  d'onde  la  gio- 
ventii  ne  cavasse  nuovo  fervore.  Ma,  siccome  non  di  rado 
avviene  che  le  rette  e  belle  intenzioni  di  uomini  virtuosi 
deggiano  passare  per  vie  oscure  e  vilissime,  così  quel  de- 
creto se  ne  stette  morto  sino  al  1765,  e  non  ebbe  vita 
che  dall'unanime  concorrimento  di  zelo  e  del  direttore  e 
del  grand'animo  del  Marchese  Tomaso  Arrigoni  che  di 
queir  anno  ebbe  nomina  di  prefetto  dell'  accademia  di 
belle  arti,  e  fatte  al  trono  le  convenevoli  dimostrazioni , 
venne  eccitato  il  Magistrato  camerale  a  prestarsi  ad  ogni 
spesa,  ed  il  Cadioli  n'ebbe  allogata  V  opera  per  sovrana 
decisione.  Fatti  i  conii  si  batterono  le  medaglie  e  per  la 
prima  volta  ai  16  di  Giugno  di  detto  anno  furono  distri^ 
buite  in  premio  alla  gioventii  che  ne' soggetti  di  pittura, 
scultura,  architettura  si  distinguevano.  Portavano  queste 
medaglie  nel  dritto  l'epigrafe  =:  Maria  Teresa  Augusta, 
e  nell'esergo  =  Praemium  Accademiae  Theresianae  Man- 
tuae.  Nella  sala  poi  dell'  accademia  di  belle  arti  si  colloco 
il  ritratto  dell'augusta  sovrana  a  dimostrazione  di  giusta 
gratitudine  e  ad  incoraggiamento  alla  gioventù;  e  fu  la- 
voro di  tutta  diligenza,  e  di  bastevole  morbidezza  del  no- 
stio  Cadioli  medesimo. 

Quanto  sentisse  l'amor  di  patria  se  n'ha  prova  ancora 
dall'avere  egli  pel  primo  fatta  la  descrizione  delle  migliori 
Pitture,  Sculture,  ed  Architetture  della  Città  di  Mantova 
in  un'  operetta  intitolata  a  sua  eccellenza  il  Conte  di  Fir- 


CA  3 

mian ,  protettore  pur  egli  de*  belli  e  volonterosi  ingegni, 
e  ne  la  stampava  del  1 763.  Sebbene  questo  lavoro  non  riu- 
scisse air  intutto  perfetto,  come  io  potrei  provamelo  per 
le  correzioni  ed  aggiunte  importanti  che  manoscritte  mi 
lasciò  mio  padre,  pure  per  la  più  parte  è  giudizioso  assai, 
e  non  è  freddo  additatore  del  bello  e  del  raro,  ma  inten- 
dente com'era,  te  lo  pone  maestrevolmente  sott' occhio, 
e  ti  fa  sentire  T animo  commosso,  quando  s' incontra  in 
lavori  guasti  o  da  rabbia  di  guerra,  o  da  spregio  d'i- 
gnoranza. 

Gli  ultimi  istar^ti  di  vita  del  Cadioli  non  furono  che 
espressioni  di  amor  di  patria,  poiché  nel  suo  testamento, 
all'accademia  da  lui  fondata  legava  tutti  i  suoi  bellissimi 
bassi  rilievi  di  gesso  ed  i  libri  trattanti  di  pittura,  scultura 
ed  architettura,  che  non  erano  pochi,  e  tutti  degni  di  ac- 
crescere la  bella  collezione  che  si  aveva  di  già  nell'acca- 
demia medesima. 

In  quanto  ad  arte  desso  riuscì  miglior  paesista  che  fi- 
gurista; e  più  valeva  nei  lavori  a  fresco  che  ad  olio.  In- 
fatti di  quel  genere  ai  monaci  di  S.  Benedetto  da  Polirono 
fece  di  molte  sue  pitture  a  fresco,  le  quali  furono  da  lui 
condotte  a  quel  perfezionamento  che  gli  fu  possibile,  e 
quei  monaci  ne  lo  trattarono  con  molta  stima,  e  liberale 
splendidezza,  cosichè  dilicato  d' animo ,  com'  era,  fu  tanto 
mosso  da  quella  liberalità  che  ivi  più  che  altronde  si  mo- 
strò di  fantasia  e  di  pennello  felicissimo.  In  Ognissanti  ab- 
biamo di  lui  un  S.  Mauro  che  risana  uno  storpio,  ed  al- 
tresì i  tondi  e  le  madaglie  del  coro,  ma  codeste  furono 
opere  de' primi  suoi  studi  da  non  darne  alcun  giudizio. 
E  furono  queste  le  sole  opere  vedute  dal  Lanzi  che  gli 
diedero  occasione  a  tacere  di  questo  benemerito  zelatore 
delle  belle  arti  mantovane.  Ma  considerando  noi  che  unica 


38  CA 

non  è  la  via  per  cui  si  possa  salire  in  fama,  così  è  giusto 
che  ogni  uomo  si  abbia  quella  immortalità  per  la  quale 
non  in  vano  da  qualche  lato  perfezionossi.  Fini  il  corso 
di  sua  vita  di  anni  a  dì  io  Settembre  del  1767,  e  di 
sua  morte  non  vi  fu  allievo,  non  accademico,  non  cittadino 
che  non  se  ne  dolesse  tanto  erano  schiette  e  vere  le  no- 
bilissime qualità  sue.  Ebbe  onorata  sepoltura  nella  chiesa 
di  S.  Egidio,  ovverà  ancora  di  marmo  la  seguente  in- 
scrizione. 

D.      O.  M. 

JOANI  .  CADIOLO  .  DOMO  .  MANTUA  .  EQUITI  AURATO 
TEATRORUM  .  ARCHITECTO  .  PICTORUM  ACCADEMI.E 
INSTITUTORI  .  MARIA  BONAFILIA  .  CONIUGI  CARISSIMO 
MAERENS  ,  P. 
VIXIT  .  AN  5;  MENSES  .  DEP.  5.  m  PACE 
4  .  IDUS  SEPTEMBR.  1767 

29.  Camillo  Mantovano.  Pittore.  ^  Quantunque  di 
costui  -altro  che  pochi  cenni  si  trovino  negli  autori  che 
delle  cose  di  pitture  parlarono,  pure  bastano,  perchè  s'in- 
tenda, quanto  potesse  meritare  d'essere  vieppiù  fatto  noto. 

Il  Vasari,  ove  descrive  le  opere  fatte  da  Girolamo  Gon- 
zaga, in  quel  tempo  che  Francesco  Maria  duca  III  di 
Urbino  era  ritornato  nello  stato,  narra  che  il  palazzo  vec- 
chio di  questo  duca  si  restaurava  per  ordine  e  disegno 
del  Genza,  e  si  ornava  di  pitture,  di  storie  e  fatti  del  duca 
da  Francesco  da  Forlì  da  Raffaello  del  Borgo  insieme  a 
Camillo  Mantovano  che  in  far  paesi  e  verdure  rarissimo 
era.  L'  avvocato  Camillo  Volta  da  Mantova  che  fu  no- 
stro concittadino  distintissimo,  autore  della  storia  di  sua 
patria,  e  di  alcune  notizie  storiche  mantovane  che  appo- 


CA  39 

neva  a  un  diario  che  si  stampava  circa  il  terminare  dello 
scorso  secolo,  ove  brevemente  scrive  di  varii  nostri  pit- 
tori ,  discorre  di  Camillo  come  buon  pittore  anche  a  fre- 
sco e  ad  olio,  e  ci  addita  alcuni  avanzi  di  lavori  a  fresco 
negli  appartamenti  della  vecchia  corte,  ove  Camillo  avea 
dipinto  per  comando  della  Marchesa  Isabella  Gonzaga. 

Questo  artefice  lavorò  moltissimo  in  Venezia  ed  in 
Urbino,  e  lo  stesso  Volta  dice  che  fioriva  intorno  al  1 5 1 4- 

3o.  Campi  felice.  Pittore.  —  Venne  da  Legnago  a  Man- 
tova certo  Agostino  Campi ,  verso  il  cominciare  del  se- 
colo XVIII,  per  esercitare  l'arte  di  panatiere,  ed  aveva 
a  moglie  Anna  Varese;  da  questi  ai  i3  di  novembre  1746 
nacque  un  bambino,  cui  imposero  nome  di  Felice.  E  per- 
chè Agostino  era  uomo  molto  ragionevole  da  non  vio- 
lentare le  buone  inclinazioni  de' figliuoli,  scorgendo  che 
questo  suo  figlio  aveva  sempre  l'animo  rivolto  al  disegnare, 
da  dieci  anni  lo  pose  appresso  Bazzoni  Giuseppe  maestro 
che  vedemmo  di  buona  maniera ,  e  che  aveva  in  uso  di 
mandare  spesso  i  suoi  allievi  a  fare  studio  al  palazzo  del  T 
in  quelle  maraviglie  dell'arte,  Fatto  quivi  progresso  nel- 
l'arte del  disegno  fu  mandato  a  Venezia,  ove  dimorò  tre 
anni,  addestrandosi  sui  grandiosi  lavori  del  Tiziano,  di 
Paolo  Veronese,  del  Tintoretto  e  di  altri  celebri  di  quella 
scuola.  Tornato  in  patria  seguitò  i  suoi  studii  sotto  la  di- 
sciplina del  Bazzani  direttore  accademico,  ed  ai  16  giu- 
gno 1765  in  un'adunanza  generale  de' maestri  dell'arte 
die  prova  di  correzione  e  diligenza  in  una  Giuditta  che 
ha  spiccato  la  testa  ad  Oloferne,  talché  gli  si  conferì  la 
medaglia  d'oro.  Morto  il  suo  maestro  Bazzani,  seguì  la 
scuola  del  pittore  cremonese  Bottani,  che  a  quello  era  suc- 
cesso a  direttore  dell'  accademia.  Dopo  avere  prodotti  e 
ad  olio  ed  a  fresco  di  molti  buoni  lavori  l'accademia  di- 


4o  CA 

cliiarollo  maestro.  Del  1785,  mentre  anche  il  Bottani  non 
era  più ,  ed  occupava  la  carica  di  direttore  un  suo  fratello 
Giovanni,  il  Campi  fu  posto  a  vice-direttore,  disimpe-* 
gnandone  le  funzioni  onorevolmente  per  diciotto  anni. 
Passato  a  miglior  vita  anche  Giovanni,  non  vi  rimase  a 
tener  scuola  che  il  nostro  Felice,  che  per  le  guerresche 
turbolenze  di  allora  non  ottenne  alcun  maggior  titolo,  nè 
mezzo  alcuno  da  far  prosperare  l'accademia,  che  anzi  le 
erano  tolte  le  doti  e  si  volgeva  a  ruina,  e  tuttavia  con  zelo 
ammaestrava  que'  giovani  che  il  bramavano.  Ed  in  vero 
se  lode  molta  si  acquista  chi  per  isprone  d'interesse  im- 
piega il  talento  che  ha  a  pubblico  bene,  infinita  se  ne  debbe 
a  chi  giova  altrui  con  poca  o  nessuna  personale  como- 
dità. Codeste  virtuose  cure  del  181 1,  il  governo  italiano 
ne  lo  premiava,  elevandolo  a  professore  alla  cattedra  di 
disegno  allora  instituita  ne'regii  licei  con  annuo  assegna- 
mento di  italiane  lire  i5oo  .  e  non  fu  poco  l'onore  che 
gli  venne  fatto  d'acquistarsi  anche  in  questo  nuovo  im- 
pegno. Lavorò  quest'artefice  ed  in  Mantova  e  f  aori,  e  fece 
di  moltissime  opere  in  case  le  primarie  famiglie,  ed  in 
molti  pubblici  luoghi,  le  quali  sono  desc:?itte  in  ma  guida 
alla  città  di  Mantova,  operata  dai  nostro  concittadino  Gae- 
tano Susani  stampata  del  18 18,  e  perciò  io  qui  non  ac- 
cenno che  alle  sue  migliori,  almeno  ch'io  mi  sappia,  ed 
in  tutte  sì  bene  vedrassi  bel  colorito  ed  esatta  prospettiva 
e  disegno  diligentissimo,  ma  non  si  potrà  negare  che  al- 
cune volte  le  sue  figure  manchino  di  sveltezza  di  mem- 
bra, e  non  vi  si  desideri  più  gagliardezza  ne' moti. 

Nella  chiesa  cattedrale  sulla  cantoria  rimpetto  a  quella 
dell'organo  sono  di  sua  mano  i  due  dipinti  a  fresco  del 
ritrovamento  del  preziosissimo  sangue  di  nostro  Signore, 
e  l'adorazione  di  questo  da  Papa  Alessandro  III  e  da  Bea- 


CA  4i 

trlce.  Nella  cappella  ettagona  del  SS.  Sacramento  all'al- 
tare di  mezzo  vi  e  la  chiamata  che  fa  Cristo  a  Pietro  e 
Andrea,  affinchè,  lasciate  le  reti,  pescassero  uomini.  E  ve- 
ramente il  far  questo  quadro  fu  bellissima  azione,  poiché 
altrimenti  si  sarebbe  perduta  memoria  dclForiginale  prege- 
volissimo d'invenzione  e  disegno  di  Giulio  Romano  e  di  co- 
lorito del  valente  suo  scolaro  Fermo  Guisoni  mantovano^ 
quadro  che  nel  predare  che  si  faceva  la  nostra  misera  Ita- 
lia nel  1 fu  dai  Francesi  traslocato  a  Parigi.  Noi  per- 
tanto ne  dovremo  saper  grado  al  Campi ,  e  ne  sarà  lo- 
dato :  perchè  vi  ha  nel  suo  lavoro  conservata  la  verità 
del  primo,  avendo  nel  Salvatore  posta  sì  leggiadra  atti- 
tudine che  par  che  fugga,  invitando  i  detti  Apostoli  a 
seguitarlo,  ed  i  suoi  panni  volanti  pajono  veramente  agi- 
tati dal  vento.  In  questa  medesima  cappella  sono  pure 
di  suo  pennello  i  quattro  Dottori  di  nostra  chiesa .  e  la 
medaglia  di  mezzo  alla  volta  che  simboleggia  la  Fede.  In 
altra  cappella  di  detta  chiesa,  presso  quella  ov'è  il  deposito 
della  nobilissima  famiglia  Cavriani,  lavorò  per  codesta  fa- 
miglia medesima  un  S.  Girolamo,  che  ha  molta  espres- 
sione ed  è  di  buona  maniera. 

Nel  tempio  di  S.  Andrea  gli  furono  allogati  molti  qua- 
dri a  fresco  di  storie  evangeliche  che  si  vedono  qua  e  là 
nella  gran  croce  di  mezzo  condotti  lodevolmente;  e  nella 
cantoria  rimpetto  all'organo,  allato  all'aitar  maggiore,  di- 
pinse in  bell'aria  S.  Cecilia  che  siede  presso  un  organo 
ed  è  tela  ben  lumeggiata.  Nella  cappella  poi  del  SS.  Sa- 
cramento ,  sulle  pareti  laterali ,  ha  lavorati  a  fresco  due 
grandi  quadri,  l'uno  che  esprime  la  parabola  evangelica 
dei  molti  chiamati  e  pochi  eletti,  l'altro  la  caduta  di 
Gerico,  le  cui  figure  hanno  buona  espressione  e  natura- 
lezza di  movenza.  Dal  1 788  aveva  l'imperatore  Giuseppe  II, 

5 


42  CA 

di  onorata  ricordanza ,  comandato  che  l' appartamento 
della  regia  corte,  detto  degli  arazzi,  venisse  ridotto  a  imova 
forma,  e  fosse  adorno  di  que'  bellissimi  arazzi  che  furono 
tessuti  nel  borgo  di  s.  Giorgio,  sopra  disegni  del  gran 
Raffaello,  onde  quelli  si  acconciarono  alle  pareti  grandi, 
ma  i  lati  delle  stanze  presso  alle  finestre  rimanevano  senza 
ornamenti.  Per  tal  difetto  si  consultò  il  nostro  Campi, 
che  in  vero  maestrevolmente  vi  provvide  lavorando  su 
tela  dei  dipinti  con  disegni  di  Raffaello  medesimo,  imi- 
tando con  tanto  giudizio  e  diligenza  la  tessitura  degli 
arazzi ,  che  è  proprio  mirabile  cosa.  Anche  nel  palazzo 
del  T,e  nella  camera  di  Cesare,  si  era  tutto  mal  concio 
ed  in  molti  luoghi  caduto  affatto  a  rovina  il  bellissimo 
fregio  di  putti,  e  Y  opera  fu  a  lui  affidata,  e  non  mala- 
mente, che  servendogli  di  sprone  le  divine  cose  che  vi 
erano  prima ,  pare  quivi  abbia  superato  se  stesso,  tanto 
fece  graziosi  e  vivaci  que'  putti  che  vi  lavorò,  che  non 
t'accorgi  che  sieno  di  pennello  moderno.  Anche  in  casa 
il  Marchese  Tulio  Guerrieri  vi  ha  fatte  di  belle  pitture. 
Al  Conte  Girolamo  Murari  della  Corte,  che  fu  ultimo  pre^ 
fetto  della  R.  Accademia ,  forte  ingegno  che  pur  troppo 
da  pochi  anni  non  è  più,  fece  di  naturale  il  ritratto  che 
per  morbidezza  di  carni,  per  assai  buona  maniera  è  opera 
bella  quanto  di  tal  genere  si  possa  fare.  Fu  Campi  di  sta- 
tura piuttosto  piccola  e  di  compressa  taglia;  amorevolis- 
simo e  di  costumi  illibati  assai.  Si  ebbe  due  mogli ,  e 
della  prima  lasciò  viventi  una  femmina  ed  un  maschio 
di  nome  Angelo,  il  quale  coltivatore  di  buon  giudizio 
com'  è  d'architettura,  onora  la  virtù  del  padre.  Dalla  se- 
conda ebbe  altro  figliuolo  che  vive  anch'  egli  onorata- 
mente, ma  non  si  è  dato  all'arte  del  padre.  Visse  codesto 
artefice  anni  71  ed  il  dì  4  di  maggio  181 7  uscì  di  que-* 


CA  43 

sta  vita,  alla  famiglia  ed  ai  concittadini  suoi  lasciando  nome 
ed  esempio  di  uomo  dabbene  e  di  studioso  dell'arte  sua. 

31.  Caiipo VECCHIO  GIOVANNI.  Pittore  paesista,  —  Nella 
sua  giovinezza  studiò  in  patria  i  principii  del  disegno, 
ma  vólto  egli  Tanirno  ai  lavori  di  paesi,  circa  al  terminare 
del  secolo  passato  andò  a  Roma ,  ove  là  seguendo  passio- 
natamente  questo  suo  gusto  si  esercitò  nelle  opere  de' più 
celebri  paesisti,  di  modo  che  cominciò  a  trarre  gi^an  frutto 
delle  sue  fatiche  ed  a  venire  in  grande  rinomanza.  I  suoi 
paesi  emularono  il  fare  del  famoso  Claudio  Gille  Lore- 
nese,  e  non  ci  fu  scelta  galleria  in  cui  non  si  trovasse 
qualche  lavoro  di  lui.  Dilatandosene  la  fama ,  la  scuola 
pittorica  di  Napoli  lo  invitò  a  se,  affidandogli  la  direzione 
di  quella.  Onde,  e  pel  guadagno  che  grandissimo  dai  suoi 
lavori  cavava,  e  per  le  ricchezze  che  avevagli  portate  in 
dote  la  sua  donna  che  era  di  Roma,  visse  sempre  splen- 
didamente. Di  sua  famiglia  non  se  ne  sa  altro,  che  egli 
aveva  un  fratello  nominato  Luigi,  che  viveva  sulla  Ro- 
magna, godendo  fama  di  eccellente  architetto. 

32.  Caravazzi  fermo.  Pittore.  —  Questi  fu  scolaro 
del  vecchio  Lorenzo  Costa  mantovano.  NuHa  memoria 
avremmo  di  lui,  salvo  che  del  i53o  era  al  servigio  di 
Federico  Gonzaga  Marchese  V  di  Mantova ,  quando  nei 
registri  di  vecchi  conti  della  ragioneria  di  corte  non  si 
trovasse  fatta  menzione  di  lui  in  questo  modo.  Caravatio 
Firmo  (de)  Pictori  prò  ej  US  prò  visione  S.  180  deanno  i53o.>9 

33.  Castìglioni  FRANCESCO.  Pittore.  —  È  bella  gloria 
per  un  padre  che  dia  ad  un  figlio  maestri  tali  che  glielo 
rendano  virtuoso,  ma  è  gloria  bene  infinita,  quando  un 
figlio  si  allevi  e  cresca  nella  virtù  per  la  virtù  del  mede- 
simo padre.  A  Gian  Benedetto  Castìglioni  genovese,  che 
fu  queir  universale  pittore  che  ognuno  sa ,  toccò  questo 


44  CA 

divino  conlenlo.  Stava  Gian  Benedetto  da  molti  anni  al 
servizio  della  corte  ducale  di  Mantova,  e  quivi  gli  nasceva 
Fi  anccsco  che  fu  l'unico  figliuolo  che  si  ebbe.  Conosciu- 
tolo d' indole  docile ,  e  naturato  al  disegnare ,  amorevol- 
mente lo  incamminò  per  tutti  i  segreti  dell'arte,  di  modo 
che  in  pochi  anni  se  lo  vide  valente  imitatore  dì  sua  ma- 
niera, la  quale  particolarmente  in  contraffare  figure,  paesi, 
ed  animali  di  naturale,  era  sì  perfetta,  che  Francesco  non 
poteva  meglio  dimostrare  la  sua  potenza  d'ingegno  che 
elevandosi  sino  a  quella.  Infatti  nel  genere  d' animali,  in- 
sino  al  tempo  di  Giambenedetto,  e  dopo  Fi^ancesco,  non 
è  pittore  che  gli  abbia  emulati.  Gian  Benedetto  si  morì  in 
Mantova  deiranno  i665,  come  se  lo  ha  da  un^  inscrizione 
di  marmo  bianco  coir  effigie  di  lui  a  bassorilievo.  E  sic- 
come i  lavori  di  Francesco  erano  non  che  simili  ma  eguali 
in  naturalezza  e  varietà  e  scioltezza  di  pennello  a  quelli 
del  padre,  così  questi  sembrava  veramente  in  lui  risorto. 
Ferdinando  Carlo  Gonzaga,  con  decreto  del  i68i,lo  di- 
chiarava suo  pittore,  ed  in  ciò  fare  tributava  anche  un  giu- 
sto elogio  al  padre  non  che  ad  un  suo  zio  Salvatore,  espri- 
mendosi in  quel  medesimo  decreto  di  questo  modo  :  ^?  Fran- 
cesco, figlio  di  Giambenedetto  e  nipote  a  Salvatore ,  dei 
quali  i  virtuosi  talenti  fanno  più  nota  sulle  tele  la  felicità 
de'  pennelli  che  furono  a  servigio  del  duca  nostro  padre 
di  quello  il  possa  qualunque  espressione  I  Manto- 
vani, soliti  allora  veder  sorgere  e  favorirsi  ogni  sorta  di 
genio  per  la  munificenza  de' suoi  duchi,  fecero  di  moltis- 
simi onori  a  Francesco  fino  a  che  visse  fra  loro.  Recatosi 
poi  egli  a  lavorare  in  Genova  del  1 716, compì  l'inevita- 
bile comune  sentenza  al  decreto  di  morte,  non  lasciando 
ne  allora  nò  suscitando  dappoi  niun  discepolo  che  meno 
amara  facesse  rammentare  quella  tanta  maravigliosa  per- 


CA  45 

fezione.  L'  abate  Lanzi  ci  assicura  che  in  Genova  i  qua- 
dri di  animali  lavorati  da  Francesco  facilmente  si  giudi- 
cano a  Giambenedetto,  e  che  però  vi  vuole  assai  di  finezza 
d'arte  per  raffrontameli,  tanta  è  la  somiglianza. 

34.  Cavalli  Alberto.  Pittore,  —  Le  poche  opere 
rimasteci  di  codesto  mantovano  pittore  si  ammirano  a 
Verona,  e  dobbiamo  saper  grado  moltissimo  al  Conte  del 
Pozzo  che  nelle  sue  vite  de' pittori  veronesi  diligente*» 
mente  ce  le  descrive ,  acciocché  se  le  rovine  del  tempo 
distruggessero  quelle,  la  giustizia  almeno  degli  uomini 
ne  tenesse  condegna  memoria.  Il  carattere  di  questo  pit- 
tore è  gTandioso,  e  la  fantasia  ne  è  sì  ricca,  che  lo  fa  cre- 
dere della  scuola  di  Giulio  Romano,  e  quindi  abbia  ap- 
partenuto a  quella  rara  luce  del  secolo  XVL  Gli  accen- 
nati lavori  dunque  a  Verona  sono  sulle  case  che  erano 
de'  Mazzenti  nella  piazza  maggiore,  e  ne  li  fece  in  cinque 
sj)artimenti,  figurandovi  entro  in  forma  gigantesca  i  mi- 
gliori capricci  che  si  possono  fare.  Presso  la  cantonata  vi 
è  la  Fortuna  circondata  da  molti  putti,  che  gittano  al  basso 
molte  corone,  borse  di  danaro,  ed  altre  siffatte  cose  che 
da  un'infinità  di  popolo  stranamente  mosso  si  raccolgono. 
Così  in  altra  parte  vi  fece  un  gigante  che  tiene  legato  a 
un  albero  un  altro  gigante,  ed  un  secondo  ne  calca  sotto 
i  piedi,  mentre  allato  vi  è  una  donna  che  è  la  Invidia  con 
ìsporta  piena  di  serpi  che  schizzano  fuori  veleno.  In  mezzo 
poi  dipinse  altra  donna  che  simboleggia  Verona,  che  ha 
in  mano  una  carta  col  motto  —  Caiisenm  — .  Nello  spar- 
timento  di  seguito  vi  pose  una  bella  ed  ingenua  donna 
colla  benda  a«^li  occhi  con  attorno  fanciulli  d'ogni  sorta 
che  ne  l'ascoltano,  figurando  la  Virtù  che  ammaestra  ogni 
sorta  di  giovani  non  guardando  il  vario  loro  stato  di 
fortune.  Nella  facciata  dirimpetto  al  Corso  figurò  il  teme- 


46  co 

rario  Laocoonte ,  quando  orribilmente  V  awiticcliiano  i 
due  serpi ,  e  ne  gli  addentano  il  capo.  Ha  il  pittore  si 
bene  penetrato  il  pensiero  dell'  alto  e  gentile  poeta  clic 
tale  scena  cantò,  che  appena  tu  guardi  a  questo  spetta- 
colo di  lui  ti  rammenti,  e  ti  è  forza  impallidire  e  sbigot- 
tire parendoti  udire  il  fiscliiar  de'  serpi,  e  lo  stridere  di 
Laocoonte  clie  indarno  tenta  di  sgroppare  que' mostri  che 
ne  lo  fanno  esangue. 

35.  Ceni  (Francesco  de').  Pittore,  —  Non  ci  e  dato 
finora  di  conoscere  i  suoi  lavori,  e  di  sua  vita  solamente 
sappiamo  che  fu  scolaro  de'  fratelli  Costa  a  Mantova ,  e 
che  a  dì  i6  febbrajo  iSyS  per  ancoi'a  viveva. 

36.  Ceva  FILIPPO.  Incisore.  —  Era  costui  prete  con- 
ventuale de' Servi  di  Maria  in  S.  Barnaba  e  riempiva  lo- 
devolmente le  ore  d'ozio  nel  lavorare  d'incisione.  I  mi- 
gliori intagli  di  lui  li  fece  su  due  quadri  del  Brizziano: 
il  S.  Filippo  Benizzi,  e  la  nostra  Donna  dei  Dolori.  Bri- 
ghenti  Luigi  fu  suo  discepolo,  di  cui  la  miglior  opera  è 
una  tavola  di  S.  Luigi  Gonzaga,  pittura  di  Carlo  Bru- 
netti. Morì  Ceva  sul  finire  del  secolo  XVIII  ed  i  suoi 
lavori  lo  fanno  annoverare  tra  gli  artisti  mediocrL 

COURADI  O  De'cOURADIS  BARTOLAMEO,  GIROLAxìlO  E 

FRANCESCO.  Pittori,  —  L' ignoranza,  le  guerre,  le  pesti, 
gl'incendii,  hanno  le  tante  volte  seppellite,  disperse  e  di- 
strutte le  memorie  di  uomini  che  per  le  virtù  e  per  lo 
ingegno  loro  sarebbero  stati  di  emulaz-ione  e  di  guida  alla 
società.  E  pare  che  la  malignità  di  quegli  influssi  aumen- 
tasse in  tempi  in  cui  pel  genio  di  uomini  generosissimi 
non  bastava  da  altro  canto  agli  ingegni  per  elevarsi  che 
volontà,  ninno  estrinseco  mezzo  mancando  loro.  Ed  ognu- 
no sa  quanto  infatti  le  scienze  e  le  arti  mantovane  pro- 
gredissero solto  la  munificentissima  dominazione  dei  Gon- 


co  47 

^aga,  parendo  loro  clie  questa  fosse  l'unica  via  a  divenii  e 
grandi,  felicitando  i  sudditi  per  beni  che  derivano  dal  li- 
bero esercizio  di  quelle.  Ma  la  fama  di  ciò,  sebbene  sia 
riniasa  così  grande  che  la  non  si  perderà  mai ,  pure  assai 
maggiore  la  ne  sarebbe  giunta,  se  nel  torno  del  i495  al 
iSio,  mentre  dominava  o  piuttosto  proteggeva  le  cose 
del  mantovano  Francesco  II  Gonzaga  Marchese  IV,  la 
guerra  e  la  peste  non  avessero  desolati  quegli  per  altra 
parte  allora  felici  stati,  distruggendo  que'  terribili  nemici 
dell'umano  genere  molti  uomini,  e  disperdendone  molte 
glorie.  Imperocché  allora  fioriva  in  Mantova  V  illustre 
scuola  di  Andrea  Mantegna ,  e  sebbene  circa  quel  tempo 
perdesse  questo  suo  grande  corifeo,  vi  erano  però  tali 
suoi  creati  da  paragonarlo;  ^d  il  non  avere  di  codesti 
quelle  notizie  che  si  meritavano  fu  difetto  di  storia  che  si 
tacque  sopra  le  mirande  opere  loro,  non  che  su  i  nomi  loro. 
E  che  la  cosa  stia  così,  non  è  a  porsi  in  dubbio  per  quello 
che  avvenne  a  mio  padre.  Poiché  egli  amantissimo,  come  |f 
era  della  patria  gloria,  spendeva  le  poche  ore  che  a  lui 
restavano  dal  legame  di  impieghi  urbani,  in  far  ricerche 
nei  vecchi  archivii  di  nostra  città  di  documenti  che  rive- 
lassero qualche  genio  ignoto  o  rischiarassero  qualche  sto- 
rica controversia.  E  più  volte  in  ciò  fare  fu  felice,  come 
vediamo,  per  la  scoperta  di  quasi  tutti  codesti  pittori,  molti 
de' quali  eccellentissimi.  Laonde  nel  fare  indagini  di  do- 
cumenti che  accertassero  l'epoca  di  morte  di  Andrea  Man- 
tegna nell'ufficio  dell'antico  registro  de' contratti  e  delle 
ipoteche ,  ove  erano  preziose  pergamene  oggi  confusa- 
mente ammonticchiate  nell'archivio  de' notai,  trovò  un 
codicillo  di  mano  di  certo  notajo  Giambattista  de  Zam- 
bellis,dato  il  24  gcnnajo  i5o6  in  giorno  di  sabbato,  ove 
rilevasi  che  x^ndrea  Mantegna  nel  suo  letto,  languente  di 


48  co 

corpo,  dettava  Tultima  volontà ,  a  cui  aveva  voluti  testi- 
moni i  gli  egrcgii  pittori  Couradi  o  de'  Couradis  Bartola- 
meo,  Girolamo  e  Francesco.  Di  questi  pittori  non  è  trac- 
cia in  ninno  autore  di  storie  pittoriche ,  e  sebbene  mio 
padre  si  dolesse  che  poco  di  loro  aveva  scoperto ,  non- 
dimeno, parmi,  gli  si  debba  assai  perchè  questo  poco  a 
qualcuno  meglio  fortunato  di  lui  può  essere  scorta  a  ri- 
trovamento maggiore  e  di  loro  opere,  e  di  loro  vita,  e  se 
non  altro  avrà  im2>edito  che  la  storia  per  lo  innanzi  si 
taccia  il  nome  di  uomini  che  mentre  vissero,  onorarono 
il  mondo  colla  vera  e  perfetta  proprietà  dell'uomo,  colla 
perfezione  cioè  di  quelle  facoltà  che  Dio  aveva  loro  do- 
nate. Fu  dunque  per  quelle  indagini  che  ora  sappiamo 
che  Francesco  e  Girolamo  erano  valenti  pittori  figli  di 
Bartolameo  parimente  pittore.  E  che  proprio  tutti  e  tre 
fossero  eccellenti,  basterà  che  si  sappia  che,  erano  allo  sti- 
pendio della  corte  Gonzaga,  che  erano  discepoli  di  An- 
drea Mantegna ,  e  che  lavoravano  assai  al  palazzo  del  T, 
insieme  anche  a  Giulio  Romano,  poiché  vissero  lunga- 
mente dopo  Andrea. 

38.  Conti  Sebastiano.  Pittore.  —  Di  codesto  artefice 
non  sappiamo  altri  particolari,  se  non  che  del  i53o  era 
allo  stipendio  dei  Gonzaga.  Ebbe  egli  un  figlio  di  nome 
Agostino,  parimenti  egregio  pittore,  e  fu  della  stessa  fa- 
miglia Messer  Crozio  de'  Conti,  che  nel  1 548  in  casa  la 
illustre  famiglia  Castiglioni,  dipingeva  due  stanze  nella  ricca 
loro  villeggiatura  di  Cusatico. 

89.  Conti  Domenico.  Pittore.  —  Fu  discepolo  del  Baz- 
zani,  studiando  nell'accademia  di  Mantova.  Ebbe  la  meda- 
glia d'argento  in  premio  al  concorso  di  pittura;  perocché 
nell'unione  accademica  dei  1 6  giugno  i^GS  la  sua  esecuzione 
venne  giudicata  di  espressione  vivace,  e  di  fantasia  pittoresca. 


co  49 

Nella  tornata  i5  giugno  1766  il  Conti  dimostrò  grandi 
progressi  in  pittura  e  plastica ,  e  tanto  a  maraviglia  riu- 
scì nel  nudo  che  gli  venne  decretata  la  medaglia  d'oro. 
Anche  del  1769  fece  in  modo  ragionevole  assai  il  sog- 
getto di  concorso  accademico  ch'era  uno  Scipione  Afri- 
cano nel  fiore  di  gioventù,  e  nella  cima  della  fama  per  la 
ispanica  vittoria,  in  quell'atto  generosissimo  di  rendere  la 
bella  principessa  sua  prigioniera  ad  Alluccione,  di  cui  era 
già  sposa  promessa.  Nella  quale  concorrenza  egli  superò 
per  ancora  ogni  altro,  vedendosi  la  bellezza,  la  modestia 
€  la  gioja  tralucere  dalla  giovinetta,  e  lo  stupore  in  volto 
al  fidanzato  per  la  eroica  virtù  del  magnanimo  Scipione, 
il  quale  accompagnava  quest'atto  con  piacevole  e  buona 
grazia,  ed  elevatezza  d'animo  da  maravigliare.  Oltre 
che  figurò  due  altri  lavori  rappresentanti  l' istesso  pen- 
siero in  movenze  diverse  dallo  stabilito  progetto.  La  cor- 
rezione del  disegno,  la  fedeltà  di  espressione  delle  umane 
passioni,  e  fino  l'esatto  e  diligente  accordo  del  tutto  in- 
sieme delle  tre  opere ,  gli  guadagnarono  lo  straordina- 
rio premio  di  due  medaglie  d'oro.  E  siccome  tutti  i  di- 
segni di  concorrenza  furono  spediti  al  ministro  Conte  de 
Firmian,  grande  mecenate  degli  ingegni,  così  furono  da 
lui  liberalmente  accolti,  e  scrivevane  a  quelF  accademia  la 
sua  viva  compiacenza,  e  l'assicurava  di  suo  favore  inverso 
lei  e  de' suoi  alunni^  in  particolare  al  bravissimo  Conti. 
Il  perchè  l'accademia  deliberò  in  quell'anno  dichiararlo 
maestro;  ma  fosse  per  naturale  modestia  od  altro  virtuoso 
fine,  ricusò  codesto  onorifico  titolo,  e  chiese  gli  si  desse 
solamente  il  carico  di  dirigere  alcune  fiate  gli  scolari  al 
nudo,  e  i  disegnatori  de' gessi;  dal  che  di  presente  ne  fu 
compiacmto.  Questo  pittore  aveva  acquistato  il  fare  vi- 
vace del  Bazzoni.  Ma  udite  quant'  erano  le  meraviglie  in- 


So  CO 

finite  dcllartc  clic  arricchivano  Roma,  gli  nacque  desi* 
derio  di  recarvisi.  E  non  \i  fu  pittura  che  di  eccellenza 
avesse  pregio  eh'  egli  non  istudiasse  e  disegnasse,  talché 
perfezionatosi  assai ,  i  suoi  lavori  crebbero  in  fama  da 
pervenire  al  soglio  pontificio  ,  e  quel  santissimo  Padre^ 
lodatili  molto,  volle  fosse  posto  il  Conti  a  stipendio  di  sua 
corte,  e  lo  distinse  sempre  con  particolari  onori  fino  nel 
terminare  di  sua  vita,  che  fu  del  1817.  Di  sua  prima  ma- 
niera qualclie  bel  lavoro  v'ha  nel  R.  Palazzo  :  e  nella  chiesa 
di  S.  Zenone  vi  erano  sei  quadri;  quattro  di  storie  del 
Nuovo  Testamento,  e  due  di  miracoli  di  S.  Zenone.  Del 
secondo  fare  vi  è  un  Gesù  Nazareno  che  ha  veramente 
aria  divina,  sendo  di  sublime  espressione  vivace,  e  mor- 
bidissimo di  carni;  la  quale  felice  dipintura,  che  anche  sola 
basterebbe  alla  sua  gloria,  è  nella  cappella  della  nostra 
cattedrale  di  pertinenza  della  nobilissima  casa.Cevriani. 

4o.  Coo  GiAMEATTisTA.  Architetto,  —  Nel  1774?  l'eru- 
ditissimo nostro  Abate  Bettinelli  in  un  discorso  accade- 
mico delle  lettere  e  delle  arti  mantovane,  accennando  ai 
monumenti  di  scultura  del  buon  secolo,  descrive  una  la- 
pida foggiata  a  foglio  spiegato  con  pieghe  di  rilievo,  or- 
nata di  archipenzolo,  di  squadra  e  di  sesta,  ed  entrovi  in- 
tagliata un'  inscrizione  ad  onore  di  Battista  Coo,  massimo 
architetto,  e  d'integerrima  fede  verso  il  principe,  e  che 
era  di  tal  modo  poverissimo  che  gliela  fu  posta  dalla  mo- 
glie e  dai  figli  per  elemosine  che  loro  dagli  amici  si  con- 
tribuirono. Non  sapendo  il  Bettinelli  chi  si  fosse  questo 
massimo  architetto,  soggiugne:  colui  ne  lo  scoprirà,  farà 
onore  alle  arti.  Cotale  desiderio  venne  compiuto  da  mio 
padre,  quando  levava  dalla  polvere  e  dalla  dimenticanza 
queir  urbanissimo  decreto  di  Francesco  III  Gonzaga 
che  citammo  in  parlando  del  Bertani.  Donde  si  ha  da 


co  5t 

quello  stesso  che  Battista  Coo  era  mantovano,  e  clie  me- 
ritamente  era  successo  allo  spettabile  Giulio  Romano,  di 
fama  immortale 5  nell'incarico  di  vicario  della  curia,  e  di 
prefetto  delle  fabbriche,  e  che  era  dotto  assai  nell'arte  sua, 
da  valere  quant'altro  si  fosse,  ma  che  insignito  appena  di 
quel  magistrato,  cólto  da  grave  morbo  si  morì,  mentre 
si  stava  di  lui  in  quell' espettazione  di  opere  che  egregie 
avrebbe  pur  fatte.  E  siccome  Giulio  Romano  cessò  di  vi- 
vere del  l546,  e  quel  decreto  pel  Bertani  veniva  dato 
del  1549.,  ^^^^  ^  ^  dubitar  che  Battista  Coo  si  avesse  oc- 
cupato queir  onorifico  impiego  per  soli  tre  anni.  La  quale 
congettura  viene  ad  essere  confermata  dal  ritrovamento  di 
una  Memoria  che  era  nell'archivio  dei  duchi,  e  scritta  di 
pugno  di  Francesco  HI,  in  data  i.^  novembre  i5/\6,  e 
nella  quale  era  che  a  Battista  de  Coo  erano  state  spe- 
dite le  patenti,  atrnichè  succedesse  a  Giulio,  e  ciò  nel  modo 
che  è  qui  =:  Nemini  diibìum  est  spectahilem  Julium 
Pipum  Romanum^  quein  proxime  mors  nohis  ahstulit 
eum  fuisse  excellentem  pictorem^  summumcjite  archi- 
tectum^  ut  liac  aetate^  si  primus  ei  lociis  non  dehetur^ 
saltem  secundi  un  facile  daretur^  nec  in  ipso  landando 
multimi  temporis  atque  lahoris  conterendum  est^  cum 
opera  ipsa,  per  se  eum  clarum  commendatumque  red- 
dant.  Tali  ergo  tantoque  ^iro  spoliati  ad  alium  ani- 
mum  nostrum  adplicuimus  ^  qui  in  architectura  ilio 
minime  inferior  est  ^  ita  dignus  hahetur  Joannes  Bap- 
tista  de  Cos?o  e  te.  etc. 

A  danno  della  storia  codesto  documento  si  è  imper- 
fetto, mancandovi  la  formale  nomina  di  lui,  e  quindi  le 
prerogative,  gli  attributi  che  a  tale  carica  si  convenivano. 
Peccato  che  non  si  abl)ia  maggiore  luce  intorno  a  que- 
st'uomo, la  cui  virtuosa  vita  certo  sarà  stata  turbata  da 


52  co 

grandi  sventure^  mentre  non  si  può  agevolmente  inten- 
dere che  fedelissimo,  com'era  al  suo  principe,  ed  in  quel 
pregio  tenuto  che  lo  si  vede,  abbia  dovuto  poi  perire  tanto 
povero  che  al  sotterrarlo  abbisognassero  i  soccorsi  degli 
amici.  La  inscrizione  pertanto  che  viene  dal  Bettinelli  ci- 
tata, e  che  era  nella  chiesa  di  S.  Agnese,  la  ho  trovata  in 
quella  raccolta  manoscritta  di  tutte  le  inscrizioni  del  Man- 
tovano che  fu  fatta,  come  vedemmo,  e  da  mio  padre  e  dai 
due  suoi  fratelli  Girolamo  e  Luigi,  e  però  parmi  conve- 
nevole cosa  qui  riferirla: 

BAPT  .  eoo  .  ARCHITECTO  .  MAX  . 
INTEO  .  IN  .  PRINCIPE  .  FIDE  . 
INSIGNI  .  PAUPERTATE  . 
INGENTI  .  CIVIUM  .  DOLORE  •  ELATO 
UXOR  .  ET  .  FI  .  MOESTISSIMI 
OPT  .  PATRI  .  CONJUGIQUE 
STIPE  .  AMICORUM  .  CONLUTA 
POSUER  . 

4i  Corsini  quintilio.  Architetto,  —  Di  codesto  man- 
tovano architetto  altro  non  sappiamo  che  fu  prefetto 
alle  fabbriche  ducali,  e  che  mancò  alla  vita  presente  del 
17  maggio,  l'anno  iQ2^^\e\\mào  sepolto  nella  chiesa  ora 
distrutta  di  S.  Giorgio,  fuori  la  porta  di  questo  nome.  Il 
che  tutto  si  ha  dalla  seguente  inscrizione  parimenti  con- 
servata nella  raccolta  a  cui  sopra  si  è  accennato. 

D  .       O  •      M  . 

QUINTILII  .  CORSINI  .  PRAEFEGTI 
DUO  .  FABRICAR  .  HIC  .  COLLOCATUxM 
CADAVER  . 
OBIIT  .  DIE  .  XVII .  MAI .  MDCXXIIIL 


co  53 

4^-  Costa  Girolamo.  Pittore,  —  Questi  fu  uno  dei 
migliori  creati  di  Girolamino  da  Carpi,  e  grandi  progressi 
fece  sui  disegni  di  codesto  eccellente  pittore  ferrarese. 
Visse  intorno  alla  metà  del  secolo  XVI ,  ed  i  suoi  lavori 
furono  specialmente  nella  sua  patria ,  ma  a  sommo  danno 
delle  belle  arti  mantovane  non  se  ne  ha  più  alcuno,  sendo 
dalle  rovine  de' tempi  e  dalle  guerre  stati  guasti  e  distrutti. 

43.  Costa  Lorenzo.  Pittore.  —  Egli  è  fratello  di  Gi- 
rolamo e  godette  il  favore  di  Federico  Gonzaga  Marchese 
di  Mantova,  di  modo  che  fu  mandato  a  Roma  raccoman- 
dato a  queirillustre  letterato  e  gran  protettore  de'  letterati 
che  fu  Baldassare  Castiglioni,  donde  sopra  quelle  mara- 
viglie dell'arte  colà  da  tutto  il  mondo  raccolte  ne  traesse 
la  perfezione.  Corrispose  infatti  all'aspettazione  che  se  ne 
aveva,  poiché,  giovine  com'era,  il  suo  pennello  presto  salì 
in  fama  per  tutta  Roma,  e  sappiamo  dal  Vasari  che  del  i56o 
fu  uno  de'scelti  da  Taddeo  Zuccaro  a  dipingere  nel  pa- 
lazzetto  nel  bosco  di  Belvedere  del  Cardinale  Emulio, 
ove  coi  disegni  di  Federico  Zuccaro,  fratello  di  Taddeo, 
vi  fece  con  Orazio  Sammacchini  bolognese  la  Trasfigura- 
zione, e  le  nozze  di  Cana  Galilea  ed  il  Centurione  ingi- 
nocchiato. Desso  poi  ripatriò  e  colse  quella  gloria  che  al 
ben  operare  tien  dietro,  e  benché  tornasse  a  Mantova  nel 
tempo  in  cui  il  gran  Giulio  Romano  vi  si  stabilì,  pure  non 
fu  meno  cliiaro ,  poiché  anzi  perfezionato  alla  scuola  di 
quello ,  gareggiò  col  maestro  ad  illustrare  la  patria  con 
infinite  stupende  opere.  Anche  di  queste  pochissime  con 
dolore  nostro  ce  ne  rimangono.  Quelle  che  abbiamo  non- 
dimeno fanno  fede  quanto  il  nostro  artefice  sia  degno  che 
le  opere  sue  non  sieno  in  ninna  guisa  taciute,  e  che  ve- 
ramente a  lui  si  dovesse  V  elogio  che  gli  si  dà  da  Paola 
Giovio  ne'  suoi  elogi  d' uomini  illustri  scrivendo  Man- 


54  co 

tuanus  Costa  sjiaves  ìiominum  effigies  decentes  ^  coni'- 
positosque  gestus  blandis  coloribus  pingit  ita^  ut  wsti- 
tae  armataeque  imagines  a  nemine  jucundius  eaprimi 
posse  judicentur  ^9. 

In  parlando  del  Bertani  abbiamo  già  veduto  di  quanta 
bellezza  sieno  i  due  grandi  quadri  che  sono  nella  Chiesa 
di  S.  Barbara;  il  martirio  cioè  di  S.  Adriano^  ed  il  Bat- 
tesimo di  Costantino  imperatore,  che  qui  il  pittore  gli  fa 
dare  da  S.  Silvestro,  standosi  a  questa  diceria;  i  quali  due 
quadri  furono  d'invenzione,  come  bassi  detto  del  Bertani 
medesimo,  e  di  esecuzione  di  Lorenzo,  essendo  ciò  ricor- 
dato dall'iscrizione  che  là  vi  si  legge.  Io  Babt.  Bertanus 
ArchitecL  im^ent.  Laurentius  Costa  fecit.  In  corte  nella 
camera  de'Segni  vi  ha  maravigliosamente  dipinti  i  segni 
del  Zodiaco  in  quelle  forme  che  dagli  astronomi  sono 
imaginate,  e  sparse  di  quelle  stelle  che  vi  appartengono. 
Ed  è  pure  bellissima  opera  sua  tutto  il  fregio  in  tela  che 
attorno  attorno  vi  è  colorito.  Sopra  poi  la  porta  maggiore 
d'ingresso  alla  Chiesa  di  S.  Barnaba  si  vede  di  sua  mano 
vm  grandissimo  quadro  bislungo  che  è  la  moltiplicazione 
de'pani  e  de'pesci,  che  fa  Cristo  nel  deserto  alla  presenza 
di  innumerabile  turba,  lavoro  di  sorprendente  effetto.  Nella 
Chiesa  medesima  avvi  un  S.  Filippo  Benizzi  di  l>el  colorito 
e  di  ottimo  panneggiamento.  Il  martirio  di  S.  Biagio,  che 
si  conserva  in  S.  Carità,  non  ti  è  possibile  a  lungo  fis- 
sarlo senza  che  non  ti  senta  cercare  d' orrore  tutte  le  fib-^ 
bre.  Fece  ancora  il  Martirio  di  S.  Sebastiano,  e  lo  si  tiene 
in  moltissimo  pregio  nella  Chiesa  di  S.  Sebastiano.  In 
casa  il  signor  Quero,  presso  il  magazzino  militare  dei 
grani,  avvi  di  lui  un  ritratto  di  un  uomo  vestito  alla  spa- 
gnuola  che  è  morbidissimo.  Le  parti  laterali  della  Cap- 
pella della  Compagnia  del  Preziosissimo  in  S.  Andrea 


co 


erano  dipinte  dal  valente  pennello  di  Lorenzo ,  ma  T  in- 
curia degli  uomini  le  ha  lasciate  perire ,  onde  non  se 
ne  vedono  che  pochi  tratti.  Maggiori  particolari  di  que- 
sto insigne  pittore  non  abbiamo  per  ancora  scoperto , 
e  solamente  è  certo  ch'egli  morì  in  Revere,  grossa  terra 
mantovana  sulla  riviera  destra  del  Po,  rimpetto  ad  Osti- 
glia  5  trovandosi  nella  Chiesa  di  S,  Mostiola  cjuest'  in- 
scrizione 

LAyRENTIO  .  COSTA 
ET  .  CLARAE  .  UXORI 
me  .  VIATOR  .  REQUIEM 

44-  Costa  Ippolito.  Pittore.  —  Egli  è  un  altro  fra- 
tello de'suddetti,  e  dopo  Lorenzo  sostenne  V  onore  di  sua 
famiglia  e  della  patria.  La  sua  maniera  se  V  aveva  fatta 
grandiosa  sotto  la  disciplina  del  gran  Giulio  Romano.  Fu 
uno  de' pittori  stipendiati  alla  Corte  dei  Gonzaga,  e  nel- 
l'archivio di  Governo  si  ha  che  egli  dal  i.^  novembre 
i529  sino  al  i54o  ebbe  l'annuo  assegno  di  S.  228  ,  4^ 
che  a  que' tempi  non  era  de'  minimi.  Anche  i  lavori  di 
codesto  artefice  sciauratamente  per  la  più  parte  corsero 
ristessa  sorte  di  quelli  di  Lorenzo;  ma,  sebbene  Mantova 
ora  non  possegga  che  tre  soli  suoi  quadri,  bastano  cer- 
tamente e  a  lode  sua  e  a  gloria  nostra.  Imperocché  nel 
nostro  Duomo  vi  è  un  quadro  di  S.  Agata  la  quale  ha 
legate  ambe  le  mani  ed  è  posta  in  mezzo  a  due  terri- 
bili soldati  che  sì  crudelmente  le  tagliano  e  levano  con 
tanaglie  le  mammelle  che  a  vedersi  conviene  che  tu  fre- 
ma, tanto  ogni  figura  esprime  quello  che  l'artefice  vo- 
leva. Nella  Chiesa  di  S.  Gervaso  è  un  quadro  di  un  Cri- 
sto deposto  di  croce  presso  la  Vergine  madre  e  Nicodemo 
lagrimosi  e  dolenti,  che  è  bellissimo  a  vedere.  E  per  ul- 


56 


CO 


timo  nella  Chiesa  intitolata  a  S.  Martino  vi  è  un  quadro 
con  entro  codesto  santo  vestito  alla  militare,  in  atto  di 
tagliare  colla  spada  un  lembo  di  sua  veste,  die  caritater 
volmcntc  dà  a  un  povero  ignudo  che  gli  sta  presso  ginoc- 
chioni; il  tutto  dihgentementc  e  maestrevolmente  fatto. 

45.  Costa  luigi.  Pittore,  —  Merita  pure  di  essere  ri- 
cordato anche  questo  Costa  fratello  dei  sopraccennati,  il 
quale  fu  ancor  egli  della  scuola  di  Giulio  Romano,  e 
quantunque  non  riuscisse  eccellente,  come  lo  erano  quelli, 
non  pertanto  dipinse  abbastanza  ragionevolmente,  ed  il 
Cadioli  loda  assai  un  quadro  che  è  in  S.  Barnaba,  il  quale 
figura  il  Divino  Maestro  che  dà  le  chiavi  a  S.  Pietro.  Ed 
in  verità  il  Cristo  è  pieno  di  maestà  divina  e  di  graziosa 
movenza  quanta  si  possa  mai  desiderare. 

46.  Costa  fermo.  Pittore.  —  Si  sa  che  questi  dipinse 
un  quadro  grande  a  suor  Giulia  Castiglioni  monaca  in 
S.  Giovanni;  ed  un  altro  quadretto  dipingeva  nel  dicem- 
bre dell'anno  i564;  ma  non  si  conoscono  quali  soggetti 
vi  eseguisse.  Innanzi  a  quest'epoca,  cioè  ai  23  settembre 
1 545,  egli  lavorava  nella  contrada  Pusterla,  trovando  ciò 
mentovato  nei  libri  mortuarii  di  questa  città  in  occasione 
che  in  quel  dì  gli  moriva  un  figlio  suo  dilettissimo. 

Non  furono  poche  le  volte  che  i  fratelli  Costa  concordi 
lavoravano  a  una  stessa  opera,  onde  e  per  la  valentia  di 
ciascuno  e  per  la  uniformità  di  scuola  sonovi  molti  qua- 
dri-che perfino  dagli  stessi  intendenti  non  si  saprebbe 
a  qual  mano  di  loro  assegnare,  e  però  si  ritengono  lavori 
in  comune  di  questi  illustri  fratelli.  Sono  di  questa  cla^e 
tutti  i  quadri  esistenti  in  S.  Sebastiano ,  de'  quali  oltre- 
modo belli,  ad  onta  che  sieno  un  po'  mal  conci,  si  osser- 
vano e  la  tavola  del  martirio  di  S.  Sebastiano  e  la  Storia 
della  moltiplicazione  de'sette  pani,  e  de'cinque  pesci  in  tela 


co  57 

grande  bislunga.  In  S.  Andrea  poi,  sopra  la  porta  d'ingresso, 
ad  una  Cappella  vi  è  la  liberazione  de'Santi  Padri  che  fe' 
Cristo,  allorché  scese  nel  Limbo  trionfatore  della  schia- 
vitù :  opera  di  molta  verità  e  di  viva  espressione.  In  S.Leo- 
nardo vi  è  Longino,  nel  momento  che  egli  dà  la  niag-^ 
gior  prova  della  crudeltà  sua  contro  TUomo-Dio,  im- 
mergendogli la  lancia  nel  costato ,  e  ne  cava  Y  ultimo 
sangue  e  Tultim' acqua  che  lo  redimono,  stenebrandogli 
V  intelletto  e  movendogli  il  cuore  in  modo  da  farlo  forte 
seguace  e  propagatore  della  divina  dottrina;  le  quali  co^e 
tutte  guardando  a  quel  quadro  spontanee  si  affacciano 
allo  intelligente  osservatore.  Nel  coro  di  S.  Barnaba  si 
conserva  la  tavola  di  mezzo  che  è  il  martirio  di  codesto 
medesimo  santo  a  cui  è  intitolata  la  chiesa.  Al  primo  al- 
tare a  sinistra  in  S.  Egidio  avvi  la  B.  Osanna  e  S.  Do- 
menico. Nel  coro  parimente  di  S,  Spirito  si  ammira  la  di- 
scesa dello  Spirito  Santo  sopra  gli  apostoli,  i  quali,  nel 
volto  e  nella  movenza  di  tutta  la  persona,  fanno  palese 
la  inspirazione  celeste ,  e  la  mutazione  del  debole  loro 
spirito  nel  fortissimo  che  doveva  cambiare  al  mondo  la 
faccia,  umiliando  i  superbi  potenti,  e  gli  umili  schiavi  esal- 
tando. Nella  chiesa  poi  delle  grazie,  fuori  di  Pradella,  si 
vede  di  loro  stile  e  fatturst  magistralmente  dipinto  il  mar^ 
tirio  di  S.  Lorenzo. 

Valgano  questi  pochi  cenni  a  movere  maggiori  inda- 
gini sopra  codesta  illustre  famiglia ,  nella  quale  tutta  si 
conosce  che  vi  era  genio  e  grande  stimolo  alla  virtii.  Con- 
viene poi  che  tergesse  posto  distinto  negli  ordini  civili  dei 
cittadini ,  poiché  una  per  ancora  misteriosa  inscrizione  che 
era  in  S.  Andrea,  ci  mette  al  fatto  che  era  tanto  potente 
d^  non  temere  in  que'  ferrei  tempi  la  indignazione  di  un 

6 


58  CR 

conte 5  appalesando  questo  pubblicamente  feroce  omicida 
di  uno  del  loro  casato.  L' inscrizione  aveva 

CAROLO  .  NEPOTI  .  DULCISS  . 
.  INFIDO  .  COMITE  .  TRUCULENTER  .  EVECTO 
VESCONTES  .  CANO.cns  MANT  .  ET  .  FRATRES  .  COSTA 
MOEST  .  P  .  VIXIT  AN  .  XIIII  .  OBIIT 
XVIII  MARTII  MDXIII 

Superiormente  a  questa  inscrizione  ve  n'era  un'altra  e 
diceva: 

CAROLUS  .  COSTA 
HIC  .  INSPERATA  .  REQUIESCO  .  CAROLUS  .  URNA 
CRUDELI  .  RAPUIT  .  QUEM  .  MODO  .  PARCA  .  MANU 
HAC  .  QUICUMQUE  .  VIA  .  TRANSIS  .  MIHI  .  CREDE  .  VIATOR 
HEU  .  NOTA  .  EST  .  NULLI  .  MORTIS  .  ACERBA  .  DIES  . 

47.  Crivelli  taddeo.  Miniatore.  —  Appena  abbiamo 
potuto  sapere  che  desso  fu  compagno  di  Giovanni  de 
Piussi  e  che  del  i455  miniò  superbamente  uria  Bibbia  a 
Borso  da  Este. 

48.  Croteo.  Pittore.  —  Non  ci  fu  dato  di  questo  pit- 
tore scoprire  il  nome,  e  ci  è  solo  di  lui  conservata  me- 
moria per  dipinti  di  assai  buon  gusto  che  ai  i4  luglio 
del  1548  faceva  in  uno  stanzino  a  Casatico  in  casa  la  no- 
bilissima famiglia  dei  Marchesi  Castiglioni. 

49.  Cavalli  Andrea.  Fonditore.  —  Questi  è  da  Sab- 
bioneta,  terra  della  provincia  mantovana,  e  fioriva  sotto 
il  valoroso  duca  Vespasiano  Gonzaga,  principe  che  tenne 
in  pregio  assai  le  belle  arti,  e  che  ne  amava  i  cultori.  Si 
può  dire  che  il  suo  palazzo  era  un  museo,  un'accademia, 
tanti  erano  i  capolavori  ivi  da  lui  raccolti;  tanti  erano  i 


PA  59 

valenti  soggetti  che  vi  lavoravano.  Il  Cavalli  fu  gran- 
demente onorato  da  Vespasiano,  che  gli  diede  la  direzione 
di  sua  Zecca.  Fece  grandi  lavori  a  fusione  e  gli  riusci- 
rono di  grande  finezza.  Il  che  veramente  che  sia,  non  si 
ha  per  giudicarlo  che  a  vedere  uno  zoccolo  ed  un  capi- 
tello di  bronzo  che  ornano  la  colonna,  che  è  pur  oggi  in 
mezzo  alla  piazza  di  Sabbioneta.  Su  di  quel  zoccolo  si 
legge:  Andreas  Caballiùs  fecit  MDLXXXIIII, 

50.  Dall'Acqua  Bartolomeo.  Pittore.  —  Viveva  ai 
tempi  del  Cadioli ,  ed  anzi  quando  questi  fondò  V  accade- 
mia pittorica  di  Mantova,  all'aprimento  solenne  di  essa, 
nel  marzo  1753,  fu  nominato  professore  figurista  accade- 
mico. Desso  lavorava  anche  bene  di  prospettiva.  Sebbene 
sia  vissuto  in  tempi  a  noi  vicini,  la  massima  parte  di  sue 
pitture  corsero  la  cattiva  sorte  di  essere  presto  distrutte; 
perocché  aveva  egU  lavorato  in  luoghi  a  cui  ben  presto 
toccò  provare  le  funeste  conseguenze  della  ferocia  della 
guerra.  E  così  non  abbiamo  più  una  bellissima  Gloria  di 
Angioletti  che  aveva  dipinto  entro  una  tavola  all'aitar  mag- 
giore della  profanata  Chiesa  di  S.  Croce  nuova,  presso  casa 
Guerrieri,  e  una  prospettiva  ch'aveva  lavorato  al  soppresso 
convento  della  Chiesa  di  S.  Barnaba.  Le  pitture  che  di 
lui  ci  rimangono  nel  dormitorio  di  detto  convento  sono 
di  buona  maniera.  Morì  quest'  artefice  sul  finire  del  se- 
colo XVIII. 

51.  Di  Bagno  federico.  Dalle  memorie  ch'esistono  nel 
nostro  Archivio  di  Governo  si  ha  che  era  buon  pittore, 
e  dipingeva  intorno  al  i56i.  Ne'  registri  per  altro  dei 
morti  si  trova  che  fu  tolto  alla  gloria  pittorica  assai  im- 
maturamente ,  poiché  ai  9  giugno  di  quell'  anno  si  morì 
in  età  di  anni  44-  È  incerto  se  codesto  pittore  si  appar- 
tenesse alla  nostra  antica  famiglia  de'  Maichesi  di  Bagno; 


6o  DO 

certo ,  se  lo  fosse  ,  n'  avrebJje  gloria  da  riporre  ne'  suoi 
fasti.  Migliori  indagini ,  speriamo ,  ne  lo  chiariranno. 

52.  Dolce  Girolamo.  Scultore. — ^  La  scoperta  di  que- 
st'  artefice  la  dobbiamo  al  nostro  concittadino  Gaetano 
Susani,  che  ce  ne  parla  nel  suo  nuovo  Prospetto  della 
città  di  Mantova  (i).  Nella  Chiesa  di  S.  Teresa  lavorò  di 
legno  ai  lati  del  tabernacolo  dell'aitar  maggiore  due  an- 
geli in  assai  buone  e  facili  movenze,  e  con  finezza  di  di- 
segno. Anche  la  statua  di  S.  Antonio  da  Padova,  che  è  al 
primo  altare  a  destra  di  chi  entra  in  S.  Andrea,  si  crede 
suo  lavoro. 

53.  Donnino.  Pittore.  —  Non  è  a  confondere  questo 
pittore  con  altro  Donnino  di  cui  parla  nelF  opera  sua  l'a- 
bate Lanzi,  e  che  era  fiorentino  ed  ajutò  al  Buonarotti. 
Questi  è  mantovano  ed  attese  alla  pittura ,  in  cui  riuscì 
felicemente.  Salì  infatti  in  tanto  grido  che  da  que'  prin- 
cipi d'allora  fu  fatto  cavaliere.  Fu  assai  vago  dei  viaggi, 
ed  in  questi  passò  sempre  sotto  nome  di  Cavalier  Don- 
nino. Sparse  qua  e  là  per  la  Italia  alcuni  quadri  di  buona 
maniera  che  dagli  intendenti  vengono  stimati  molto.  Il  no- 
stro avv.  Volta  nel  suo  ristretto  di  notizie  pittoriche  as- 
sicura che  lavorò  molto  per  la  Spagna,  donde  riportò 
molta  fama.  Fiorì  intorno  al  i63o. 

54.  Donzelli  marc' Antonio.  Pittore. — A  Casatico,  in 
quella  bella  villeggiatura  de'Castiglioni,  del  1698,  con  mas- 
sima intelHgenza  restaurò  un  ritratto  di  naturale  del  conte 
Camillo  Castiglioni ,  eh'  era  dipinto  da  uno  de'  fratelli 
Costa  sull'asse. 

55.  Dosso.  Pittore.  —  Fino  a  qui  di  codesto  Dosso 
non  si  è  potuto  conoscere  ne  il  nome,  ne  altro  parti- 


(i)  Mantova  ,  da  Francesco  Agazzi  i8i8. 


FA  (Il 

colare,  se  non  che  Francesco  II,  Marchese  IV,  lo  teneva 
in  corte  alle,  spese.  Il  che  basta  a  sua  lode.  Di  questo  no- 
stro pittore  nel  libro  delle  spese  di  corte  del  i5i2  si 
ha  questa  memoria  =:  «  Dosso  Pictori  Due.  triginta 
a  s,  g3  prò  ejus  mercede  pinxisse  quadrum  unum  ma- 
gnum  cum  undecim  figuris  humanìs  posìtum  in  ca- 
mera superioris  solis  in  Palatio  novo  apud  S.  Seba- 
stianum  ^  vigore  mandati  sub  12.  Aprilis  i5i2  =  5» 
Che  fosse  eccellente  questo  quadro  non  è  a  porsi  in  dub- 
bio, dacché  il  luogo  in  cui  fu  posto  ce  lo  chiarisce.  Ed 
il  palazzo  eretto  dalle  fondamenta  per  contenere  gl'immor- 
tali trionfi  del  Mantegna,  non  si  può  pensare  che  di  opere 
si  adornasse  indegne  di  starsene  a  quel  paragone.  Forse 
questo  quadro  fu  tra  le  rapine  dell'  orrendo  sacco  di  Man- 
tova nel  i63o,  e  ci  duole  che  di  quelle  undici  figure  non 
se  ne  indichi  il  soggetto,  poiché  allora  potremmo  forse 
confidare  di  rinvenire  il  quadro  medesimo. 

56.  Fabbri  pietro.  Pittore.  —  Dal  Cavaliere  Cadioli 
abbiamo  che  questo  Fabbri  era  certamente  mantovano. 
Desso  dipinse  in  patria  e  fuori;  ed  il  suo  capolavoro,  al 
dire  di  quello  stesso,  è  una  gran  tela  che  è  nel  coro  di 
S.  Maria  della  Carità,  entro  la  quale  fece  la  Purificazione 
di  Maria  Vergine.  La  sua  maniera  pare  lo  dica  del  se- 
colo XVIII,  ma  certa  cognizione  di  lui  non  teniamo. 
Il  Bottani  pittore  cremonese ,  che  fu  ultimo  direttore  di 
nostra  accademia,  giudicava  lavori  di  questo  artista  due 
quadri  che  sono  oggi  nella  Chiesa  di  S.  Caterina:  L'uno 
è  S.  Biagio  che  benedice  un  bambino  in  braccio  alla  ma- 
dre; l'altro,  S.  Caterina  e  la  Madonna. 

57.  Facchetti  PIETRO.  Pittore  ritrattista,  —  Questi 
nacque  in  Mantova  l'anno  iSSg  e  sembra  da  poveri  ge- 
nitori. Studiò  pittura  nella  scuola  dei  Costa  in  patria,  ma 


62 


FE 


dal  suo  genio  non  fu  portato  che  a  far  ritratti.  Era  an- 
cora nella  sua  giovinezza ,  quando  si  condusse  a  Roma  in 
quel  tempo  che  aveva  la  maggiore  fama  di  celebre  ritrat- 
tista Scipione  da  Gaeta.  I  primi  ritratti  che  egli  là  dipinse 
furono  cagione  di  farlo  salire  in  tanta  stima  da  offu- 
scare la  gloria  del  Gaeta  medesimo.  Non  vi  fu  principe 
o  gentiluomo  o  dama  romana  che  non  si  facesse  ritrarre 
di  naturale  dal  Pacchetti.  E  tanti  furono  gli  onori  e  tante 
le  ricchezze  che  gli  procacciò  la  sua  virtù,  che  da  povero 
che  era  potè  alla  sua  morte  lasciare  ricche  sostanze  a' suoi 
eredi,  dopo  avere  egli  vissuto  assai  comodamente.  In  casa 
gli  Spannocchi  a  Siena  si  tengono  ancora  di  quel  pregio 
che  sono  alcuni  quadri  di  questo  nostro  artista.  E  si  co- 
nosce, come  egli  e  nel  disegno  e  nelle  tinte  avesse  tro- 
vato r  arte  di  dare  a'  suoi  ritratti  tale  bellezza  e  bontà 
quanta  ne  si  vede.  Imperocché  l'azzurro  oltre  marino,  la 
lacca,  i  giallosanti  gli  univa  in  tale  vaghezza  e  vivacità 
che  ninno  innanzi  di  lui  aveva  saputo  fare.  Visse  egli  di 
continuo  di  virtù  sì  amabili  e  di  costumi  così  illibati  che 
non  v'era  uomo  che  lo  conoscesse  il  quale  non  gH  si  affe- 
zionasse. Finì  l'onorata  sua  vita  agli  anni  78  nel  giorno 
27  di  febbrajo  del  161 3,  lasciando  prova  che  la  nobiltà 
vera  sta  nel  sapersi  elevare  dal  fango  delle  passioni ,  e  nel 
vincere  a  forza  di  volere  ogni  ostacolo  che  la  povertà  pone 
allo  ingegno.  Il  Baglioni  distintissimo  elogi  fa  di  questo 
nostro  artefice,  al  quale  non  teme  di  assegnare  una  grande 
celebrità. 

58.  Febus  (de).  Pittore,  —  Questo  pittore  fu  discepolo 
di  Lorenzo  Costa  il  vecchio.  Egli  viveva  e  lavorava  in 
Mantova  del  i528,  ma  di  lui  non  sonosi  potute  racco- 
glier maggiori  notizie. 

59.  Ferri  simone.  Pittore.  —  Fiorì  alla  scuola  di  An- 


FR  G3 

drea  Mantegna,  e  del  1017  dimorava  in  Pietole,  terra  na- 
tale di  Virgilio.  Ivi  era  tenuto  a  stipendio  da  Francesco  TV 
Gonzaga ,  affinchè  dipingesse  il  palazzo  di  quella  villa, 
e  conviene  che  non  fosse  da  meno  degli  altri  creati  di 
Mantegna,  poiché  quel  principe  di  quando  in  quando  lo 
richiamava  ni  città,  perchè  gli  dipingesse  o  quadri  o  stanze^ 
come  il  richiedeva  V  occasione. 

60.  Fra  giacinto  da  gazolo.  Intagliatore  in  legno.  — 
Memorie  manoscritte  esistenti  nel  nostro  archivio  di  Go- 
verno non  lasciano  dubbio  sulla  condizione,  e  sulla  virtù 
di  codesto  frate  ch'era  bravo  cappuccino.  E  però  fu  dei 
pochi  fra' suoi  che  si  occupasse  nelle  conventuali  ore  di 
ozio,  se  non  ad  aiutare  ai  civili  costumi,  almeno  al  diletto 
ed  alla  gloria  che  producono  le  arti  belle,  poiché  eccel- 
lente era  divenuto  nello  intagliare  in  legno  da  lasciare  ad- 
dietro molti  anche  degli  stessi  artieri  suoi  contemporanei. 
Visse  nel  secolo  XII ,  ma  è  ignoto  ove  e  da  chi  appren- 
desse quest'  arte ,  e  quali  lavori  abbia  fatto ,  e  quando 
morisse. 

61.  Francesco  mantovano.  Pittore.  —  L'abate  Lanzi 
ricorda  questo  pittore,  siccome  valente  a  ritrarre  di  na- 
turale frutti  e  fiori.  La  sua  maniera  pare  che  sia  quella 
dell'epoca  terza  della  scuola  veneta  del  secolo  XVII.  A 
Rovigo,  ove  fece  di  molti  lavori,  sonovi  molte  sue  pit- 
ture di  quel  genere  ed  accreditate  assai. 

62.  Gatti  Giacomo.  Pittore.  —  Studiò  il  disegno  al- 
l' accademia  di  Mantova,  quando  n'  era  direttore  il  cava- 
liere Cadioli.  Piiuscì  sufficientemente  ragionevole  pittore 
di  paesi  e  di  ornati,  ma  negli  altri  rami  di  pittura  fu  al- 
quanto d' infelice  stile.  Lavorò  di  molto  in  casa  i  Mar- 
chesi Castialioni  in  Mantova  e  nella  loro  villa  a  Casatico. 
Morì  in  patria  sul  finire  del  18 17  assai  vecchio/ Sino  a 


64  GH 

qui  nluno  di  sua  famiglia  lia  seguito  V  esempio  di  questo 
artefice ,  poiché  sono  dediti  alla  negoziatura  che  loro  dà 
molti  traffici  entro  e  fuori  di  patria. 

63.  Ghigi  TEODORO.  —  La  famiglia  Chigi,  detta  ancora 
dei  Ghisii  in  Mantova,  era  salita  in  molto  onore  per  gli 
uomini  virtuosi  che  l' avevano  distinta,  e  fu  numerosa  di 
varii  rami ,  alcuni  de'  quali  insigniti  di  nobiltà.  Da  uno 
di  questi,  intorno  al  i5oo  sorse  un  forte  ingegno,  quale 
fu  Teodoro.  Universale  fama  di  celebrità  risuonava  in 
queir  epoca  per  la  grande  scuola  di  Giulio  Romano  ed  il 
nostro  Teodoro  vi  divenne  uno  de'più  valenti  discepoli,  di 
modo  che  il  suo  stile  fu  fiero  e  sicuro  come  quello  del 
suo  maestro  da  far  malagevole  cosa  anche  per  gli  istessi 
intendenti  il  distinguerne  le  opere.  Ondecliè,  accaduta  la 
morte  di  Giulio  del  1 546,  il  nostro  artefice  condusse  a 
perfezione  moltissimi  lavori  di  quello  rimasi  imperfetti,  e 
nel  palazzo  ducale  e  nel  T,  senza  che  rilevare  si  possa  al- 
cuna differenza  di  pennello.  Ove  si  e  discorso  di  Andrea- 
sino  vedemmo ,  come  di  compagnia  a  questo  medesimo 
dipingesse  a  fresco  con  mirabile  naturalezza  le  pareti  la- 
terali al  presbiterio  della  nostra  cattedrale,  facendovi  in 
una  il  concilio  tenuto  in  Mantova  del  1 064  da  Alessan- 
dro II,  il  quale  ivi  si  vede  seduto  in  trono,  in  abito  pon- 
tificale, in  mezzo  a'  cardinali  ed  a  moltitudine  di  spetta- 
tori, e  sta  in  atto  di  ricevere  da  Cadolo  le  mal  pretese  in- 
segne pontificie  :  e  dentro  V  altro  poi  il  concilio  adunato 
parimenti  in  Mantova  circa  il  1459  da  Pio  II,  il  quale 
pur  troppo  mal  dirigendo  la  da  lui  sentita  necessità  d'u- 
nione evangelica,  fa  allocuzione  ai  principi  dltalia,  o  piut- 
tosto ai  cattolici  tutti,  affinchè  la  si  vincesse  perla  ricu- 
pera di  terra  santa.  Di  quest'  ultimo  fatto  nel  peristilio 
alla  gran  porta  d'ingresso  alla  chiesa  de' Minori  Osservanti 


GH  65 

di  S.  Francesco,  ora  dal  diritto  di  guerra  mutata  in  arse- 
nale militare,  vi  era  una  lapida  di  marmo,  che  ne  conser- 
vava la  memoria ,  e  vi  si  leggeva 

MCCCCLIX  .  DIE  .  XXVI  .  MAI  .  PAPA  .  PIUS 
VENIT  .  MANTUAM. 
DIE  .  XIX  .  JANNUARII  .  MCGCCLX  .  INDE 
RECESSIT  . 

ANDREAS  .  LAPICIDA  .  ET  .  JOANNES  .  EJUS 
FILIUS  .  SCULPSERUNT. 

Nel  soppresso  ed  atterrato  oratorio  di  S.  Antonio  Abate 
esisteva  sopra  l'altare  primo  a  mano  destra  un  bel  quadro 
entro  cui  era  dipinta  la  Trinità  a  sommo,  ed  i  Santi  Se- 
bastiano e  Rocco  al  basso,  ed  era  ottimo  lavoro  del  no- 
stro Teodoro,  e  male  si  appose  il  Cadioli ,  quando  ne  lo 
dà  per  opera  di  Luigi  Costa,  poiché  a  conferma  di  quanto 
noi  esponiamo  stava  in  un  angolo  inferiore  di  quel  qua- 
dro la  seguente  iscrizione  =  Theodorus  f,j  il  che  abba- 
stanza chiarisce  la  cosa.  Anche  nella  Chiesa  conventuale 
delle  monache  di  S.  Paola,  pur  questa  fatta  ora  caserma, 
vi  era  una  tavola  bellissima ,  su  cui  era  Cristo  morto 
e  portato  al  sepolcro,  degnissimo  lavoro  a  vedersi. 
Scampato  della  barbarie  dei  tempi  delle  passate  immense 
guerre  è  in  Santa  Barbara  un  quadro,  in  cui  è  dipinto  Cri- 
sto battezzato  per  man  del  Battista,  così  fattamente  con- 
dotto con  grazia  da  questo  nostro  artefice  che  fa  vedere 
come  valente  fosse  e  per  disegno  e  per  invenzione.  Non 
si  conosce  in  qual  anno  precisamente  Teodoro  finisse  i 
suoi  giorni,  ma  del  1799,  prima  che  venisse  rovinata  dalle 


66  GH 

bombe  nemiche  la  Chiesa  eli  S.  Marco  conservavasl  an- 
cora in  essa  la  inscrizione  seguente: 

HOC  .  SEPULCRUIVI  .  EST  .  THEODOIU 
ET  .  AEREDIBUS  .  DE  .  GHISIIS 
ANNO  .  lòG;. 

In  molti  de' suoi  lavori  questo  artefice  apponeva,  come 
era  uso  d'allora,  il  solo  nome  di  questa  guisa  =:  Theo- 
dorus  mantuanus  f.  Questa  celebre  famiglia  in  Man- 
tova ora  non  se  la  ricorda  che  per  xma  contrada,  che  da 
essa  prese  la  denominazione  del  Ghisio.  L'abate  Lanzi  a 
ragione  chiama  questo  pittore,  grande  disegnatore  manto- 
vano, e  vuole  che  sia  corretto.  L'Orlandi  lo  dice  romano, 
forse  per  errore  di  stampa ,  poiché  quando  accenna  a 
Giorgio  Ghisi  suo  parente ,  non  lascia  di  chiamar  questo 
mantovano. 

64.  Ghisi  GIORGIO.  Intagliatore.  —  Alla  famiglia  del 
sopraccennato  Teodoro  appartiene  codesto  Giorgio,  e  non 
meno  di  quello  v'aggiunse  rinomanza.  Il  Lanzi  appena 
ne  fa  alcun  cenno;  ma  più  giustamente  ne  parla  1'  abate 
Tiraboschi  che  ci  fa  sapere,  come  fosse  distintissimo  tra 
gli  allievi  del  celebre  Marcantonio  Raimondi  intagliatore 
bolognese.  Il  nostro  storico  Leopoldo  Camillo  Volta  ci 
assicura  che  visse  dal  iSooal  i54o,  amato  e  stimato  da 
tutti  i  suoi  contemporanei  colleghi ,  per  l'eccellenza  di  suo 
bulino  pieno  di  grazia  e  di  delicatezza.  Fu  infaticabile  in- 
tagliatore dei  capolavori  dei  più  celebri  pittori  quali  erano 
Raffaello,  Giulio  Romano,  il  Primaticcio,  Pierin  del  Vaga, 
Buonarotti,  Giulio  Campi,  il  Bronzino.  Del  Campi  in- 
cise in  rame  la  Sacra  Famiglia  che  è  in  S.  Paolo  a  Milano, 
e  la  è  pregiabile  pel  vero  gusto  correggesco  di  cui  tutta 


GH  67 

e  informata.  Anche  il  Vasari  vide  di  lui  F  intaglio  di  una 
natività  di  Gesù  Cristo  del  Bronzino,  e  dice  che  fu  molto 
bella,  e  per  cosa  buona  dà  per  ancora  l'intaglio  del  Giu- 
dizio universale  di  Michelangelo  Buonarotti  da  lui  pure 
veduto.  Il  lavoro  però  che  gli  assicurò  la  fama,  e  gli  valse 
applauso  universale  de'  piii  rinomati  maestri  di  quel  tempo 
fu  la  stupenda  incisione  dell'Ercole  Farnese.  Molte  opere 
di  Teodoro  Ghisi  le  incise  questo  valente.  Io  poi  ne  tengo 
una  fra  la  mia  raccolta  di  antiche  incisioni  che  conferma 
la  celebrità  di  questo  nostro  artista,  ed  è  l'incisione  del 
gran  quadro  del  martirio  di  S.  Barbara  del  famoso  Do- 
menico Riccio,  detto  Brusaforci,  contraffatta  con  tanta  de- 
licatezza e  penetrazione  di  cai^attere  e  facilità  di  movenza 
che  veramente  è  cosa  mirabile.  Quest'  incisore  usava  se- 
gnare le  sue  opere  di  questa  cifra  G.  NF  ?5  GeorgiusMan" 
tuanus  fecit;  ovvero  G.  F.  Georgius  fecit.  Gl'intelligenti 
fanno  grande  ricerca  anche  a'giorni  nostri  di  queste  bel- 
lissime stampe,  e  Monsignore  Manifesti,  canonico  di  S.  Bar- 
bara, ne  possedeva  alcune  avendole  in  quel  pregio  che  si 
meritano  (i). 

65.  Ghisoni,  o  guisoni  fermo.  Pittore,  —  AUorachè 
del  i54o  ,  dopo  la  morte  di  Federico  Gonzaga,  Giorgio 
Vasari  andò  a  Mantova  a  conoscere  di  persona  Giulio  Ro- 
mano, e  vederne  i  portenti  dell'arte ,  Ghisoni  Fermo  era 
già  francato  dalla  scuola  di  quell'  universale  pittore  ,  e 
meritamente  si  godeva  fama  di  eccellente  maestro,  facen- 
dosi molto  onore.  L'istesso  Giulio  lo  predilesse  a  molti 

(j)  Pochi  giorni  fa  ho  acquistato  una  Risurrezione  di  Cristo, 
che  per  le  strane  e  insieme  natuvaU  movenze  di  sbigottimento 
negli  abbagliati  e  scossi  soldati  intorno  al  sepolcro ,  e  per 
unità  di  pen-^iero  ,  è  cosa  bellissima. 


68  GH 

altri  suoi  creati,  stimandolo  e  per  la  esattezza  del  dise- 
gno ,  e  per  la  forza  del  colorito ,  onde  die  spesse  volte 
servissi  dell'opera  sua.  Furono  molte  le  pitture  di  questo 
bravo  artista  ,  e  molte  ancora  rimangono  a  testimonianza 
del  suo  valore,  ad  onta  che  non  poche  siano  state  preda 
del  terribile  e  sanguinoso  diritto  di  conquista ,  all'  epoca 
dell'ultima  guerra  de'Francesi ,  quando  spogliarono  la  in- 
felicissima nostra  Italia.  Di  queste  ultime  fu  il  bellissimo 
quadro  della  chiamata  che  fe  Cristo  a  Pietro  e  Andrea^  e 
del  pregio  del  quale  discorremmo  all'  articolo  di  Felice 
Campi  per  la  bella  e  dihgente  copia  che  questi  ne  fece. 
In  S.  Croce  vecchia,  chiesa  parimenti  profanata  in  quei 
calamitosi  tempi ,  ammiravasi  di  lui  un  grande  qua- 
dro ,  ch'ebbe  il  medesimo  fine,  sul  quale  erano  gli 
sponsali  di  Maria  Vergine  con  S.  Giuseppe.  Nel  Duomo 
di  Mantova,  in  una  delle  quattro  cappelle  a  sinistra  di  chi 
entra,  avvi  un  quadro  di  S.  Lucia  di  un'espressione  ve- 
ramente patetica.  Nella  sagrestia  della  Chiesa  medesima, 
rimpetto  ad  una  S.  Tecla,  si  vede  di  questo  pennello  un 
S.  Giovanni  Evangelista,  tutto  in  mistica  estasi,  e  pare 
si  legga  in  quella  profetica  fronte  la  viva  contemplazione 
di  quello  che  è,  e  che  era,  e  che  sarà  per  venire.  In 
S.  Andrea,  in  una  cappella  a  sinistra,  è  un  bellissimo  Cro- 
cifisso più  grande  del  naturale,  che  dimostra,  come  que- 
sto pittore  fosse  abilissimo  nello  studio  del  nudo.  In  una 
stanza  della  vecchia  corte  di  Mantova  in  cui  era  il  bel- 
lissimo antiquario  e  studio  di  Cesare  Gonzaga,  pieno  di 
statue  e  di  teste  antiche  di  marmo,  oggi  perdute,  vi  fece 
di  commissione  di  esso  signore  la  genealogia  di  casa  Gon- 
zaga, in  cui  si  è  portato  benissimo  in  ogni  cosa,  e  spe- 
cialmente nell'aria  delle  teste.  Nella  gran  sala  di  Troja 
della  R.  Corte ,  e  nel  palazzo  del  T,  glorie  di  Mantova  , 


Gì  69 

ed  ammirazione  degli  stranieri ,  Gliisoni  dipinse  assai  a 
fresco ,  e  molti  suoi  lavori  vengonvi  lodati  e  scam- 
biati per  quelli  di  Giulio.  Questo  pittore  diede  a  Va- 
sari il  ritratto  di  Lorenzo  Costa.  Visse  egli  fin  dopo 
il  i566  5  ma  non  si  sa  quando  passasse  alla  vita  im- 
mortale. 

66.  GiAccAROLo  GIAMBATTISTA.  Pintore. — Auclie  que- 
sto pittore  fu  discepolo  di  Giulio  Romano ,  ma  dei  meno 
celebri.  L'Abate  Lanzi,  suir  autorità  di  Camillo  Volta, 
parla  di  una  tavola  dipinta  da  questo  artista,  la  quale  era 
in  S.  Cristoforo,  e  che  ora  non  è  più.  Nella  Chiesa  di 
S.  Barbara,  nel  terzo  altare  a  destra,  vi  è  una  S.  Marga- 
rita lavoro  di  Giaccarolo,  di  sufficiente  pregio.  Del  re- 
sto non  abbiamo  migliori  memorie  che  ce  lo  possano  far 
conoscere  da  darne  una  più  estesa  relazione,  ne  un  più 
sicuro  giudizio. 

67.  GiAMBELLio  JANiBELLi  FEDERICO.  Architetto  ed  Inge- 
gnere.—  Molti  storici  parlano  di  questo  nostro  Mantovano, 
ma  sopra  gli  altri  il  Tiraboschi,  nella  sua  storia  della  lettera- 
tura italiana,  ce  lo  chiarisce  per  quell'eccellente  che  fu. 
Imperocché,  circa  la  metà  del  secolo  XV,  per  la  sua  fama 
fu  accolto  ed  adoperato  in  cose  importantissime  di  guerra 
da  Elisabetta  d'Inghilterra ,  quando  essa  parteggiava  per 
gli  Olandesi  contro  la  potenza  di  Spagna  ai  tempi  di  Fi- 
lippo II.  Ove  poi  Federico  fece  vedere  una  terribile  men- 
te ,  feconda  di  straordinarie  ed  infernali  invenzioni ,  si  fu 
del  i585,  allorachè  contro  gli  Spagnuoli  che  assediavano 
Anversa,  mise  in  opera  macchine  d'inaudita  forza,  ed  atte 
a  fare  un'orrenda  strage  di  uomini  che  ninno  innanzi  di 
lui  avesse  potuto  fare,  anzi  immaginare.  La  più  spaven- 
tevole e  formidabile  macchina  pertanto  che  da  lui  fosse 
trovata  e  ne  gli  procurasse  stabile  fama  fu  quella  che  il 


70  Gì 

Bentivoglio  descrive  nella  sua  storia  di  Fiandra.  Ed  era 
una  nave  in  pochi  mesi  da  lui  costrutta,  die  portava  una 
grandissima  quantità  di  artiglierie  e  delle  più  smisurate 
che  fossero ,  tutte  le  quali  ad  un  tratto  dovevano  scoppiare 
con  tanta  furia  da  rovinare  ed  atterrare  il  famoso  ponte 
fatto  sulla  Schelda  dal  grande  Alessandro  Farnese,  E  in 
vero  ci  assicura  il  medesimo  Bentivoglio  che  se  Alessandro 
non  avesse  avuta  tanta  previdenza  da  illudere  il  nemico 
col  far  aprire  per  mezzo  il  ponte ,  non  avrebbe  mancato 
di  un  pienissimo  effetto;  poiché  lanciata  la  nave  in  mezzo 
al  fiume  in  quelFistante  in  cui  Y  artefice  Y  aveva  calcolato, 
scaricò  con  tanto  romore  e  fracasso  che ,  come  scossa  da 
terremoto,  tremò  la  terra  alla  distanza  di  più  leghe  ,  e 
si  atterrirono  le  circonvicine  genti,  e  sebbene  per  causa 
della  fattavi  apertura  passasse  la  nave  tra  il  ponte ,  lascian- 
dolo quasi  illeso,  nondimeno  non  fu  minore  di  quel  che 
doveva  fare  la  orrenda  strage  nella  soldatesca  di  Ales- 
sandro per  le  infinite  scoppiate  macchine  incendiarie,  che 
parve  escissero  da  un  Vesuvio  nella  maggiore  eruzione  che 
dare  si  possa. 

68.  GiANGiAcoMo  da  Mantova.  Pittore,  Ci  è  noto  que- 
st'artifice  per  le  belle  pitture  che  fece  del  iS'yG  nel  Ca- 
stello di  Casatico  della  illustre  famiglia  Castiglioni.  Ivi  la 
torre  ed  uno  stanzino  del  palazzo  mostrano  di  quant'ot- 
timo  gusto  fossero  codesti  signori,  grandi  mecenati  delle 
arti,  nella  scelta  di  questo  artista  che  vi  lavorò  con  tanta 
maestria  da  non  lasciar  dubbio,  come  fosse  egli  assai  pra- 
tico in  tutte  le  maniere  di  pitture.  Il  suo  stile  è  giuliesco. 

69.  Giovanni  mantovano.  Pittore,  —  Vespasiano  Gon- 
zaga, Duca  di  Sabbioneta,  che  visse  dal  1 53 1  al  1  Sg  i ,  nel  suo 
testamento  fa  menzione  molto  onorevole  di  questo  artista 
poiché  egli  afferma,  che  si  era  guadagnata  la  stima  sua 


GR  71 

dipingendo  egregiamente  nel  palazzo  ducale  di  Sabbio- 
neta.  11  tempo  e  Fincuria  degli  uomini  hanno  fatte  pe? 
rire  tutte  quelle  opere ,  ne  per  ora  sappiamo  in  quali  al- 
tri luoghi  abbia  Giovanni  lavorato. 

Il  tratto  di  questo  Duca,  che  mentre  detta  i  suoi  ultimi 
voleri  si  ricorda  di  un  virtuoso  con  sentimento  di  emo- 
zione, non  può  dagli  uomini  nati  a  gentilezza  che  sen- 
tirsi con  vera  gioja  ;  e  fa  sorgere  un  desiderio  che  la  sto- 
ria dei  Gonzaga  sia  svolta  con  più  lume  di  verità  di  quello 
sin  d'ora  se  lo  abbia  fatto.  Ed  è  certo  che  a  loro  si  al- 
zerebbe un  vero  monumento  di  gloria  e  di  gratitudine,  e 
all'umanità  un  esempio,  una  prova  che  quei  gentili  animi, 
anche  in  tempi  in  cui  la  più  parte  di  que'  piccoli  potenti 
non  conoscevano  altra  legge  fuori  della  forza ,  già  in- 
tendevano che  i  progressi  ed  i  pregi  dello  ingegno  e  del 
cuore  sono  sempre  la  vera  delizia  dell'anima,  la  vera  con- 
seguenza della  legge  di  amore  che  far  deve  la  gloria  im- 
mortale dell'  umanità ,  e  che  la  fama  che  sorge  dall'  am- 
bizione politica  del  furore  delle  guerre  è  fama  passaggiera 
volgare,  che  viene  sepolta  nel  disprezzo  de'secoli,  che  la 
giudicano  senza  paura  di  condanna  e  di  oppressione. 

70.  Grassi  Giulio  cesare.  Pittore.  —  Del  1676  questo 
pittore  era  a  servigio  del  Duca  Ferdinando  Gonzaga,  e 
dipingeva  nella  camera  degli  staffieri  presso  al  salone  del- 
l' appartamento  di  quel  principe.  Negli  Atti  Camillini 
ed  Orti,  notai  delle  Commissioni  ducali  si  fa  cenno  di 
questo  artista,  come  anche  se  lo  trova  nelle  filze  de'conti 
degli  anni  1609  al  i685. 

71.  Grotti  (Girolamo  de').  Pittore,  —  Fu  allievo  della 
scuola  del  Mantegna  e  distinguevasi  tanto  sopra  gli  altri 
che  non  veniva  conosciuto  che  col  predicato  di  magìster. 
Fu  amantissimo  degli  uomini  letterati,  e  ne  aveva  tanta 


72  GU 

simpatia  che  non  si  dava  se  non  con  loro.  Nei  libri  necro^ 
logici  eli  questa  città  gli  fu  conservato  il  titolo  di  magister, 
e  si  ha  che  morì  nel  giorno  i8  Febbrajo  dell'anno  i520. 

72.  GuTONE  GIULIO.  Pittore.  —  Dal  carteggio  episto- 
lare dei  principi  Gonzaga  negli  anni  i586  e  1587 
che  Gutone  era  spedito  ed  elevato  pittore,  e  che  in  que*- 
gli  anni  lavorava  \n  Goito  col  Borgani  e  con  Pompeo  Pe-^ 
demonte.  Quel  carteggio  è  nell'archivio  segreto  di  Man- 
tova, e  mio  padre  lamenta  gli  ostacoli  che  doveva  vincere 
a  penetrare  colle  sue  ricerche  fino  là  dentro,  ed  anzi  a 
male  in  cuore  dice  di  aver  desistito  da  molte  indagini  che 
gli  avrebbero  fruttato  maggiori  schiarimenti ,  e  tuttavia  egli 
si  tenne  pago  di  avere  tentato  quello  si  poteva  da  lui, 
affinchè  si  rendesse  giustizia  a  tanti  uomini  che  a'  loro 
tempi  erano  stimati  nobilissimi ,  e  che  ponno  ^'  nostri 
giorni  fare  sprone  alla  inerzia  di  molti. 

78.  Jacopo.  Miniatore.  —  Nacque  Jacopo  nel  i5i5  e 
fiorì  alla  scuola  di  Giulio,  al  quale  fu  carissimo,  e  con  lui 
perciò  lavorò  molto  al  T  e  altronde.  Nell'ancora  fiorente 
età  di  anni  45  fu  tolto  alle  arti  ed  alla  patria  nel  giorno 
^4  Gennajo  i56o,  dimorando  nella  contrada  de' Mastini. 
Noi  abbiamo  trovato  nei  libri  cronologici  di  Mantova  se- 
gnata la  morte  di  costui  col  solo  motto  Jacopo  Pictor 
il  che  indica  abbastanza  a  chi  è  addentro  agli  usi  di  quei 
tempi ,  la  notorietà  e  celebrità  a  cui  desso  era  giunto  appQ 
i  suoi  contemporanei j  ma  fatalmente  per  noi  quell'uso 
c'  impedisce  di  sapere  maggiori  notizie  di  lui ,  ignoranr 
donc  il  casato. 

74.  Leonbruno  LORENZO.  Pittore.  —  In  questi  cenni 
di  vite  pittoriche  già  avemmo  occasione  di  conoscere  il 
genio  proteggitore  le  belle  arti  dei  Gonzaga,  ondechè  Manr 
tova  certamente  dopo  la  gloria  del  canlor  dell'Eneide  ha 


LE  73 

preso  quel  posto  che  lia  per  Io  immenso  amore  di  quei 
principi  a  promovere  ogni  sorta  eli  progesso  intellettuale 
e  sociale  ne*  loro  sudditi,  e  mentre  che  la  maggior  parte 
de' signorotti  d'Italia  la  tenevano  in  barbarie  ed  ignoranza, 
desolata  e  piena  d'armi  e  di  eserciti ,  essi  scrivevano  a  un. 
Petrarca,  perchè  ne  venisse  a  precettore  della  gioventù; 
largheggiavano  comodi  e  onori  a  un  Vittorino  da  Feltra 
che  v'insegnava  le  belle  lettere  greche  e  latine,  e  informa- 
va un  loro  figlio  all'  onore  di  quelle,  e  creavalo  all'amore 
de'  popoli,  ponendo  ad  esso  in  cuore  Todio  all'oppreS'- 
sione;  chiamavano  un  Andrea  Mantegna  ed  un  Leonbatr- 
lista  Alberti  a  fondatori  e  restauratori  di  scuole  di  pittura 
ed  architettura  da  far  onore  non  che  a  Mantova,  ad 
Italia  tutta;  da  Roma  si  faceva  venire  un  GiuHo  I^omana, 
che  da  quel  fecondissimo  genio  che  era  riedificò  ed  abbele 
tutta  Mantova,  anzi  la  converse  in  istupenda  galleria,  in- 
tanto che  la  civìQ  era  fatta  convegno  ed  asilo  ai  grandi 
uomini  di  que' felici  tempi,  onde  sembrava  più  accade- 
mia che  principesca  reggia.  Per  tali  magnifici  e  poderosi 
auspicii  sorsero  infiniti  e  preclari  ingegni  e  nelle  arti  e 
nelle  scienze,  e  que' secoli  fanno  prova  che  perfino  l'in- 
gegno umano,  dono  di  Provvidenza,  è  sottoposto  a  legge 
di  necessità  sociale,  poiché  ove  è  spinta  di  Mecenati  e 
di  esempio  ivi  è  sviluppo  di  genii.  Ma  sventuratamente 
per  la  gloria  mantovana  e  d'Italia  le  pestilenze  che  mie- 
terono e  sbigottirono  tante  vite,  le  guerre  che  confusero 
ogni  ordine  ed  insultarono  ad  ogni  senso  di  umanità, 
r  egoismo  che  n'erano  surto,  furono  principale  causa  che 
tanti  illustri  nostri  fratelli  che  sudarono  all'  incivili- 
mento si  giacquero  inonorati,  e  spenti  dall'  obblivione^ 
Sta  però  sempre  alle  età  venienti  il  dovere  di  essere  giù* 
sti  e  pietosi  inverso  i  loro  padri. 

7 


74  LE 

E  fu  questo  religioso  sentimento  che  scaldava  il  petto 
a  mio  padre,  allorché  traeva  da  immeritata  dimenticanza 
il  nome  di  tanti  nostri  concittadini,  che  pur  sono  degni 
di  accrescere  la  corona  che  merita  in  pittura  V  Italia  a 
preferenza  di  tutte  le  altre  nazioni.  Vedemmo  lui  più  volte 
esultante  con  lagrime  di  gioja  per  essere  stato  nelle  sue 
fatiche  benedetto.  Ma  quando  levò  dalla  polvere  vecchie 
pergamene  e  lesse  un  nome  che  a  parer  suo  doveva  reg- 
gere a  petto  della  gloria  di  un  Mantcgna  e  di  un  Giulio, 
la  sua  vita  sentì  cercarsi  da  nuova  vigoria,  e  non  vi  fu 
amico  suo  a  cui  noi  ripetesse.  Molti  vi  fecero  plauso  e  si 
imirono  con  lui  alla  paziente  impresa,  e  fu  allora  che  di 
consenso  suo  il  chiarissimo  professore  Prandi  (a)  die  fuori 
le  notizie  storiche  spettanti  la  vita  e  le  opere  di  Leonbruno, 
e  ne  stampò  i  preziosi  documenti  che  gli  valsero  a  cele- 
brarlo. Io  perciò  nello  stendere  la  vita  di  questo  ignorato 
valente  artista,  mi  varrò  per  la  più  parte  di  sue  parole, 
ove  noi  dissentano  i  particolari  documenti  che  in  seguito 
furono  trovati  presso  mio  padre  medesimo. 

?5  Da  messer  Giovanni  Leonbruno  e  dalla  moglie  di 
lui  Elisabetta  Moroni  nacque  in  Mantova  Lorenzo  Tanno 
1489.  Nulla  si  sa  della  prima  educazione  di  Leonbruno; 
è  forza  tuttavia  crederla  sollecita  e  diligente,  dappoiché 
nel  libro  degli  stipendiati  del  principe  (è)  all'anno  i5n 

{a)  Mantova,  dalia  tipografia  virgiliana  di  L.  Caranenli  1825. 

{b)  Questo  principe  era  il  marchese  Francesco  IV,  grande 
amatore  e  generoso  proleggitore  dei  cultori  delle  belle  arti, 
e  troviamo  che  del  i5ii  aveva  ordinato  a  Leonbruno,  e  que- 
sti già  eseguito  ,  l' indorare  due  camere  a  volta  nel  palazzo 
nuovo  a  S.  Sebastiano,  e  n'ebbe  in  pagamento,  dietro  coUau- 
dazione  di  Lorenzo  Costa  ducati  172  ,  fattagli  add\  29  apri- 
le i5i2,  come  si  ha  dui  documento  che  riporteremo  in  fine 


LE  75 

Io  troviamo  nominato  pittore  e  incaricato  d'incombenze 
gelose  che  ne  lo  fanno  supporre  bastantemente  istrutto  (a). 

di  queste  memorie  (8)  :  e  che  si  vede  soUoscritto  da  Lorenzt> 
Costa  medesima. 

E  giacche  cade  in  acconcio  di  parlare  di  questo  docu- 
mento j  conviene  che  si  avverta  che  il  padre  Luigi  Pungi- 
leone,  a  cui  tanto  deggiono  ìe  belle  arti  per  la  ilkistrazione  della 
vita  del  Correggio,  a  pag.  45  voi.  Il  delle  Memorie  di  Antonio 
Allegri,  stampate  in  Parma  nel  181 7,  errò  nel  riportare  questa 
documento,  poiché  egli  vi  aggiunse  per  relatìone  dei  M.  Lo^ 
renzo  Cosia^  parole  che  non  sono  nelForiginale,  ed  errò  pure 
ponendo  la  data  dei  29  agosto.  E  che  veramente  l'errore  sia 
da  parte  di  questo  per  altro  dottissimo  scrittore,  ne  lo  assi- 
cura il  documento  medesimo  che  da  mio  padre  si  spedi  con 
molti  altri  a  codesto,  e  che  io  tengo  ora  presso  di  me. 

(a)  Che  sia  cosi  è  posto  fuori  di  dubbio  per  documenti  da 
mio  padre  ritrovati  da  quelT  istesso  archivio,  conoscendosi 
per  quelli  che  dopo  il  29  Aprile  i5i2  Leonbruno  fece  di 
molti  altri  lavori.  Infatti  ygli  8  di  Maggio  dal  tesoriere  gli 
furono  pagati  ducali  3o  per  un  quadro  largo  piedi  1 1,  alto  8, 
rappresentante  nove  muse  atteggiate  al  canto^  Apollo  che  suona 
ed  il  Marchese  Francesco  IV  in  atto  di  ascoltare.  Questo 
quadro  fu  fatto  per  commissione  di  Lorenzo  Costa,  evenne 
posto  nella  camera  presso  a  quella  chiamata  del  Papa  nei 
medesimo  palazzo  di  S.  Sebastiano.  Indi  si  legge  ne' libri  dei 
conti  che  ricevette  ducati  79  per  avere  dipinto  e  indorato 
un  oratorio  nel  medesimo  palazzo;  altri  ducati  96  per  tre 
altri  quadri  dipinti  in  quelForatorio,  nei  quali  assai  bella  era 
la  Nostra  Donna:  ducati  8  per  avere  pure  dipinto  sopra  la 
porta  di  esso  oratorio  una  Madonna:  ducati  27  pei  lavori 
entro  un  camerino  fatto  da  certo  Riapo  Armete  con  foglia- 
mi: poi  altri  ducati  24.  18  per  le  pitture  della  stanza  sotto 
la  loggia  del  suddetto  palazzo. 

Anche  nel  riportare  questi  documenti  il  Pungileone  non 
stette  a  quelH  mandatigli  da  mio  padre,  edalla  stessa  pagina 


76  LE 

Se  vi  lia  maraviglia  per  la  molta  rapidità  di  Leonbruno 
nell*  acquistare  nominanza  dipittore,  si  ricordi  che  in  quel 
tempo  era  in  Mantova  fioritissima  la  scuola  pittorica  man- 
tegnesca  da  cui  i  precetti  erano  illustrati  con  rari  dipinti 
che  servirono  lungamente ,  mentre  stettero  fra  noi,  a  pub- 
blica istruzione  degli  studiosi  artisti.  Ai  quali  ajuti  accop- 
piando Leonbruno  quelli  che  potè  ritrarre  dal  chiaro  di- 
pintore ferrarese  Lorenzo  Costa  chiamato  da  Federico  a 
capo  della  ricordata  scuola  pittorica  dopo  la  morte  del 
Mantegna,  gli  fu  agevole  il  salire  speditamente  in  fama 
di  non  volgare  artefice.  Senza  che  la  esperienza  ne  inse- 
gna che  non  ha  bisogno  di  grandi  soccorsi  chi  nacque  ad 
essere  classico  pittore.  Oltreché  il  nostro  artista  non  aveva 
avuto  a  superare  Y  ostacolo  delF  indigenza ,  poiché  anzi  ap- 
partenne a  famiglia  agiata  pe'  fondi  stabili  che  godeva  ai 
Due  Castelli,  paese  non  molto  discosto  da  Mantova.  Di 
che  ne  fa  certi  la  francagione  dei  tributi  accordatagli  dagli 
uomini  del  Comune  di  detto  paese ,  avvalorata  in  appresso 
da  favorevole  sovrano  rescritto.  In  esso  lo  appella  il  prin- 
cipe ^9  suo  pittore  egregio;  dichiara  ^?  di  amarlo  assai  per 
le  sue  virtù,  ingiugnendo  a  tutte  le  autorità  la  rigorosa 
osservanza  della  richiesta  immunità  (a). 


45  del  medesimo  Voi.  II  lo  si  corregga  ove  asserisce  che  il 
quadro  delle  nove  Muse,  e  di  Apollo  e  Francesco  Gonzaga 
era  del  Costa ,  dal  documento  originale  chiaramente  apparen- 
do, che  l'autore  ne  dimenticò  le  ultime  parole,  che  rivelano 
essere  stato  il  quadro  fatto  per  commissione  di  Messer  Lo* 
renzo  Costa  dal  nostro  Leonbruno  (9)  (Vedi  i  documenti). 

{a)  Dal  Prandi  si  è  lasciato  il  principio  di  questo  decreto, 
che  ha  così  ZZ  Pro  Magistro  Laurentio  Pletore  egregio  Mar- 
chionali approbatio  conventionis  per  eum  factae  de  anno  i5 18 


Conoscendo  Federico  1'  ottima  disposizione  di  Leon- 
bruno  a  divenire  eccellente  pittore,  pensossi  nel  marzo 
del  i52i  d'inviarlo  a  Roma  a  studiarvi  quanto  vi  ha  di 
maraviglioso  nelle  arti  del  disegno.  Ma  ciò  che  vieppiù 
moveva  Federigo  ad  inviarlo  colà  era  il  tenere  egli  allora 
presso  al  Papa,  in  qualità  di  suo  ambasciatore,  il  conte 
Baldassare  Castiglione,  cavaliere  che  lungi  dallo  starsi  ozio- 
samente assiso  all'ombra  degli  allori  mietuti  dagli  ante- 
nati, convinto  appieno  che  le  sole  virtù  personali  meri- 
tano la  pubblica  ragionevole  estimazione,  coltivava  gli 
studii  non  meno  gravi  che  ameni,  e  ne  proteggeva  i  cul- 
tori stessi.  Munitolo  perciò  dì  sua  commendatizia  {a)  partì 
per  Roma,  ove  giunse  il  dì  22  marzo  dell'anno  medesi- 
mo. Scorso  appena  un  mese  (che  più  lunga  assenza  non 
consenti  vagli  il  principe)  ritornò  Leonbruno  a  Mantova, 
recando  seco  un'  altra  lettera  dal  Castiglione  diretta  pure 
al  Marchese,  nella  quale  gli  dà  conto  in  poche  linee  di 
ciò  che  in  sì  breve  tempo  aveva  potuto  operare  a  prò  del 
suo  raccomandato. 

Restituito  Leonbruno  alla  patria  lo  veggiamo  nominato 
nel  libro  degli  stipendiati  del  principe  col  titolo  di  pit- 

€um  hominibus  Castrorum  circa  immunitatem  ejus  posscssio- 
nis  in  dicto  loco  existentis.  ^ 

ExposLiit  nobis  eie.  come  in  seguilo  è  posto  dal  nostro 
autore. 

{a)  La  lettera  è  riportata  con  molti  altri  documenti  infine 
dell'  operetta  medesima  del  P.  Prandi,  ma  non  dice  che  questa^ 
insieme  a  molte  altre  lettere  del  Castiglione,  è  custodita  in 
una  raccolta  MS.  ,  dall'illustre  famiglia  discendente  da  quel 
sommo.  Sarebbe  un  vero  beneficio  alle  belle  lettere  ed  alla 
storia  ,  se  quella  raccolta  fosse  fatta  di  pubblico  diritto  ,  e 
facciamo  un  voto  perchè  codesta  famiglia  voglia  secondare  sì 
giusti  desiderii  a  comune  vantaggio. 


7»  LE 

tore  di  borte.  Nei  registri  poi  delle  fabbriche  principesclie 
accennansi  molte  opere  da  lui  a  quell'epoca  pennelleggiate 
nel  castello  di  Mantova  (a) ,  nel  palazzo  di  S.  Sebastiano 
e  in  quello  di  Marmirolo ,  vedute  ed  approvate  dal  sun- 
nominato Lorenzo  Costa.  Vero  è  che  di  sì  pregiati  lavori 
non  rimane  sventuratamente  alcun  vestigio;  possiamo  tut- 
tavia ragionevolmente  supporre  che  manifestassero  il  no- 
tabile progresso  fatto  da  Leonbruno  nel  suo  soggiorno  in 
Koma,  se  piacquero  allo  squisito  gusto  del  dotto  principe, 
in  guisa  che  nel  settembre  del  i523  gli  fece  spontanea- 
mente dono  di  un  considerevole  tratto  di  terreno  limi- 
trofo air  abitazione  paterna  di  esso  Leonbruno  ;  dono  che 
il  principe  risguardava  tenue  a  petto  al  merito  dell'arti- 
sta, riservandosi  perciò  a  beneficarlo  più  largamente, 
come  prima  gliene  sì  fosse  offerta  opportunità.  Nel  proe- 
mio alla  carta  di  donazione  si  esprime  il  Marchese  nel 
modo  più  onorifico  ed  affettuoso  che  immaginar  si  possa 
verso  Leonbruno,  dicendo  che  aveva  pensato  da  lungo 
tempo,  come  poterlo  beneficare,  conoscendolo  uomo  di 
virtù  consumatissima  ed  eccellente  nella  pittura.  Parlando 
poi  delle  opere  eseguite  nelle  cappelle  e  nelle  camere  del 
suo  castello  ,  e  di  quelle  ancora  che  andava  di  mano  in 
mano  pingendo,  le  dice  preclare  e  degne  di  ammirazione. 

Fedele  il  marchese  alle  sue  promesse,  presentandoglisi 
nel  i526  l'opportunità  dì  beneficare  nuovamente  Leon- 
bruno,  gli  dona  nelle  più  ampie  forme  in  comune  con 
certo  nobile  Brughinio  suo  ciambellano  200  biolche  di 
terra,  situate  nel  territorio  di  Reggiolo,  e  in  questa  nuova 
carta  di  donazione  manifei^ta  pure  il  principe  sulle  prime 

{a)  Il  castello  di  Mantova  fu  fabbricalo  nel  i^gS  per  or- 
dine di  Francesco  Gonzaga, 


«  r  affetto  clie  ha  sempre  nutrito  e  die  va  di  giorno  in 
giorno  vieppiù  nutrendo  verso  Leonbruno,  pittore  a  lui 
cat-issimo,  sì  per  l'egregia  sua  arte,  e  sì  ancora  per  le  in- 
numerevoli prove  dategli  di  sue  virtù.  5? 

Fin  qui  vedemmo  che  la  fortuna  arrise  a  Leonbruno, 
ma  d'improvviso  cangiando,  come  suole  d'aspetto,  lo  fece 
sebben  tardi  accorto  a  diffidare  in  appresso  de'  suoi  fa- 
vori. Di  tale  cangiamento  non  ne  lascia  dubbio  una  let- 
tera ch'egli  scrisse  di  Milano  nell'ottobre  del  i53i  a  Sta- 
dio Gadio  segretario  in  Casal  Monferrato  del  Marchese 
Federico,  già  creato  duca  di  Mantova.  Gli  narra  in  essa 
primieramente  di  avere  inteso  dal  conte  Nicola  Maffei  che 
il  duca  suo  signore  pensava  incaricarlo  a  delineare  la  pianta 
della  città  di  Casale  ;  e  poiché  aveva  già  eseguita  que- 
st'operazione e  delineati  eziandio  i  Castelli  di  Milano  e 
di  Cremona,  prima  di  averne  ricevuto  il  sovrano  comando, 

10  prega  di  far  noto  tutto  ciò  al  duca.  Appresso  ricorda 

11  modello  da  lui  costrutto  delle  fortificazioni  di  Porto  ed 
aggiugne  che,  avendo  incominciato  a  fabbricarle  in  muro , 
pensava  a  corredarle  di  tutti  i  segreti  da  lui  veduti  al- 
trove, anzi  da  lui  immaginati  prima  di  vederli.  Da  ciò  si 
scorge  che  la  prima  pianta  delle  fortificazioni  di  Porto  do- 
vevasi a  Leonbruno,  e  che  egli  era  perciò  versato  anche 
nell'architettura  militare.  Se  non  che  penetrando  egli  che 
ad  altri  volevasi  affidata  la  cura  di  metter  fine  a  quell'opera, 
n'ebbe  grave  dolore,  che  in  risentiti  termini  espresse  al  me- 
desimo Stazio  Gadio. 

Dell'  ultimo  paragrafo  della  più  volte  citata  lettera  di 
Leonbruno  raccogliesi  che  quando  la  scrisse  non  era  più 
al  servizio  del  Duca  di  Mantova  ;  poiché  sperava  di  pas- 
sare al  soldo  di  quello  di  Milano,  Francesco  Maria  Sforza. 
Generoso  nondimeno  il  Duca  volle  che  gli  fosse  corrispo- 


8o  LE 

sto  il  meelesimo  stipendio  a  titolo,  come  si  crede,  di  pen- 
spione  vitalizia  pei  prestati  servigi. 

Dopo  il  1 537  non  si  rinviene  più  notizia  alcuna  diLeon- 
bruno,  dacché  non  si  riscontra  più  tra  gli  stipendiati  di 
corte,  ed  ignorasi  del  tutto,  se  si  fosse  acconciato,  come 
speravi,  ai  servigi  del  Duca  di  Milano.  Quali  si  fossero  le 
verosimili  cagioni  che  strinsero  Leonbruno  lungi  della  sua 
patria,  non  è  malagevole  il  conghietturarìo  da  certi  av- 
venimenti che  la  storia  di  quel  secolo  rammenta. 

Il  nostro  Prandi  quivi  conghiettura  che  tali  funesti  can- 
giamenti avvenissero  a  questo  sfoitunato  artista  pel  ca- 
rattere fiero  di  Giulio,  che  non  soffriva  rivali,  di  modo 
che  gli  avrà  a  poco  a  poco  accesa  una  sorda  guerra,  scer- 
nendo con  occhio  linceo  i  più  piccoli  difetti  nelle  sue 
•pitture  ,  valendosene  a  render  vana  la  eloquenza  delle 
opere  di  un  tanto  rivale,  e  ciò  senza  paura  dell'  indigna- 
«iione  del  Marchese ,  poiché  era  sicuro  della  protezione  del 
i?iastiglione  a  cui  il  Marchese  medesimo  tutto  deferiva ,  e 
tanto  più  in  quell'epoca  che  pare,  egli  aspirasse  all'ono- 
rifico titolo  di  Duca,  e  perciò  volendolo  obbligare  colla  più 
nobile  delicatezza  ad  essergli  utile  presso  Carlo  V  a  cui 
esso  Castiglione  per  comandamento  del  Papa  doveva  an- 
dare, la  miglior  via  si  era  di  colmare  di  carezze  e  di  ge- 
nerose donazioni  quel  Giulio  che  il  Conte  amava  con  tutto 
l' animo.  In  tal  caso  ognuno  s  indovini  se  l' aura  spirasse 
favorevole  al  Leonbruno. 

Al  nostro  autore  tale  supposto  riesce  verisimile  molto 
per  l'aneddoto  avvenuto  allora  a  Gian  Francesco  Penni  del 
Fattorino,  il  quale  fatto  erede  con  Giulio  delle  sostanze 
dell' estitìto  Raffaello,  e  per  gl'insegnamenti  avuti  da  quel- 
l'uomo sommo,  divenuto  anch'egli  eccellente  pittore,  im- 
maginò di  portarsi  a  Mantova,  sperando  di  essere  compa- 


LE  Si 

gno  a  Giulio  nei  lavori  che  doveva  questo  intraprendere. 
Ma  andò  errato  nel  suo  pensiero,  poiché  ne  fu  accolto  con 
tanta  freddezza  che  si  avvisò  di  partire  sollecitamente  per 
Napoli, 

Se  a  Giulio  era  sì  molesta  la  presenza  del  Penni  suo 
condiscepolo  ed  amico ,  più  pesante  di  molto  doveva 
riuscirgli  quella  di  Leonbruno,  stipendiato  pittore  di  corte 
ed  amato  dal  duca  con  singolare  affetto.  Ognuno  sa  il  ge- 
nio dei  pittori  degli  andati  tempi,  intento  alla  critica  mor- 
dace nel  far  giudizio  degli  altrui  dipinti,  quand'anche  non 
vi  avessero  motivi  di  particolari  rivalità.  E  fra  molti  esempi 
bastici  il  Domenichino,  che  spiaceva  al  maggior  numero 
de' pittori  che  vivevano  in  Roma,  quando  vi  faceva  le  mi- 
gliori opere. 

Lamenta  quindi  il  Prandi  che  Leonl3runo  non  abbia 
imitato  l'esempio  del  Guido  Reni  posposto  in  una  com- 
missione importante  ad  Andrea  Roncalli ,  e  non  abbia  se- 
guito tranquillamente  nell' incominciata  carriera,  affinchè 
divenuto  anch' egli,  come  il  voleva  la  moda, esperto  dipin- 
tore di  macchinose  opere  a  fresco,  come  lo  era  in  quelle 
ad  olio,  avrebbe  la  lotta  fra  loro  due  giovalo  non  poco 
ai  progressi  dell'arte,  e  si  avrebbe  forse  fatto  accojto  lo 
stesso  Giulio  di  alcune  mende  che  venivangU  apposte,  ed 
in  ispecie  di  annerire  di  soverchio  le  tinte,  difetto  notato 
dagli  stessi  più  caldi  ammiratori  suoi. 

Ma,  soggiunse  l'autore,  chi  poteva  pretendere  tanta  mo- 
derazione nell'amareggiato  Leonbruno,  non  molto  inchi- 
nevole alla  pazienza,  come  apparisce  e  dalla  lettera  diretta 
allo  Stazio,  e  dalla  sua  fisonomia  non  equivocamente 
espressa  nel  ritratto  che  pinse  da  se  stesso  in  uno  de'  qua- 
dri che  andremo  a  descrivere? 

Dà  poi  Prandi  la  lode  che  si  conveniva  a  mio  padre 


82  LE 

ed.  al  signor  Sigismondo  Bellati,  pittore  dilettante  fornito 
di  squisite  cognizioni  pittoriche,  al  primo,  come  scopri- 
tore diligentissimo  di  patrie  ignote  glorie,  e  all'altro  per 
avere  con  indicibile  pena  e  sottile  intelligenza  ritornato  per 
istudiate  e  talvolta  non  prima  tentate  vie  al  nativo  splen- 
dore più  di  un  maraviglioso  dipìnto  di  Leonbruno. 

Ora  basterà  che  descriviamo  tre  quadri  vandalicamente 
ritoccati  e  ridipinti ,  e  da  Belluti  resi  alla  primitiva  straor- 
dinaria bellezza. 

Il  primo  quadro  è  un  S.  Girolamo  che  conservavasi 
presso  le  soppresse  monache  di  S.  Orsola  (a),  e  consiste 
in  una  tavola  di  legno  di  pioppo  alta  78  centimetri,  e 
larga  69.  Il  dipinto  è  ad  olio,  V  imprimitura  a  gesso. 

Vi  si  rappresenta  il  Santo  in  mezza  figura  di  fianco 
verso  chi  guarda,  situato  in  una  grotta  di  Betlem  e  in 
atto  di  orare  innanzi  al  Crocifisso  che  tiene  nella  sinistra 
mano ,  stringendo  colla  destra  un  sasso  appoggiato  all'  i- 
gnudo  braccio  sinistro  in  modo  che  i  due  avambracci  si 
incrocicchiano ,  e  il  gomito  del  destro  appoggia  sopra  la 
sacra  bibbia,  che  vedesi  aperta  e  sostenuta  da  sterpi  che 
gli  escono  dinanzi  da  un  grosso  masso,  ed  è  scritta  a 
caratteri  ebraici,  e  dove  incomincia  la  Genesi;  di  un'esat- 
tezza e  perfezione  da  non  parerti  vero.  Veste  T  immagine 
un  manto  rosso  ed  una  specie  di  tunica  di  colore  piombo- 
scuro,  ed  addossatagli  in  modo  che  rimangono  a  nudo 
le  braccia  e  parte  del  dorso.  Per  tale  vestimento  si  appa- 
lesa la  somma  intelligenza  dell'  artista  nel  dipingere  il 
nudo,  e  nella  scelta  del  migliore  stile  nel  trattare  lepie- 

(a)  Il  quadro  fu  acquistato  dal  bravo  Bellati.  Di  questo  pit- 
tore se  ne  è  fatta  perdita  il  2  aprile  1 832  ed  in  verone  duole 
a  qualunque  cittadino  che  senta  amore  di  belle  arti. 


LE  83 

glie  delle  vesti.  È  T opera  dipinta  con  molto  colore,  ma 
con  molta  finezza  insieme  e  scioltezza  di  pennello.  Avendo 
il  pittore  presa  la  luce  dall'alto,  n'  el3be  un  bellissimo 
partito  di  chiaroscuro  che  dà  all'  immagine  un  rilievo  per 
cui  sembra  uscire  del  quadro,  e  presentarsi  una  persona 
piuttosto  viva  che  dij)inta.  Stupenda  è  la  testa  del  Santo 
tolta  dalla  bella  natura  ,  e  non  da  qualche  statua  antica. 
La  barba  è  vera ,  morbida  e  direbbesi  trattabile.  Tiene 
r  immagine  la  bocca  semiaperta ,  e  ti  sembra  parlare  al 
Crocifisso,  cui  volge  gli  occhi  colla  più  divota  tenerezza. 
A  lato  del  Santo  evvi  un  leone  così  dipìnto  che  non  pren- 
de campo  sull'oggetto  principale.  Non  è  caduto  l'artista 
nell'anacronismo  di  dare  al  suo  eroe  il  cappello  cardina- 
lizio (a) ,  siccome  fecero  altri  pittori ,  perciocché  questa 
dignità  ecclesiastica  non  eravì  al  tempo  di  S.  Girolamo. 

Dove  singolarmente  campeggia  l'alto  sapere  di  Leon- 
bruno  è  nella  parte  più  difficile  della  pittura,  quella  cioè 
deir  espressione.  L'  ha  egli  evidentemente  tmtta  dalla  vita 
di  S.  Girolamo  che  è  tra  quelle  che  furono  scritte  nel 
buon  secolo  della  lingua  italiana.  Pare  anzi  che  t'abbia  vo- 
luto tradurre  col  suo  pennello  il  capitolo  nella  vita  slessa 
così  intitolato  :  Orazione  che  disse  il  Santo  mostrando 
il  grande  suo  desiderio  di  essere  con  Cristo. 

Chiunque  sia  altamente  penetrato  dalle  massime  della 
religione  cristiana  e  legga  i  sentimenti  racchiusi  in  codesta 
orazione,  e  si  volga  di  poi  a  contemplare  il  dipinto,  scor- 

(a)  Quando  il  Bellati  acquistò  il  quadro,  vi  si  vedeva  il  cap- 
pello cardinalizio,  e  gli  sterpi  erano  stati  ridipinti  a  foggia  di 
teschio,  ma  questi  ritocchi  dell'  invidia  e  del  fanatismo  sono 
caduti  j  come  fittizii  che  erano  per  la  somma  cura  e  fina  in- 
telligenza del  Bellati  medesimo^  e  del  pittore  Giuseppe  Pel- 
lizza  mautOYano,  allievo  di  nostra  accademia. 


84  LE 

gerà  tosto,  e  negli  occhi  e  nella  fronte  del  Santo  espresso 
al  vivo  il  desiderio  che  abbian  fine  i  giorni  suoi  per 
unirsi  a  Gesù. 

Ha  il  pittore  leggermente  tinto  di  sangue  i  bulbi  e  le 
palpebre ,  e  v'  ha  dato  quel  rigonfiamento  che  nasce  in 
uomo  mosso  da  violenta  passione  e  da  infinito  dolore 
de'  passati  errori  da  impedirne  le  lagrime,  e  non  pertanto 
da  esprimerne  la  potente  carità  nella  quale,  a  detta  del  Van- 
gelo, si  concentrano  i  pregi  dell'  uom  penitente.  E  si  vede 
questo  S.  Girolamo  vecchio  bensì,  ma  non  decrepito,  e 
lungi  dall'  esser  fiaccato  per  malattia.  Ha  piena  vigoria  e 
robustezza  sì  che  il  desiderio  di  morire  non  può  supporsi 
che  sorga  in  lui,  se  non  che  proprio  dalla  sola  carità. 

Porremo  fine  alla  descizione  di  questo  lavoro  piuttosto 
inspirato  che  umano,  col  riflettere  che  lo  stesso  Leonbruno 
parve  più  pago  di  esso  che  degli  altri,  avvegnaché  in 
questo  appose  il  suo  nome  a  caratteri  grandi  ed  in 
luogo  manifesto,  cioè  alla  parte  esterna  sinistra  del  termi- 
nare dei  fogli  della  bibbia,  come  segue  =  Leonhrunus 
Mantuaniis. 

Il  secondo  quadro  ha  per  oggetto  il  favoloso  fatto  di 
Apollo  sfidato  al  suono  da  Pane ,  e  la  punizione  di  Mida 
pel  suo  pessimo  gusto  :  argomento  che  pare  scelto  da 
Leonbruno  per  le  amare  sue  vicende  a  vendetta  de' cen- 
sori di  sue  pregiabiU  opere  (a). 

[d)  Non  e  molto  tempo  che  Y  esperto  artista  mantovano 
signor  Pietro  Dovati  col  suo  ingegno  ha  saputo  salvare  dalla 
ruina  cinque  bellissimi  dipinti  nuovamente  scoperti  per  lavoro 
di  Giulio  Romano,  e  fra  questi  vi  è  pure  lo  stesso  argomento 
di  questa  favola  ;  ma  a  noi  pare  che  si  dilunghi  assai  dall'in- 
spirata  dolcezza  e  maestà  celeste  con  cui  lo  ha  trattato  il  no- 
stro Leonbruno.  Meglio  di  me  il  decida  qualche  valente  nei- 


LE  85 

È  questo  dipinto  ad  olio  sovra  tavola  di  legno  di  pioppo, 
alta  metri  uno  e  g5  centimetri ,  e  larga  metri  i ,  3 1 .  La 
imprimitura  è  a  gesso;  le  figure  sono  grandi  al  naturale. 
Queto  e  tranquillo  è  il  tono  generale  della  tinta,  come 
il  richiede  un  bosco  del  monte  Tmolo,  dove  si  rappre- 
senta Fazione.  A  mantenere  dignità  ne' dipinti  vuoisi  cer- 
care la  semplicità,  come  ne'  drammi.  Attenendosi  Leon- 
bruno  a  questa  regola  dipinse  nel  suo  quadro,  sebbene 
grande,  le  sole  quattro  figm^e  necessarie  a  rappresentare 
la  favola.  Apollo  cioè  Pane,  Tmolo  e  Mida. 

Un'altra  avvedutezza  ebbe  eziandio  Leonbruno,  e  fu 
di  scegliere  il  punto  più  essenziale  della  favola,  affinchè 
per  esso  venga  tutta  ad  intendersi  facilmente;  a  spiegarsi 
cioè  la  favola  per  il  quadro,  e  non  il  quadro  per  la  fa- 
vola. 

Pane  ,  lo  sfidatore ,  in  figura  di  Satiro,  ottimamente 
disegnato  colle  gambe,  coscia  e  corna  caprine,  e  con  mento 
pure  di  pelle  caprina,  con  barba  e  capelli  ispidi,  occupa 
il  centro  del  quadro,  e  siede  sovra  un  largo  masso,  fa- 
cendovi pure  della  sua  destra  sostegno  al  fianco.  Egli  ha 
già  sonato  e  appoggia  la  sua  zampogna  sulla  sinistra  co- 
scia. Dair  increspata  fronte  ,  dalle  inarcate  ciglia ,  dallo 
sguardo,  dal  modo  di  volgere  il  capo,  si  scorge  F  atten- 
zione sua  divisa,  parte  in  ascoltare  Apollo,  e  paite  nel 
dar  retta  a  Tmolo  che  ha  pronunciato  sentenza  a  favor 
del  rivale.  Doppia  attenzione,  malagevole  bensì  ad  espri- 

1*  arte  confrontando  que*  due  lavori.  La  descrizione  di  questi 
dipinti  fu  stampala  in  Mantova  nel  i832,  essendovi  unite  cin- 
que incisioni  a  contorno  disegnate  leggiadramente  dai  Conte 
Carlo  d'Arco  che  onora  la  patria  coltivando  con  amore  le  belle 
arti. 


86  LE 

mersi^  ma  che  fu  maestrevolmente  impressa  dal  pittore. 
Nella  fisonomia  di  Pane  leggesi  la  maraviglia,  la  sorpresa 
e  il  pentimenta  per  F  imprudente  disfida. 

Bella  oltre  ogni  credere  è  la  figura  del  re  di  Lidia,  as- 
sisa al  di  sotto  di  Pane  sovra  ampio  sasso ,  su  cui  appog- 
gia la  sinistra  mano.  Veste  una  tunica  di  color  cilestro 
carica  ed  un  balteo  a  ciarpa  bianca  collocata  sopra  la  tu- 
nica, dall'omero  destro  gli  discende  al  sinistro,  aggrup- 
pandovisi  con  eleganza.  Ha  una  specie  di  manto  che  sente 
il  colore  di  arancio,  e  scende  sino  a  terra  con  bellissimo 
partito  di  pieghe.  Sotto  quella  mano  che  posa  sul  sasso 
leggesi  in  iscorto  il  nome  di  Leonbruno.  Quantunque  sia 
questa  figura  dipinta  in  ombra  ed  in  istudiatissima  posi- 
tura, attesi  non  pertanto  i  varii  giuochi  della  luce  che 
dair  alto  penetra  furtiva  fra  i  rami  delle  sovrastanti  piante, 
vedesi  disegnata  colla  maggior  eccellenza  e  di  una  espres- 
sione stupenda.  Manifesta  essa  nel  volto  la  maggior  at- 
tenzione di  un  giudice  imparziale,  ma  che  rapito  dalla 
celeste  armonia  di  Apolline,  lo  accenna  eolla  destra  vin- 
citore nella  sfida. 

Siccome  la  fìsonomia  di  Tmolo  lo  dimostra  di  mente 
acuta  e  perspicace,  così  per  converso  quella  di  Micia  Io 
dà  per  ebete  e  di  ottuso  ingegno.  L'immagine  sua  è  situata 
alla  quarta  linea  del  quadro  ed  alla  destra  dello  spetta- 
tore. Ha  la  veste  rossa,  il  manto  verde  olivastro,  ed  una 
ciarpa  simile  a  quella  di  Tmolo.  Mostra  la  sua  testa  le 
orecchie  asinine ,  e  la  barba  larga  e  folta;  colla  sinistra 
sostiene  il  manto ,  e  sulla  destra  appoggia  molto  inchi- 
nato il  mento,  che  lo  fa  conoscere  melanconico^  pensie- 
roso, anzi  pentito  di  essersi  mal  opposto  alla  sentenza  di 
Tmolo. 

La  vivissima  descrizione  che  fa  T  immortale  "Winckel- 


LE  87 

mann  dell^ Apollo  di  Belvedere  conviene  pressoché  tutta 
anche  a  quello  di  Leonbruno,  cosicché  colle  parole 
stesse  di  quel  sommo  parlando  delle  forme  diremo  :  «  che 
sollemnsi  so^ra  r  umana  natura  j  che  il  suo  atteg- 
giamento mostra  la  grandezza  divina  che  lo  investe ,  che 
una  primavera  eterna,  qual  regna  ne' beati  Elisi,  spande 
sulle  virili  forme  di  una  età  perfetta  i  piacevoli  lineamenti 
di  una  ridente  gioventù ,  e  sembra  che  una  tenera  morbi- 
dezza scherzi  sulla  robusta  struttura  delle  sue  membra. 

Parve  a  taluno  che  il  volto  dell'Apollo  di  Leonbruno 
sentisse  il  femminino.  Lungi  però  dall'essere  questa  spe- 
cie di  mistura  un  difetto  vuoisi  anzi  riguardare ,  come 
una  bellezza,  ardua  bensì  a  rappresentarsi,  ma  pregiata 
assai  in  un  Apollo,  per  avviso  di  Plinio,  e  peritissimi 
scultori  la  praticarono. 

Nell'Apollo  di  Belvedere  non  evvi  indizio  alcuno  di 
umana  fralezza:  in  quello  similmente  di  Leonbruno  non 
vi  è  fibra  che  lo  ricordi  mortale;  e  lo  dipinse  stante  in 
piede  neir  atto  di  toccar  lo  stromento  che  lo  ha  reso  vin- 
citore ,  e  pare  che  rida  sottocchi  mostrando  a  così  dire  , 
un'aria  di  sprezzo  verso  il  vinto  rivale.  Non  è  affatto 
ignudo  ,  perciocché  dall'  omero  sinistro  all'  anca  destra  gli 
discende  una  ciarpa  rossa,  la  quale  coprirebbe  notabil 
parte  del  nudo,  se  il  pittore  con  molta  accortezza  non 
avesse  finto  che  un  leggier  vento  allontanasse  del  corpo 
di  Apollo  quel  balteo,  perchè,  salva  la  decenza,  apparii* 
sero  le  divine  forme  del  guidator  delle  muse. 

Ad  esempio  del  gran  Raffaello  e  del  Correggio  che  die- 
dero ad  Apollo  il  violino  e  l' arco ,  die  pure  Leonbruna 
al  suo  uno  stromento  armato  di  corde  cui  finse  tocco  da 


88  LE 

un  archetto  crinito ,  il  che  accresce  vaghezza  al  dipinto 
senza  oscurarne  T  intelligenza  (a). 

Il  terzo  quadro  è  doppiamente  mirabile  e  per  la  stile 
con  cui  è  trattato ,  e  per  Y  alto  e  nobilissimo  soggetto 
della  morte  e  sepoltura  del  Salvatore  che  torna  al  pen- 
siero la  grand' opera  della  Redenzione;  manifestando  così 
Leonbruno  un  animo  filosofico  col^far  uso  anch'  egli  di 
un  potente  mezzo  sensibile  per  imprì^mere  profondamente 
neir  animo  ae'  fedeli  gli  augustissimi  misteri  di  religione^ 
mezzo  efficace  che  passa  rapidamente  allo  intelletto  ed  al 
cuore  5  sovvenendo  ad  ognuno ,  che  un  uomo-Dio  diede 
sua  vita,  e  che  in  lui  forti  ci  dobbiamo  fare  per  la  grande 
opera  del  perfezionamento  pel  quale  Egli  ruppe  la  ver- 
gognosa schiavitù. 

Prese  Leonbruno  infatti  a  trattarlo  su  di  un*^ altra  ta-, 
vola  di  legno  di  pioppo  alta  metri  o,  85,  larga  metri  i,  o3 
impressa  a  gesso,  studiandosi  a  non  deviare  per  quanto 
era  possibile  dalle  narrazioni  degli  scrittori  sacri. 

Il  pittore  perciò  fece  che  al  pietoso  ufficio  assistessero 
le  persone  piìi  care  a  Gesù  che  trovavansi  presso  la  croce, 
quando  vi  fu  confitto,  e  quindi  vi  dipinse  Giuseppe  di 
Arimatea,  Nicodemo,  la  Madre  Maria,  Cleofe,  Salome  e 
la  Maddalena,  e  il  prediletto  Giovanni,  collocandoli  in  due 
piani. 

Nel  primo  di  essi  offresi  immediatamente  allo  sguardo 
il  Redentore  spirato  che  giace  in  grembo  alla  madre  ed 
è  da  lei  sostenuto  colla  destra  in  tempo  che  lo  regge  pure 
Nicodemo  situato  al  sinistro  lato  del  quadro.  L' opposta 

{a)  Questo  quadro  è  oggi  posseduto  del  signor  Francesco 
Rizzini  amatore  delle  belle  arti,  ed  è  tenuto  di  quel  pregio  che 
inerita. 


LE  89 

parte  è  occupata  dall  apostolo  S.  Giovanni,  che  presenta 
una  figura  intera  dietro  la  quale  sporgesi  Maria  Madda- 
lena in  atto  d'intenso  dolore,  a  chiome  sparse,  ed  a  mani 
fervidamente  giunte.  Tra  le  pieghe  del  lembo  della  sua 
sopravveste  è  scritto  a  minuti  caratteri  il  nome  di  Leon- 
bruno. 

Nel  secondo  piano  stanno  Maria  Cleofe  e  Maria  Sa- 
lome.  La  prima  è  posta  dietro  la  Vergine  e  trovasi  presso 
la  croce,  di  cui  si  vede  il  solo  tronco.  La  seconda  è  col- 
locata dietro  a  Nicodemo,  ed  è  vicina  a  Giuseppe  d' Ari- 
matea  che  mostra  il  solo  capo.  Nel  medesimo  piano,  al 
sinistro  lato,  dietro  l'apostolo  S.  Giovanni,  scorgesi  in 
mezzo  busto  il  ritratto  del  pittore  che  mira  gli  spettatori 
dell'opera  sua.  Malgrado  l'apparente  calca  delle  figure 
effigiate  nel  quadro  non  è  tra  esse  confusione  alcuna  ,^ 
tanto  vi  è  bene  intesa  la  prospettiva  aerea  oltre  la  lineare. 

Non  potevasi  scegliere  più  patetico  ed  opportuno  luogo 
a  rappresentai'e  quell'azione  lugubre,  offrendo  essa  all'al- 
trui vista  e  da  lungi  il  tronco  della  croce,  il  nudo  Gol- 
gota, e  presso  il  sepolcro  di  Gioseffo. 

Merita  quest'  opera  tutte  le  lodi  per  la  eleganza,  la  cor- 
rezione e  la  grandiosità  del  disegno.  Le  proporzioni  cor- 
rispondono al  carattere  delle  figure.  I  contorni  del  Cristo 
superano  in  dilicatezza  quelli  di  S.  Giovanni  e  di  Nico- 
demo e  direbbonsi  attinti  alla  sorgente  della  bellezza 
universale  eterna,  e  riuniti  nel  modo  che  più  si  addice  a 
quello  onde  fu  detto  nel  salmo  «  speciosm  forma  prue 
filiis  hominum. 

Lo  studio  dell'anatomia  vi  traluce  mirabilmente  ,  ma 
non  così  che  vi  si  possa  riprendere  una  pompa  soverchia. 
Le  estremità  delle  figure  sono  tocche  colla  maggior  per- 
fezione e  disposte  colla  massima  naturalezza.  I  panneg- 

8 


Qo  LE 

giamenti  raffaelleschi  vestono  ie  immagini  senza  affetta- 
zione 5  ne  altro  studio  accusano  fuorché  quello  della  scelta 
verità. 

Le  parti  che  risguardano  il  chiaroscuro,  la  prospettiva, 
il  colorito  sono  perfettamente  trattate.  La  luce,  che  qui 
pure  parte  dall'  alto ,  colpisce  direttamente  la  figura  di 
Cristo,  toccando  di  sfuggita  le  parti  superiori  delle  altre 
figure,  e  lasciando  così  nella  maggior  quiete  la  parte  in- 
feriore del  quadro:  partito  lodevolissimo,  in  quanto  che 
rende  la  figura  principale  atta  più  di  ogni  altra  ad  at- 
trarre gli  occhi  de'  risguardanti ,  mentre  ti  si  mostra  e 
pel  colorito  delle  carni  e  per  le  irrigidite  articolazioni  non 
un  uomo  che  dorma,  ma  un  vero  estinto  reso  tale  per 
morte  violenta. 

Stupenda  è  la  testa  di  Maria  Gleofe  per  essere  tutta  il- 
luminata di  riflesso,  assunto  malagevole  che  trovasi  sol- 
tanto felicemente  tentato  dai  pittori  di  grido.  Quanto  al 
colorito  delle  carni  vedesi  giudiziosamente  variato.  Quelle 
del  Cristo  spirato,  appaiono  più  morbide,  più  dilicate, 
più  nobili  che  quelle  del  S.  Giovanni ,  giovane  però  di 
molta  bellezza,  mentre  le  carni  del  Nicodemo  e  di  Gio- 
seffo  sono  di  un  colorito  più  forte.  La  Vergine  è  simil- 
mente di  carnagione  dilicata  ,  ma  che  ha  sofferto  non 
tanto  per  V  età ,  quanto  per  le  afflizioni  d'  animo  che  in 
tutta  la  persona  traspaiono.  Leonbruno  ha  dato  al  suo 
volto  il  più  energico  indizio  degli  interni  strazi,  ma  si  è 
attenuto  all'inno  della  Chiesa  dandole  alcune  lagrime  : 
Stahat  juxta  crucem  lacrjmosa. 

Le  carni  di  Maria  Salome  sono  vivide  e  deggionsi  en- 
comii  alla  trasparenza  del  velo  ond'  ha  coperto  il  capo, 
lasciando  essa  scoigere  persino  la  lucentezza  de'  sotto- 
posti capegli. 


LE  gì 

Gli  ornamenti  in  oro  vero,  usati  dal  pittore  per  fre- 
giarne alcune  vesti,  erano  del  gusto  di  quel  secolo. 

Potendo  le  descritte  opere  di  Leonbruno  senza  fallo 
sostenere  il  confronto  colle  migliori  del  tempo  suo  ,  il 
nostro  Prandi  finisce  col  cercare  la  cagione  del  silenzio 
degli  storici,  e  specialmente  di  Vasari,  su  questo  grande 
pittore,  e  la  congliiettura  in  particolar  modo  dal  non 
avere  Leonbruno  lavorato  mai  fuori  di  patria  (tìf),  dalla  man- 
canza di  scrittori  mantovani  contemporanei,  dal  non  es- 
sere stato  capo-scuola;  dalla  comparsa  di  Giulio  Romano 
con  tante  a  lui  favorevoli  circostanze  di  entusiasmo,  da 
giugnere  perfino  al  far  ridipingere  sul  gusto  giuliesco  le 
opere  ancora  di  altri  pittori,  come  vedemmo  già  nel  S.  Gi- 
rolamo di  Leonbruno  medesimo.  E  che  ciò  sia  avvenuto 
proprio  al  nostro  pittore,  viene  posto  fuori  di  ogni  dub- 
bio dal  sapere  che  anche  la  sopradescritta  deposizione  di 
Cristo  era  ritoccata  di  quella  maniera.  Il  che  lo  ebbe  per 
primo  a  sospettare  mio  padre  ed  a  persuadersene  dappoi 
per  le  cure  del  lodato  Bellati,  che  preso  a  ristaurare  il 
quadro  conobbe  che  la  testa  del  Nicodemo  aveva  i  ca- 
pelli di  maniera  del  Leonbruno,  onde  fatto  animo  a  to- 
gliere il  mentito  ridipinto  gli  si  appalesò  uno  stile  uni- 
forme diverso  dal  giuliesco,  e  venne  poi  la  certezza  che 
fosse  opera  di  Leonbruno,  quando,  come  vedemmo  dalla 
estremità  della  sopravveste  nella  Maddalena,  vi  si  rinvenne 
il  suo  nome  a  minuti  caratteri  d'oro. 

[a)  Questa  è  asserzione  troppo  gratuita  del  Prandi,  e  con- 
tro la  verosimiglianza  di  quello  che  si  può  dedurre  dalla  lettera 
scritta  a  Stazio  Gadio,  ove  espone  le  sue  speranze  d'  essere 
al  servizio  di  Francesco  Maria  Sforza  ;  poiché  pare  ,  che  per 
venire  in  favore  a  questo  principe,  avrà  voluto  presentarlo 
di  qualche  suo  più  perfetto  lavoro. 


f)2  LE 

Anche  il  Vasari,  al  dire  eli  Prandi,  non  poteva  parlare 
di  questo  artefice,  sendo  venuto  a  Mantova  dopo  tre  anni 
dalla  morte  di  Federigo,  e  quindi  dopo  che  Giulio  aveva 
£3[ià  distrutte  molte  opere  di  varii  pittori ,  e  ciò  per  es- 
sersi valso  dell'accordatogli  illimitato  potere  di  fare  tutto 
ciò  che  gli  veniva  a  grado  riguardo  a  strade,  palagi,  ec, 
come  infatti  il  Vasari  medesimo  attesta,  dicendo  che 
Giulio  rifece  di  muraglia  molte  stanze  del  castello ,  dove 
in  Mantova  abitava  il  duca:  occasione  che  gli  si  offerse 
opportunissima  per  cancellare  le  opere  del  nostro  artista 
e  sostituirvi  le  sue,  togliendo  così  di  mezzo  un  impor- 
tuno confronto. 

Così  la  discorse  a  un  dipresso  il  cel.  Prandi,  a  cui  man- 
cavano fatti  per  ispiegare  il  rovescio  di  fortuna  del  nostro 
artista,  ma  dopo  pubblicata  l'operetta  di  quel  chiarissimo, 
nella  parte  posteriore  antica  abbandonata  del  Castello  di 
Mantova  si  scopersero  altre  bellissime  pitture  di  questo 
insigne  pittore  ,  cosichè  distruggesi  anche  questo  suppo- 
sto del  Prandi  medesimo,  e  conviene  proprio  confessai^ 
essere  ignoto  il  vero  motivo  del  silenzio  del  Vasari ,  e 
quando  si  voglia  dubitare  ragionevolmente  di  tutto  V  e- 
sposto  riesce  ora  verisimile  scorgere  in  Leonbruno  una 
vittima  della  invidia.  Le  pitture  di  cui  qui  discorriamo 
sono  nella  volta  della  piccola  sagrestia  di  un  oratorio  che 
serviva  di  cappella  a' principi  Gonzaga,  oggi  del  tutto 
abbandonata,  e  si  veggono  assai  bene  conservate,  con  vero 
trasporto  di  ogni  intendente,  imperocché  diligentissime  e 
morbide  sono  e  trattate  con  profondità  di  arte.  Rappre- 
sentano esse  Cristo  trionfante  colla  croce  sugli  omeri ,  e 
ne'quattro  maggiori  tondi  quattro  Sibille,  e  superiormente 
i  primi  quattro  Profeti  con  un  intreccio  di  putti  così  leg- 
giadramente disegnati  e  vivamente  dipinti  da  non  cedere 


L I  93 

punto  allo  stile  mantegnesco  anzi  di  Giulio.  Anche  que- 
ste pitture  furono  per  la  prima  volta  redente  dalF  oscu- 
rità d'immeritata  dimenticanza  dall'occhio  osservatore  di 
mio  padre.  Dietro  lui  poi  le  videro  ed  ammirarono  molti 
intendenti  che  vennero  nel  suo  giudizio. 

Comunque  ne  sia  che  gli  autori  passati  facessero  di 
Leonbruno,  a  rivendicarne  la  fama  venne  la  scoperta  dei 
documenti  riportati  dal  Prandi  e  trovati  da  mio  padre,  che 
si  vedono  pieni  di  elogi  del  Marchese  Federico  verso  que- 
st' esimio  pittore,  e  più  ancora  la  mettono  in  piena  luce 
le  oy)ere  già  descritte ,  onde  si  ha  bastante  appoggio 
perchè  si  dia  a  Leonbruno  quell'  onore  e  quel  posto  che 
gli  si  debbe,  e  che  i  tardi  nepoti  nel  silenzio  delle  passioni 
soghono  tributare  a  coloro  che  ad  onta  dell'invidia  dei 
coetanei  segnalaronsi  per  opere  mai  sempre  degne  della 
p  ubblica  ammirazione. 

75.  LiOMBENi  GIOVANNI  Lvck.  Pittore. —  Niun  lavoro  si 
conosce  di  questo  artista,  e  solo  scopresi  la  sua  condizione 
da  una  lettera  scritta  da  lui  medesimo  ad  un  suo  amico, 
nella  quale  gli  fa  sapere  che  egli  non  si  era  partito  di 
Mantova  dal  1576  al  22  febbrajo  iSgi  (data  di  questa 
lettera  ),  e  ciò  per  essere  egli  stipendiato  di  corte.  Tale 
circostanza,  come  più  volte  per  altri  pittori  notammo^  è 
bastante  a  persuaderci  di  sua  perizia  per  lo  squisito  gusto 
d  ei  duchi. 

76.  Maineri  GIOVANNI  FRANCESCO.  Miniatore,  —  La  ec- 
cellenza di  questo  artista  ci  è  comprovata  dall'essere  egli 
stato  scelto  dalla  dotta  ed  eroica  Marchesa  Isabella ,  la 
principessa  senza  speranza  e  senza  timore,  notissima  pel 
suo  genio  e  per  le  sue  sventure.  A  codesta  illustre  donna 
scriveva  Maineri  in  modi  confidenziali  ed  amichevoli  in 
data  23  giugno  del  i5o6,  mentre  si  trovava  a  lavorare 


94  M  A 

in  un  palazzo  di  lei  nel  bello  e  ricco  soblDorgo  di  S.  Gior- 
gio fuori  di  Mantova ,  e  le  esponeva  come  non  poteva 
condurre  a  termine  le  rimanenti  miniature  per  essere  sprov- 
visto e  di  colori  e  peggio  di  danaro,  per  il  che  a  lei  ri- 
correva,  affinchè  potesse  dare  l'opera  compiuta,  e  rac- 
comandava se  ed  i  figli  suoi. 

^7.  Malpizzi  serafino.  Pittore.  Dobbiamo  saper  grado 
al  Signor  Susani  Gaetano,  nostro  concittadino,  per  essere 
egli  stato  il  primo  a  scoprire  codesto  pittore,  osservando 
la  iscrizione  di  un  quadro  che  è  nella  nostra  cattedrale 
air  altare  della  Beata  Osanna  Andreasi.  Ha  il  quadro  per 
soggetto  la  nostra  Donna,  posta  in  mezzo  a  S.  Domenico, 
S.  Giacinto ,  S.  Caterina  da  Siena  e  la  Beata  Osanna 
in  atto  di  venerarla ,  e  sebbene  non  sia  lavoro  di  prima 
classe ,  è  certo  che  pel  disegno  ,  pel  colorito ,  e  pei  pan- 
neggiamenti può  dirsi  di  buon  pennello  in  guisa  da  far 
che  si  abbia  desiderio  di  maggiori  lumi  intorno  a  questo 
se  ::;):>sciuto  artista. 

Manfredi  Bartolomeo.  P/^fo/^e. — Nacque  Manfredi 
sul  principio  del  i5oo,  e  si  acconciò  di  buon'ora  con 
Antonio  Circignano  detto  il  Pomarancio,  e  passò  con  que- 
sto franco  pittore  la  sua  gioventù.  Studiò  poi  la  maniera 
di  Michelagnolo  da  Caravaggio  con  tale  felicità  di  riuscita, 
che  le  sue  opere  erano  scambiate,  siccome  fossero  di  quello. 
Durava  fatica  a  condur  a  termine  le  opere  sue ,  ma  finite 
riuscivano  di  un'  incantevole  morbidezza.  Il  suo  stile 
era  naturale  assai ,  di  un  bel  colorito ,  e  di  una  forza  di 
espressione  veramente  ammiranda;  cosicché  andatosi  Man- 
fredi a  Roma,  piacque  tanto  che  si  acquistò  fama  gran- 
dissima. Non  volle  quasi  mai  prestare  la  sua  opera  che 
pei  gabinetti  dei  grandi.  Per  la  casa  Medici  lavorò 
moltissimo ,  ma  in  varii  suoi  quadri  che  erano  presso  - 


quest'illustre  famiglia  vi  si  contraffece  il  nome  del  suo 
maestro.  Non  v'  ha  primaria  galleria  cV  Europa  che  non 
abbia  opercoli  costui,  il  clie  mostra  di  qual  pregio  sicno. 
In  assai  florida  età  fu  cólto  in  Roma  da  un  malore  che 
presto  lo  tolse  al  mondo  ed  alle  arti ,  lasciando  però  un 
nome  che  non  perirà  mai.  11  suo  ritratto  è  nell'accademia 
di  S.  Luca. 

Il  celebre  storico  Equicola  parla  di  un  Manfredi  astro- 
nomo rinomatissimo  che  inventò  la  complicata  ed  inge- 
gnosa macchina  dell'  orologio  pubblico  di  codesta  città  , 
ma  non  è  da  confondere  col  nostro  pittore ,  poiché  l'oro- 
logio fu  fatto  ai  tempi  di  Lodovico  II  Gonzaga,  che  morì 
del  14785  e  quindi  due  anni  innanzi  la  nascita  di  quello. 

"jg.  Mantegna  (carlo  t^yx.)  mantovano, —  Pittore. 
stato  insignito  ,  e  da  ognuno  conosciuto  per  codesta  de- 
nominazione, per  essere  stato  uno  de'più  prediletti  creati 
del  cel.  Andrea  Mantegna,  e  perchè  questi  si  servì  sempre 
di  lui  in  ogni  più  im])ortante  occorrenza  di  lavoro.  L' a- 
bate  Lanzi,  discorrendo  delL  scuola  genovese,  narra  che 
del  i5i3  Ottaviano  Fregoso,  eletto  Doge  di  quella  Re- 
pubblica, prestò  nuova  vita  alle  arti,  accogliendo  ed  in- 
vitando sommi  artisti  ;  e  fra  i  chiamati  da  lui  dice  che 
vi  fu  Carlo  del  Mantegna.  E  infatti  questo  pittore  non 
solo  dipinse  in  quella  ricca  e  nobile  città,  ma  vi  aperse 
scuola  con  tanto  successo  da  produrre  una  quantità  di  al- 
lievi distintissimi,  de'qualioggi  si  veggono  per  ancora  molte 
pitture  di  quella  maniera.  È  d'avviso  il  Lanzi  che  il  nostro 
Carlo  fosse  uno  dei  dipintori  al  palazzo  di  S.  Sebastiano  in 
Mantova,  e  nella  cappella  di  Andrea  Mantegna.  li  che  può 
essere  pel  primo,  ma  non  così  per  la  seconda,  ove  non 
lavorarono  che  Francesco  e  Lodovico  figli  di  Andrea.  Si 
sa  inoltre  dal  suUodato  Lanzi  che  questo  artista  ebbe 


96  MA 

mano  nelle  due  storie  dell' Arca  die  sono  nel  monastero 
di  S.  Benedetto,  terra  del  mantovano  sulla  riva  del  bassó 
Po;  ma  ivi  la  maniera  di  Andrea  è  ampliata  alquanto  , 
ma  di  forme  meno  belle.  Ad  onta  di  sua  celebrità  questo 
artista  non  giunse  alla  perfezione  del  maestro,  come  ce 
lo  assicura  Tavv.  Camillo  Volta,  che  vide  due  quadri  di 
lui,  i  quali  innanzi  le  rapine  dell'ultima  guerra  si  conserva- 
vano l'uno  in  S.  Francesco  all'altare  di  S.  Sebastiano,  e 
l'altro  nella  Chiesa  vecchia  di  S.  Stefano.  Moltissime  erano 
le  opere  di  lui  che  si  ammiravano  in  Mantova  ed  a  Ge- 
nova^ ma  a  danno  delle  arti  al  presente  non  ne  rimane 
una.  Quando  egli  cessasse  di  vivere  è  rimasto  nell'  oscu- 
rità de'  tempi. 

80.  Mantegna  bernardino.  Pittore.  —  Questi  è  figlio 
del  celebre  Andrea  Mantegna,  e  gli  nacque  in  Mantova 
del  1490.  Spiegò  di  buon'ora  ingegno  pittorico,  e  sotto 
la  disciplina  di  suo  padre  riesci  presto  valente  in  modo 
che  di  sedici  anni  era  già  carissimo  ai  principi  Gonzaga, 
e  specialmente  alla  Marchesa  Isabella,  che  se  lo  aveva 
scelto  a  particolare  suo  pittore.  Codesto  vien  posto  fuor  di 
dubbio  da  una  lettera  in  data  2  luglio  i5o6,  scritta  dal 
collaterale  Giovanni  Carlo  Scalona  che  rispondeva  alla 
Marchesa  «  non  essere  possibile  prendersi  alcuna  delibe- 
?5  razione  da  Bernardino  per  recarsi  da  lei  a  Sacchetta , 
?9  imperocché  era  necessario  ottenere  licenza  dal  principe 
?5  che  lo  teneva  impiegato  al  lavoro  di  certi  quadri ,  di 
^5  cui  si  era  preso  ine  urico  di  darueli  finiti  ^? .  La  Marchesa 
non  si  stette  paga  per  tanto  alla  risposta  del  collate- 
rale, poiché  questi  il  giorno  seguente  per  impulso  di  lei 
replicò  altra  lettera ,  assicurandonela  che  dopo  alcuni 
giorni  necessarii  a  compiere  i  riferiti  quadri  indubitata- 
mente Bernardino  sarebbe  a  disposizione  sua.  Col  giorno 


MA  97 

6  ne  le  scriveva  che  la  licenza  del  principe  era  ottenuta 
per  due  giorni;  e  nel  giorno  7  avvertiva  la  Princi- 
pessa, affinchè  spedisse  pure  a  Bernardino  comoda  ca- 
valcatura,  perchè  partisse  di  Mantova,  mentre  era  agli 
ordini  di  lei. 

BeUissimo  è  ancora  un  altro  documento  che  ci  rivela 
la  fama  del  nostro  giovinetto  pittore.  È  questo  il  testa- 
mento di  Alessandro  Castiglioni  del  primo  giugno  iS^G, 
a  rogito  Domenico  Martelli,  nel  quale  è  espresso  V  ob- 
bligo a' suoi  eredi  di  far  dipingere  la  cappella  grande  della 
chiesa  del  Priorato  di  Marcaria,  secondo  il  contratto  che 
egli  si  aveva  fatto  per  3o  ducati  d'oro  con  maestro  Ber- 
nardino pittore  della  Marchesa  di  Mantova.  Se  tale  patto 
poi  sia  stato  adempiuto  noi  noi  sappiamo.  Ci  duole  molto 
di  non  saper  indicare  nessun'  opera  di  questo  bravo  ar- 
tista, ed  è  probabile  assai  che  molti  lavori  al  T,  ed  alla 
corte  ed  altronde  siano  di  lui,  benché  se  ne  dia  lode  ad 
altri  più  conosciuti. 

E  certo  intanto  che  merita  di  essere  annoverato  tra'  no- 
stri distinti  artisti  che  vissero  in  que'  felici  tempi  in  cui 
la  virtù  era  largamente  premiata  ed  intimamente  venerata, 
e  sola  bastava  per  la  vera  nobiltà  che  all'uomo  si  addice. 

Come  precoce  fu  lo  sviluppo  di  Bernardino,  così  pur 
troppo  immatura  finì  la  sua  carriera  mortale,  come  è  no- 
tato ne' libri  cronologici  di  Mantova,  da'  quali  si  ha  che 
la  compiva  in  età  di  anni  38. 

81.  Mantegna  FRANCESCO.  Pittore.  —  Anche  questi 
è  figlio  dell'anzidetto  celebratissimo  Andrea  Mantegna,  il 
quale  lo  ebbe  insieme  agli  altri  da  una  donna  della  fami- 
glia de'  Nuvolosi.  E  che  ciò  sia  vero,  contro  l' asserzione 
del  Vasari  che  dà  per  moglie  al  Mantegna  una  sorella  del 
celebre  Gentile  Bellini,  noi  ne  possiamo  dar  fede,  siccome 


gS  MA 

notizia  tratta  da  fonte  certissima,  come  è  il  testamento 
stesso  di  quell'egregio  di  Andrea,  die  fu  rogato  dal  no- 
tajo  Eugenio  Framberti  nel  dì  primo  di  Marzo  in  giorno 
di  venerdì  del  i5o/^^  e  che  e  conservato  oggi  ancora  ne- 
gli archi  vii  nostri  notarili,  nel  volume  di  queiranno,  ed 
in  altro  libro  detto  delle  estensioni  di  Framberti. 

Apprese  l'arte  della  pittura  anch'egli  da  suo  padre  e  fu 
de^  migliori  suoi  allievi.  Ondechè  si  vede  esaltato  e  bene- 
ficato grandemente  dall'inesausta  munificenza  dei  Gonzaga, 
e  per  la  virtù  sua  personale  nelF  arte ,  e  per  la  memoria 
di  suo  padre  ch'era  rimasta  in  gi^ande  venerazione  da  non 
nominarlo  presso  che  mai  se  non  chiamandolo  ^?  il  ma- 
gnifico generoso  cavaliere  ed  eccellentissimo  pittore  da 
non  starvi  a  petto  ninno  di  sua  età.  >? 

Che  Francesco  fosse  certamente  pittore  da  far  nome 
alla  scuola  mantegnesca  ci  è  dato  con  certezza ,  rilevan- 
dolo dai  documenti  tratti  da  mio  padre  per  la  prima  volta 
dall'assoluta  dimenticanza.  Una  lettera  (h)  cioè  della  Mar- 
chesa Isabella  in  data  del  ^4  settembre  i5o6  ^?  scritta 
al  signore  suo  marito ,  nella  quale  lo  assicura  che  i  figli 
del  fu  Messer  Andrea  si  assumevano  l'incarico  di  raccon- 
ciare le  camere  del  castello,  non  stogliendo  però  France- 
sco dal  cenacolo, 

Un'altra  lettera  (i)  poi  dei  2  ottobre  i5o6,  scritta 
di  pugno  del  nostro  Francesco  medesimo  al  suo  principe 
a  cui  dà  relazione  che  la  camera  dipinta  del  castello  era 
racconciata  ed  emendata,  e  che  al  ritorno  di  lui  in  patria  egli 
nutriva  speranza  di  emendare  la  tela  di  cui  in  altra  lettera  gli 
aveva  già  scritto  ch'era  mezzo  finita,  e  si  doleva  di  non 
poterlo  fare  con  assai  più  di  sollecitudine,  mentre  atten- 
dervi non  poteva  di  seguito  per  altre  dipinture  a  cui  la- 
vorare doveva ,  e  che  per  altro  si  teneva  certo  che  quella 


MA  99 

tela  finita  avrebbe  prima  di  ogni  altro,  e  che  terminata 
sperava  non  la  sarebbe  giudicata  inferiore  alle  altre,  seb- 
bene rammentare  si  doveva  che  erano  sei  anni  che  non 
aveva  toccato  pennello  per  uno  sdegno  concepito 
contra  Centurino  ,  il  quale  al  certo  contro  il  coman- 
damento di  lui  non  gli  volle  mai  dare  più  braccia  di 
damasco 

Il  carattere  di  questo  artista  non  doveva  avere  la  cor- 
dialità e  la  piacevolezza  di  sua  famiglia,  anzi  è  indubitato 
che  era  capriccioso  e  fantastico,  e  che  ne  al  padre  stesso 
andava  a  genio,  ne  dai  principi  sempre  fu  tollerato. 
Imperocché  nel  citato  testamento  di  Andrea  vi  è  predi- 
letto un  altro  figlio  di  nome  Lodovico,  di  cui  parleremo 
qui  dopo ,  e  da  una  lettera  del  29  aprile  1 5 1 3  da  Fran- 
cesco medesimo  indiritta  a  Don  Federico  Gonzaga  pri- 
mogenito successore  al  marchese  Francesco,  si  ha  che  era 
stato  punito  da  questo  con  essere  confinato  alla  terra  di 
Buscoldo.  Il  che  a  un  dipresso  esprimeva  dicendogli 
«  com'era  continuamente  vessato  dall'iniqua  sua  fortuna, 
che  gli  impediva  per  fin  poterli  visitare,  del  che  gliene 
faceva  le  più  umili  scuse;  nonostante  lo  prega  volerlo 
riguardare  come  suo  servidore  in  memoria  del  padre , 
e  che  faccia  istanza  per  lui  al  Marchese  regnante  al 
quale  rammentasse  la  grazia  che  gli  era  stata  chiesta 
da  Monsignor  Gorgiense,  di  essere  cioè  rimesso  nel  pri- 
miero stato ,  perchè  suo  desiderio  sempre  era  d' impie- 
garsi per  lui.  Incalzava  poi  tali  preghiere,  ricordandogli 
com'  era  il  solo  rimasto  tra'  figli  di  Andrea,  onde  voleva 
vivere  e  morire  sotto  l'ombra  della  casa  Gonzaga,  che 
altrimenti  sarebbe  rimasto  povero  anzi  mendico  insieme 
alla  desolata  sua  famiglia,  e  che  seco  lui  a' suoi  ginocchi 
implorava  protezione. 


100 


M  A 


Non  abbiamo  donde  rinvenire  la  cagione  di  tale  con- 
fino, ma  forse  la  si  potrebbe  dednrre  dalla  mala  con- 
dotta di  Francesco  verso  il  fratello  Lodovico ,  come  ap- 
parirà nella  vita  di  questo. 

Morì  questo  pittore  li  22  marzo  i56i ,  come  lo  si  ha 
dai  nostri  libri  necrologici. 

Varie  memorie  lette  da  mio  padre  nelF  archivio  se- 
greto provano  che  Francesco  dipinse  molto,  ma  sgrazia- 
tamente nessuna  descrive ,  ne  tampoco  accenna  il  sog- 
getto delle  opere  sue,  cosicché  moltissime  verranno  at- 
tribuite ad  altri ,  mentre  sono  forse  lavori  di  lui.  Se  non 
che  ora  dalla  lettera  che  vedemmo  d' Isabella  al  suo  si- 
gnore è  rivendicata  Topera  del  cenacolo  a  Francesco  dal 
Cadioli  attribuita,  senza  punto  provarlo ,  al  Correggio.  E 
in  verità  quel  poco  che  vi  rimaneva  quando  io  m'  era 
ancora  in  Mantova,  abbastanza  richiamava  allo  intendente 
lo  stile  esatto,  ma  secco  dei  Mantegna.  Così  la  potessimo 
noi  ripetere  al  vandalico  genio  ed  all'  insensatezza  di  quel 
nemico  alle  belle  arti  mantovane  anzi  italiane ,  che  senza 
curarsi  della  sconcezza  che  derivava  all'  architettura ,  e 
neppure  al  danno  dello  studio  della  pittura,  fece  in  mezzo 
a  quel  cenacolo  un  finestrone  dilacerando  molti  degli 
Apostoli  e  la  Vergine  che  erano  in  quel  centro.  Gli  Apo- 
stoli che  restavano  erano  un  miracolo  dell'arte  di  quel 
tempo,  e  si  vedevano  in  diversa  attitudine,  rivolti  gli 
uni  all'alto,  altri  al  basso;  alcuni  profondamente  medi- 
tavano ,  altri  la  discorrevano  tra  loro ,  e  tutti  erano  ra- 
dunati in  luogo  spazioso  contornato  da  bellissime  ver- 
dure intrecciate  di  fì.ori  e  di  frutti  di  lavoro  stupendo  (ci). 

(a)  Anche  queste  pittare  sono  state  distrutte  da  poco  tempo 
in  qua  coir  imbiancare  la  facciata  d'ingresso  al  Tempio. 


Da  quella  lettera  che  citammo  di  Francesco  del  2  ot- 
tobre i5o6  altra  verità  storica  importante  si  scopre.  Che 
i  figli  cioè  di  Andrea  risarcirono  bensì,  ma  non  aggiun- 
sero il  bello  sfondo  alla  camera  dipinta  del  castello ,  e 
nemmeno  promisero  terminarla,  come  ha  creduto  e  nar- 
rato il  per  altro  dottissimo  Abate  Lanzi  nella  sua  storia 
pittorica  d'Italia  (tom.  11,  parte  I,  p.  228,  ediz.  di  Las- 
sano 1795-96)  poiché  la  era  senza  dubbio  terminata  del 
1474?  32  anni  cioè  innanzi  la  morte  di  Andrea.  L'in- 
scrizione infatti  che  è  ancor  oggi  in  quella  camera  di  ca- 
rattere del  Mantegna,  lo  dice  ad  ognuno  che  la  osservi, 
standovi  espresse  queste  parole: 

ILL.»  LODOVICO  II  .  MARCHIONI  .  MANTUAE 
PRINCIPI  .  OPTIMO  .  AG  .  FIDE  .  INVICTISSfMO 
ET  ILL.^2  M.  BARBARE  .  EJUS  .  CONIUGI 
MULIERUM  .  GLORIAE  .  INCOMPARABILI 
SUUS  .  ANDREAS  .  MANTINIA  .  PATAVUS 
OPUS  .  HOC  .  TENUE  .  AD  .  EORUM  .  DECUS 
ABSOLVIT  .  ANNO  14:4. 


L'uomo  quando  può  giugnere  o  per  forza  di  razioci- 
nio 5  o  per  fatti  incontrastabili  ad  afferrare  il  vero ,  egli 
si  sente  di  quell'alto  destino  che  è;  ed  è  perciò  che  l'a- 
nimo nostro  gode  un  puro  piacere  in  iscoprendolo  qua- 
lunque ne  sia  l'oggetto.  Per  logiche  induzioni  mio  pa- 
dre era  stato  fisso  in  credere  che  andassero  gli  storici  er- 
rati nello  stabilire  l'epoca  della  morte  del  grande  Andrea, 


102  MA 

e  quindi  in  dare  il  Coieggio  per  discepolo  a  quel  forte 
ingegno.  E  già  vedemmo  lui  in  cercando  documenti  che 
appoggiassero  la  sua  opinione,  scoprire  i  pittori  Couradi, 
trovandoli  testimonii  al  testamento  di  Andrea  a  rogito  di 
Giambattista  de  Zambellis.  Ora  non  sarà  spiacevole  a 
niun  amatore  della  verità  che  si  rendà  onore  allo  zelo  di 
mio  padre  riferendo  un  aureo  documento  da  lui  ne' detti 
archivii  rinvenuto ,  nel  ritrovare  il  quale ,  lasciò  scritto 
che  gioja  molta  sentì,  venendo  per  lui  la  storia  in  un 
momento  riempiuta  in  due  così  controverse  lacune.  Im- 
perocché quel  documento  è  una  lettera  (i  3)  in  data  5  set- 
tembre i5o6da  Francesco  Mantegna  scritta  al  Marchese 
Francesco  Gonzaga,  in  cui  chiede  perdono  che  avesse  tar- 
dato scrivergli  che  suo  padre  alla  Domenica  passata  alle 
ore  diecinove  si  moriva  dopo  avere  con  mirabile  deside- 
rio domandato  di  S.  E.,  dolendosene  per  la  sua  assenza, 
e  gli  discorre  come  a  loro  due  fratelli  avesse  fitta  com- 
missione di  raccomandare  una  importante  cosa  che 
spettava  all'ospitale.  E  così  poi  Francesco  raccomanda 
se  e  l'altro  suo  fratello,  rammentando  a  S.  E.  la  servitù 
lunga  per  5o  anni  di  quel  tanto  uomo  di  Andrea,  onde 
essi  pure  ne  sperano  favore  e  sussidio;  gli  dice  che  la 
tela  che  stava  per  lui  dipingendo  era  a  metà  opera,  la 
quale  dopo  i  funebri  ufficii,  avvengachè  privo  del  suo  mae- 
stro, s'avrebbe  tuttavia  disposto  a  pexfezionarnela. 

Di  conseguenza  a  codesta  chiarissima  testimonianza  per 
lo  avvenire  non  sarà  lecito  lasciar  correre  gli  errori  in- 
torno a  ciò  e  del  Vasari,  e  del  Lanzi,  e  del  Bettinelli,  e 
dell'Enciclopedia,  e  converrà  che  non  si  dubiti  che  il  1 3 
di  settembre  nel  i5o6  era  l'ultimo  di  vita  dell'illustre 
Andrea  Mantegna,  il  quale,  sendo  nato  del  1431,  si  aveva 
allora  76  anni;  e  quando  s' incontrerà  negli  autori  pas- 


MA  io3 

sali  che  il  Coreggio  fu  creato  di  Mantegna  ^  converrà  al- 
lora elle  si  rammenti  essere  nato  quello  insigne  pittore 
solamente  del  i494?  ^^^^  ^'^^  quanto  dire  che  dodici  anni 
si  aveva  l'Allegri,  quando  si  partiva  del  mondo  il  Man- 
tegna, e  quindi  rimanere  distrutta  quell'asserzione  loro. 

Non  vi  sarà  poi  chi  non  veda  in  leggendo  quella  let- 
tera quali  altre  ignote  notizie  ci  vengono  manifeste ,  che 
air  intutto  si  tacevano  e  s'ignoravano  dagli  storici  pas- 
sati. Ma  di  codeste  cose,  quando  Dio  onnipossente  mi 
provegga  di  salute  e  di  tempo,  e  che  queste  mie  presenti 
fatiche  dagli  intendenti  ed  amatori  delle  belle  arti  sieno 
imitate  ed  accolte  con  alcun  poco  di  favore,  allora  vi  di- 
scorrerò sopra,  dando  vita  ad  alcune  memorie  che  lo 
stesso  mio  padre  raccoglieva  intorno  alle  due  grandi  scuole 
mantovane  la  mantegnesca,  e  quella  di  Giulio  Romano, 
e  si  vedrà  che  per  rarissimi  documenti  tolti  da  lui  dal- 
l' antica  polvere ,  oscurissime ,  incerte  ed  insapute  cose 
dalle  tenebre  dell'  incertezza  e  dell'  obblivione  tolte  ver- 
ranno. 

Mantegna  Lodovico.  Pittore.  —  Erano  state  le  virtù 
di  Andrea  sì  grandi  che,  come  da  fonte  derivarono  in 
tutta  la  sua  famiglia,  la  quale  per  lungo  tempo  ebbe 
uomini  preclarissimi.  ^7 edemmo  come  Bernardino  e  Fran- 
cesco acquistassero  dal  padre  la  grandezza  dell'arte  di  di- 
pingere da  essere  amatissimi  ai  loro  principi  che  genero- 
samente li  sapevano  proteggere  ed  incoraggiare  e  con 
onori  e  con  premii.  Non  minore  fortuna  si  ebbe  non 
pertanto  Lodovico  primogenito  di  Andrea,  e  non  si  me- 
ritò meno  de'  suoi  fratelli  l'onore  e  la  beneficenza  dei 
Gonzaga.  Studiò,  come  gli  altri  due  il  disegno  e  la  pit- 
tura nella  scuola  del  padre,  certamente  con  buon  suc- 
cesso, mentre  si  guadagnò  la  benevolenza  e  la  stima  di 


io4  M  A 

quel  graìiclefauloiedcllacivilta  mantovana  di  Francesco  IV, 
e  la  predilezione  del  padre  ,  non  tanto  per  la  eccellenza 
in  cui  era  venuto  nelFarte,  come  per  la  virtù  di  cuore. 
Egli  aveva  moglie  e  figli ,  ma  di  quella  non  eie  dato  sa- 
pere se  non  clie  avesse  nome  Libera,  e  dei  figli  altro  se 
non  elle  uno  portava  il  nome  dell'avo. 

E  che  il  padre  avesse  particolare  affetto  a  Lodovico  lo 
si  prova  da  una  lettera  che  fa  da  Andrea  scritta  da  Roma 
nell'ultimo  giorno  di  Gennajo  del  1489(14)  al  Marchese 
Francesco,  ove,  esponeva  prima,  a  come  servisse  con  di- 
ligenza e  sudore  la  Santità  sua  (Innocenzo  Vili) ,  perchè 
si  credeva  servire  al  proprio  Sovrano,  altrimenti  avrebbe 
avuti  altri  pensieri,  e  sollecitamente  e  di  buon  grado  sa- 
rebbesi  ripatriato.  Chiedeva  al  principe  intorno  all'  inten- 
zione sua  per  istarsene  almeno  colà  di  buon  animo^  men- 
tre se  fosse  accaduto  di  essere  trattato  non  come  si  addi- 
ceva a  servitore  di  lui,  avrebbegli  dato  avviso ,  affinchè 
facesse  quanto  gli  fosse  piaciuto,  sapendo  che  a  Mantova 
si  guardava  ed  accarezzava  il  cane  pel  suo  signore. 

Raccomandava  poi  che  fossero  posti  i  necessarii  ripari 
alle  finestre  della  stanza,  ove  erano  i  suoi  trionfi  per  al- 
lontanarli dai  guasti ,  mentre  non  si  vergognava  d' aver- 
neli  dipinti.  Alla  fine  veniva  caldamente  a  porre  la  sua 
famiglia  sotto  la  protezione  del  suo  principe,  in  ispecie  il 
figlio  Lodovico,  raccomandandoglielo  per  qualche  bene^ 
ficio  o  in  Mantova,  0  sul  mantovano  per  200  ducati, 
perchè  non  sostasse  agli  altri  servidori  di  sua  casa;  e 
chiudeva  la  lettera  protestandogli  che  non  avrebbe  chiesto 
un  denaro  al  Pontefice  a  costo  d'impegnare  ogni  suo  pos- 
sedimento, ec,  ec. 

Umanissimo  il  principe  rispondeva  al  grande  Mante- 
gna  il  23  Febbrajo  di  quell'anno  (i5)  e  dicevagli  «che 


MA  io5 

lera  suo  contento  die  operasse  cosa  graia  alla  Santità  sua, 
nondimeno  eh'  era  desideroso  vi  sollecitasse  i  lavori  per 
le  opere  da  finirsi  in  Mantova,  e  massimamente  i  Trionfi 
.eh'  erano  cosa  degna  delle  sue  mani ,  e  del  suo  ingegno, 
per  cui  si  gloriava  di  averli  in  sua  casa  a  memoria  della 
fede  e  virtù  sua.  L'accertava  poi  che  pel  figlio  Lodovico 
non  si  opponeva  che  si  avesse  sul  mantovano  il  beneficio 
dei  200  ducati^  perchè  era  soddisfatto  di  lui,  sendo  imi- 
tatore dei  costumi  paterni  ecc.  ecc. 

Quanto  le  raccomandazioni  di  Andrea  valessero  presso 
il  principe  noi  lo  scopriamo  da  questi  preziosi  documenti 
non  prima  veduti  da  alcuno.  Un  decreto  cioè  dei  1 2  lu- 
glio 14985  con  cui  Francesco  IV  fa  donazione  a  Lodo- 
vico di  certa  quantità  di  terreno  situato  nella  contrada 
idi  Pusterla,  ossia  di  s.  Sebastiano,  dandone  i  precisi  con- 
iini,  e  dalle  espressioni  usatevi  si  conosce  che  allora  Lo- 
dovico godeva  tutta  la  grazia  del  suo  signore,  vedendolo 
già  ivi  insignito  del  titolo  di  cameriere  di  onore.  Una 
lettera  poi  degli  otto  ottobre  i5oi  (i6)  manifesta  che 
Francesco  IV  aveva  fatto  promessa  a  Lodovico  di  un  po- 
sto di  Vicariato  per  S.  Benedetto,  ma  che  la  principessa  lo 
^veva  impegnato  peraltro.  Il  che.Lodovico  espone  con  dire 
^9  che  tutto  il  mondo  era  informato  della  sua  promessa, 
ma  che,  trattandosi  della  principessa  che  si  era  impegnata 
per  altra  persona,  di  buon  grado  cedeva  Quivi  Lodo- 
vico con  molta  modestia  ed  insieme  invidiabile  libertà 
ringrazia  il  principe  dell'arbitrio  che  gli  dà  nella  scelta 
xli  altro  commissariato,  esponendo  ^(  che  non  lo  accette- 
rebbe, se  non  dietro  un  moto  proprio,  e  quando  gli  di- 
cesse: questo  deve  essere  del  Mantegna  ecc. 

Che  tal  posto  poi  gli  fosse  conferito  lo  leggiamo  in 
altia  lettera  del  i5  gcnnajo  i5o2  (17)  scritta  da  Cavriana 

9 


MA 

al  principe  medesimo,  a  cui  rende  minuto  ragguaglio  del 
suo  operato  per  una  turbolenza  nata  in  quel  paese,  do- 
lendosi di  non  avere  potuto  eseguire  i  suoi  ordini,  per- 
chè i  cittadini  ricovrati  allora  in  Cavriana  pretendevano 
non  ubbidirvi  per  privilegio.  Fra  questi  erano  Io  spetta- 
bile Messer  Lodovico  da  Caresara  che  aveva  tre  decreti 
in  forma;  Francesco  Mucerello  ne  mostrava  uno,  Anto- 
nio figUo  di  Luca  ingegnere  ed  architetto  un  tempo  del 
marchese  Lodovico  avo  di  Francesco  ne  teneva  un  altro, 
e  parimenti  Arancino  era  munito  del  suo.  Assicuravalo 
ciò  non  ostante  che  erano  buoni  e  sicuri  suoi  servitori, 
per  lo  che  chiedeva  nuove  instruzioni,  quando  gli  desse 
il  caso  di  riprodurre  tai  decreti,  e  soggiugneva  che  per 
tanto  osservava  quel  che  accadeva,  e  che  era  bene  con- 
tento che  il  suo  signore  non  ignorasse  che ,  quando  il 
torrigiano  ai  i5  di  Gennajo  aveva  dati  sulla  torre  i  se- 
gni, egli,  nel  mentre  si  faceva  fuoco  grande  al  cader  di 
molta  pioggia ,  vi  mandò  lumi ,  e  coloro  che  eran  corsi 
alla  rócca  scaramucciarono  con  varie  bocche  di  artiglieria. 
Non  però  dalle  sole  raccomandazioni  fatte  dal  padre 
al  marchese  a  favore  di  Lodovico  si  appalesa  quanto  amore 
si  avesse  questi  guadagnato  da  quello,  ma  ancora  più  le 
mette  fuori  di  ogni  dubbio  il  codicillo  che  abbiamo  ac- 
cennato in  parlando  dei  pittori  Couradis.  Ivi  Andrea  no*^ 
mina  lo  stesso  Lodovico  ad  esecutore  testamentario,  e  lo 
fa  a  preferenza  degli  altri  suoi  figli,  legatario  di  una  pezza 
di  terra  fuori  di  Porta  Quadrozza,  ora  Pradella,  di  biol-^ 
che  i4  co' suoi  prati  ed  edificii  su  di  essa  esistenti,  e  di 
ducati  200  per  dotare  una  figlia  nata  allora  al  medesimo 
Lodovico  col  peso  però  di  alimentare  Giovanni  Andrea 
figlio  naturale  del  testatore.  Oltre  di  che  fa  altro  legato 
in  lavore  di  Libera  moglie  di  Lodovico  di  altri  200  du- 


M  A  107 

cali  cassando  quanto  a  ciò  opponevasi  il  testamento  da  lui 
instituito  del  i5o4. 

Ne  si  pensi  che  morto  Andrea  mancasse  protezione  a 
Lodovico,  che  anzi  lo  si  vede  con  decreto  1 6  gennajo  i5o8 
più  che  mai  favorito,  concedendogli  il  principe  il  privi- 
legio 6f  di  tener  biade  e  qualunque  sorta  di  raccolti  nella 
sua  casa  nel  sobborgo  di  Pradella  nel  luogo  denominato 
il  Dosso;  ed  inoltre  facendolo  in  quell'occasione  conoscere 
per  nobile  e  fedele  cittadino,  alle  cui  istanze  diceva  di 
accondiscendere  per  gì' innumerabili  meriti  suoi  partico- 
lari, e  del  fu  genitore  di  lui  magnifico,  generoso  cavaliere 
ed  eccellentissimo  pittore  Andrea.  ^9 

Le  divisioni  dei  beni  lasciati  da  Andrea  ai  fratelli  Man- 
legna  erano  già  seguite  fino  dal  26  novembre  i5o6  co- 
me ne  siamo  informati  da  una  lettera  di  questo  data  di 
Francesco  Mantegna,  il  quale,  scrivendo  al  marchese  che 
allora  era  nel  Castello  di  Gonzaga  gii  fa  sapere  che  erano 
già  restituite  tutte  le  tele  disposte  per  le  pitture  che  suo 
padre  far  doveva  pei  Comari  di  Venezia,  avendo  anche 
spedita  quella  che  aveva  terminata  al  cardinale  Sigismondo 
credendo  volesse  solo  rivederla,  ma  lamentava  che  non 
gliela  volesse  rendere  più,  sebbene  pronto  si  fosse  dimo- 
strato a  pagare  al  fratello  Lodovico  la  sua  parte  per  ri- 
tenere presso  di  se  la  tela  in  memoria  del  padre. 

Tale  contesa  la  era  stata  risolta  soltanto  del  1607,  poi- 
ché il  12  di  novembre  di  quell'anno  Lodovico  scriveva 
a  Sacchetta  alla  marchesa  Isabella,  che  innanzi  la  partenza 
del  cardinale  di  lei  cognato,  egli  aveva  già  avuto  il  Gau- 
dio che  faceva  suo  padre  ai  Comari  ed  anche  il  Cristo  in 
inscorcio  ecc. 

Non  si  sa  poi  se  Lodovico  abbia  continuato  ad  essere 
Yicario  di  Cavriana  anche  dopo  la  morte  di  suo  padre. 


io8  MA 

Egli  è  certo  però  che  per  quella  carica,  non  abbandonò 
l'arte  sua  prediletta,  poiché  già  vedemmo  per  la  lettera  di 
Isabella  che  del  i5o6  lavorava  in  Castello  col  fratello 
Fiancesco.  Inoltre  nella  cappella  gentilizia  di  suo  padre 
in  s.  Andrea  si  conservano  tuttora  alcuni  lavori  che  sono 
di  questi  due  fratelli,  e  sono  i  quattro  evangelisti  entro  i 
quattro  pennacchi  della  cupola  di  detta  cappella,  il  qua- 
dro della  Beata  Vergine  che  visita  s.  Elisabetta  che  è  nella 
medesima  cappella,  il  quale  ha  rimpetto  il  battesimo  di 
Cristo  che  è  ])iù  secco  e  di  meno  sveltezza  di  disegno  di 
quello.  Questi  due  quadri  però  hanno  patito  as^ai  per  le 
ingiurie  del  tempo. 

P^ssò  Lodovico  all'altra  vita  del  i5ii  (^)  lasciando 
dopo  di  se  sua  moglie  ed  un  figlio  di  nome  Andrea.  Que- 
sti e  quella  ebbero  a  superare  delle  sventure.  11  giovinetto 
Andrea  andò  a  pericolo  di  perdere  200  biolche  di  terra 
nel  territorio  di  Borgo  Forte  nel  bosco  detto  della  Coptia^ 
die  gli  erano  pervenute  dall' eredità  di  suo  padre,  e  ciò 
nondimeno  Francesco  fratello  di  Lodovico  tentò  usur- 
parle al  picciolo  Andrea,  ottenendone  investitura  dalla 
M^nsa  vescovile  di  Mantova  che  ne  aveva  il  diretto  do- 
minio. Ma  allo  zio  usurpatore  tornò  in  capo  la  pena  do^ 
vuta,  cadendo  dalla  grazia  del  magnanimo  Francesco 
Gonzaga,  il  quale  il  24  aprile  i5ii  decretava  che  imme- 
diatamente restituire  dovesse  al  pupillo  Mantegna  quella 
proprietà  sotto  pena  della  sua  indignazione,  mentre  tale 
restituzione  era  atto  di  giustizia,  e  non  voleva  poi  che 
mancassero  mezzi  a  questo  discendente  del  grande  Andrea 
a  poter  fare  i  suoi  studi  ! 

Obbedito  ch'ebbe  Francesco  alla  volontà  del  principe^j 


.(*)  Libri  necrologici  di  Mantova. 


MA  109 

questi  provvidamente  confermò  il  pupillo  Andrea,  salvo 
ogni  diritto  al  vescovado,  se  pure  ne  aveva  la  donazione 
di  quel  terreno,  perchè  voleva  che  il  giovinetto  si  vi- 
vesse egli  ancora  con  quella  magnificenza ,  con  cui  si 
erano  distinti  e  padre  ed  avo.  Oscura  però  è  la  cagione 
delle  vessazioni  fatte  dappoi  a  Libera  ed  al  figlio  Andrea, 
e  solamente  può  dedursi  che  furono  calunnie  di  nera  in- 
vidia>  perchè  ai  20  febbrajo  del  i523,  vigilantissimo  il 
principe  Federico  successore  dell'immortale  Francesco  II, 
ordinava  per  la  giustizia  che  ogni  processo  ed  inquisi- 
zione contro  di  loro  si  abolissero,  facendo  noto  che  pie- 
namente erano  rimessi  nella  grazia  del  principe  ed  ezian- 
dio loro  confermava  il  possedimento  delle  200  biolche 
del  bosco  della  Coptia. 

In  s.  Andrea  nella  descritta  cappella  gentilizia  dei  Man- 
tegna  si  vedeva  la  lapida  sepolcrale  posta  da  un  Andrea 
nipote  di  Andrea  Mantegna,  ma  ninno  sino  a  qui  aveva 
potuto  indicare  chi  fosse  quel  nipote  Andrea,  come  ora 
dagli  esposti  documenti  lo  si  può. 

La  inscrizione  è  la  seguente: 

OSSA  .  ANDREAE  .  MANTINEAE 
FAMOSISSIMI  .  PICTORIS  .  CUM  .  DUOBUS  .  FILIIS 
IN  .  HOC  .  SEPULCKO  .  PER  .  ANDREAM  .  MAN TINEAM 
NEPOTEM  .  EX  .  FILIO  .  CONSTRUCTO  .  REPOSITA  .  MDLX. 

Se  non  fui  breve  in  queste  narrazioni,  mi  si  perdoni, 
poiché  fu  il  pensiero  di  far  pubbliche  nuove  scoperte  che 
interessano  la  patria  storia,  non  che  di  rendere  un  tri- 
buto di  stima  e  di  lode  alla  memoria  dei  fondatori  di  una 


I  IO 


MA 


delle  primarie  scuole  di  pittura  italiana,  memoria  che 
vive  e  vivrà  in  ogni  mente  coltivatrice  del  bello. 

Io  credo  però  che  la  storia  dei  discendenti  dell'  eccel- 
lentissimo Andrea  Mantegna  potrà  sempre  più  ricevere 
illustrazioni  a  gloria  delle  belle  arti ,  quando  da  alcuno 
che  il  possa  e  per  libertà  d'impiego  e  di  volere  si  vorrà 
penetrare  pazientemente  ne'  nostri  archivii  segreti ,  ove 
occultate  sono  le  vicende  de'  nostri  padri,  e  di  là  trarle  in 
luce,  e  farle  guida  a  noi,  perchè  si  giunga  a  quella  meta 
di  perfezione  che  la  società  umana  può  sperare,  schivando 
de'  passati  gli  errori,  ed  imitandone  la  virtù ,  e  potrà  es- 
sere certo  costui  di  tramandare  ai  posteri  riverito  il  suo 
nome. 

Nei  libri  mortuarii  di  questa  nostra  città,  dai  quali  si 
è  anche  presa  l'epoca  di  morte  di  Lodovico,  si  è  trovata 
all'anno  1576  li  22  marzo,  registrata  una  Francesca  figlia 
di  un  Girolamo  Mantegna  che  stava  nella  contrada  della 
Scipe,  ma  non  abbiamo  avuto  fortuna  di  più  altro 
scoprire. 

83.  Mantici  gian  Giacomo.  Pittore,  —  Fu  questi  della 
scuola  dei  Mantegna,  e  stimato  per  buon  artista  da  Fran- 
cesco marchese  IV,  com'è  registrato  nel  libro  dei  man- 
dati di  questo  principe,  al  foglio  121  negli  anni  i5i2 
e  i5i3. 

84.  Melloni  Antonio.  Pittore,  —  Non  si  sa  l'anno 
preciso  di  nascita  di  codesto  artista,  sebbene  sia  certo  che 
fiorisse  nel  secolo  XVII.  Fin  da  fanciullo  ebbe  1'  animo 
volto  alla  pittura,  e  la  studiò  in  patria  con  buona  riuscita. 
Del  i656  si  portò  poi  a  Roma,  ove  alla  scuola  di  Francesco 
Trevisani,  il  cui  stile  tirava  alla  maniera  veneta,  aveva 
fatti  grandi  progressi,  ma  per  somma  sventura  si  morì 
nel  fiore  degh  anni  nel  1700. 


ME  i,T 

L'Orlandi  autore  del  Dizionario  pittorico  lo  vide  in 
queiranno  morire,  e  dice  averne  provato  grave  dolore, 
perchè  era  il  tempo  che  avrebbe  fatto  mostra  del  frutto 
de' suoi  assidui  studii. 

Nella  raccolta  del  fu  marchese  Lodovico  Andreasi,  ca- 
valiere di  rara  affabilità,  e  di  molto  buon  gusto  per  le 
scienze  e  per  le  arti,  conservavasi  un  quadro  di  questo 
pittore,  rappresentante  un  antico  Trionfo  pieno  di  diligenza 
e  di  forza  e  di  mirabile  maniera. 

88.  Medici  Costantino.  Pittore,  —  Resta  anche  [)er 
questo  la  sola  memoria  che  si  legge  nel  libro  degli  sti- 
pendiati di  corte  all'anno  i5o2,  come  dipingesse  in  Man- 
tova da  buon  allievo  dei  Mantegna. 

86.  Mola  Antonio  e  paolo.  Scultori  —  È  un  grande 
stimolo  per  chi  ha  cima  di  sentimento  al  farsi  utile 
agli  altri,  il  pensiero  di  dar  opera  all'  immutabile  legge 
dell'  umano  perfezionamento,  e  cavarne  gloria  immortale 
nella  vita  futura,  e  gratitudine  presso  gli  uomini  infinita, 
la  quale  sebbene  il  più  delle  volte  non  si  consegua  da  coe- 
tanei o  la  si  avvolga  in  oscurità,  viene  tuttavia  dall'im- 
parziale posterità  mai  sempre  sentita  e  ravvivata.  Quattro 
secoli  ormai  sono  che  i  fratelli  Mola  avevano  dato  tutto 
Io  splendore  all'  arte  loro ,  ed  avevano  ornata  ed  abbellita 
Mantova  ai  bei  tempi  dei  Gonzaga,  e  ninno  storico  in 
tante  generazioni  pagò  a  codesti  benemeriti  della  scultura 
un  giusto  tributo  di  stima  e  di  lode.  Al  silenzio  degli  uo- 
mini per  buona  sorta  non  si  unirono  le  ingiurie  de'tempi 
a  privarci  della  cognizione  dei  loro  lavori,  poiché  oggidì 
per  ancora  edificii  e  monumenti  ti  si  mostrano  a  testhno- 
nianza  di  quella  eccellenza  in  cui  erano  saliti,  e  lo  stu- 
dioso può  inspirarsi  a  quelle  pure  fonti  di  antica  subli- 
mità a  cui  non  si  tocca,  se  non  imitando  la  bella  natura. 


^11 


MO 


La  porta  maggiore  del  tempio  di  s.  Andrea,  e  quella 
della  dogana,  un  tempo  Chiesa  del  Carmine,  sono  con* 
tornate  di  fregi  di  maimo  lavori  pregevolissimi  dello 
scalpello  di  questi  artisti.  Sono  questi  di  una  verità  e  di 
una  sveltezza  e  leggiadria  che  meglio  non  si  potrebbe  ne 
desiderare  ne  fare.  Sui  marmi  che  ornano  la  porta  della 
dogana  vi  è  scolpito  Fanno  i485.  Rimpetto  alla  detta 
Chiesa  di  s.  Andrea  vi  è  un  portichetto  sostenuto  da  due 
colonne  di  marmo,  i  capitelli  delle  quali  furono  per  la 
prima  volta  scoperti  da  mio  padre  quali  indubitati  la- 
vori dei  Mola.  Imperocché  oltre  l'osservare,  anzi  ammi- 
rare in  que'  capitelli  la  maniera  a  tutta  perfezione  d'arte, 
propria  a  que'due  artisti,  potè  vedere  sopra  lo  scudetto 
di  una  di  esse  colonne  la  seguente  loro  cifra  W  ^  2>  cioè 
Molae  fratres  sculptores. 

Anche  il  pulpito  che  è  dentro  al  detto  nostro  magni- 
fico tempio  di  S.  Andrea  è  lavoro  dei  Mola,  ed  è  tutto 
in  marmo  lavorato  a  finissimi  bassi  rilievi,  di  una  esecu- 
zione di  massima  intelligenza ,  da  poter  proprio  darsi  a 
modello.  Bellissimi  pur  sono  gli  ornati  della  porta  del- 
l' oratorio  soppresso  di  S.  Lorenzo  nella  contrada  del  Bac- 
cio, e  gli  altri  che  intattissimi  si  veggono  su  di  un  altro  " 
pilastro  di  marmo  che  sostiene  l'angolo  della  casa  Vi- 
gnarca  che  guarda  la  corsìa  di  Pradella,  e  volge  nella 
contrada  del  Corrado. 

Di  loro  era  un  bel  deposito  che  esisteva  nella  chiesa  del 
Carmine,  e  che  dopo  la  soppressione  di  questa  fu  traslo- 
cato sotto  l'atrio  di  s.  Andrea.  Questo  deposito  apparte- 
neva a  Girolamo  Andreasi  Signore  di  Rivolta  ,  come  ce 
lo  indicano  le  due  inscrizioni  che  vi  erano  scolpite,  e  che 
furono  cancellate  insieme  agli  stemmi  che  vi  erano  in 
tempo  della  mania  della  passata  guerra  in  cui  il  fanatismo 


MO  ,i3 

confondeva  l'orrore  all'oppressione  colle  belle  produzioni 
dello  ingegno,  perciò  solo  che  la  rappresentavano  o  sem- 
brava la  ricordassero. 

Le  due  inscrizioni  erano  queste 

EQUES  .  IIYERONIMUS  .  AINDREASIUS 
ET  .  RIPALTAE  .  COMES  .  HIC  .  CUM  .  LEGITIMA  .  UXORE 
POST  .  DIEM  .  ULTIMUM  .  ESSE  .  VOLUIT 


HYPPOLITA  .  GONZAGA  .  COxMITISSA  .  HYERONIMI  .  ANDREAS! S 
UXOR  .  VOLUNTATEM  .  MARITI  .  LUBENS  .  SECUTA  .  EST 

L'epoca  della  nascita  di  questi  due  fratelli  è  ignota,  ma 
e  certo  che  ebbero  un  corso  di  vita  lunghissimo ,  e  ciò 
rilevasi  dagli  anni  intorno  a  cui  sono  le  opere,  vedendosene 
intorno  al  i43o  sino  al  i5o6.  E  che  vivessero  di  que- 
st'ultima epoca,  minimamente  lo  si  può  porre  in  dubbio 
dopo  che  mio  padre  trovò  due  lettere  di  quel  tempo. 
L' una  cioè  del  6  luglio  i5o6  del  collaterale  Giovanni 
Carlo  Scalona  che  scriveva  da  Mantova  a  Sacchetta  al- 
Tillustre  Isabella  moglie  di  Francesco  marchese  IV  espo- 
nendole, come  avesse  egli  mostrata  la  lettera  di  lei  ad  An- 
tonio intarsiatore,  il  quale  avendola  ponderata,  scusavasi 
di  non  aver  potuto  così  presto  finire  i  quadri  ordinati- 
gli, perchè  era  costretto  a  compir  l'opera  con  maggior  co- 
modo, mentre  per  il  prezzo  che  gli  era  accordato  conve- 
niva si  procurasse  guadagno  con  altri  lavori.  Aggiugne 
poi  lo  Scalona  che  sino  dalla  Pasqua  erano  stati  condotti 
a  termine  gli  altri  otto  quadri,  e  quindi  non  si  avesse  a 


ji4  MO 

dolere  di  lui,  il  quale  non  pertanto  desiderava  di  essere 
trattato  come  lo  era  Cristoforo  Romano. 

L'altra  lettera  e  del  12  luglio  i5o6  diretta  alla  mede- 
sima principessa,  e  vi  sono  sottoscritti  tutti  e  due  i  fra- 
telli Antonio  e  Paolo  i  quali  vi  si  qualificano  Signorum 
Incisores,  Si  ha  da  questà  lettera  che  essi  erano  al  Va- 
sto terra  presso  Goito,  e  le  chiedevano  venia  pel  ritardo 
dell'opera  loro  concessa  de'sopraddetti  quadri,  e  le  davano 
le  loro  giustificazioni.  Avria  amato  mio  padre  riuscire  alla 
scoperta  di  altri  documenti  che  rivelassero  i  soggetti  di 
questi  lavori,  ma  non  gli  fu  possibile.  Possa  alcun  altro 
essere  più  fortunato  di  lui  ! 

Oltre  che  erano  scultori  di  quella  celebrità  che  ve- 
demmo, erano  ancora  abilissimi  emblematarii,  e  peritissimi 
di  prospettiva. 

Il  che  ci  è  tramandato  da  un'inscrizione  scolpita  sopra 
un  monumento  sepolcrale,  che  fu  da  loro  stessi  lavorato 
del  i5o2.  Questa  lapida  però,  tolta  allorachè  venne  sop- 
pressa la  chiesa  del  Carmine,  in  cui  era  sovrapposta  a 
quel  loro  sepolcro,  io  la  conservo  nella  raccolta  d'inscri- 
zioni del  mantovano ,  come  altra  volta  indicai ,  salvate 
alla  storia  dallo  stesso  mio  padre,  e  dagli  altri  due  suoi 
fratelli. 

La  inscrizione  è  la  seguente: 

ANTO  .ET. PAUL. MOLEAE.FRATRES  .  ARTIS .EMBLEMATARIAE 
AC  .  PERSPECTIVEAE  .  PERITISSIMI  .  SIRI  .  ET  .  POSTERIS 
VIV.  P.  i5o2 

87.  Moscatelli  alfonso.  Architetto  ed  Ingegnere.  — 
Dall'egregio  avv.  Volta  in  fuori  ninno  finora  ha  fatto  pa- 
rola di  codesto  architetto  ed  ingegnere,  e  sebbene  non 


MO  ii5 

sia  di  epoca  a  noi  rimota  ne  duole  d' averlo  ad  enunciare 
con  tanta  scarsezza  di  notizie.  Nondimeno  le  sono  baste- 
voli,  perchè  lo  si  abbia  per  quel  valente  che  era.  Impe- 
rocché si  sa  che  servì  il  serenissimo  duca  Ferdinando 
Carlo  con  molto  aggradimento  di  lui,  e  con  onore  di  se. 
Fu  inventore  del  modo  tanto  studiato  dai  Romani  di  non 
interrompere  agli  angoli  le  balaustrate,  ed  il  praticò  per 
la  prima  volta  nell' erigere  che  fece  la  maestosa  scala  del 
palazzo  Friuli  in  Venezia,  donde  n'ebbe  lode  assai,  e  tut- 
tora si  vede  quant'egli  fosse  profondo  negli  arcani  del- 
l'arte, superando  di  leggieri  la  difficoltà  di  penetrarli. 
Ebbe  un  corso  di  vita  assai  lungo,  perchè  mori  in  Man- 
tova il  3o  gennajo  1687      ^^^^  79- 

88.  Moscatelli  doricilio  detto  BkTTkaiAk.  Architetto 
ed  Ingegnere,  —  Non  tralignò  questi  dalla  virtù  del 
padre  che  fu  il  detto  Alfonso  Moscatelli,  al  quale  nato 
del  1660  crebbe  con  vivacità  d'ingegno  a  sua  compia- 
cenza e  air  onore  della  patria.  Da  giovinetto  spiegò  incli- 
nazione al  disegno  ed  alle  matematiche,  talmente  che  in 
brevi  anni  riuscì  bravo  architetto  ed  ingegnere.  Cono- 
sciute in  patria  e  fuori  la  profondità  del  suo  pensiero,  e 
la  onoratezza  de^suoi  costumi,  fu  prescelto  a  succedere  nel 
posto  del  padre  a  prefetto  generale  delle  acque,  e  vi  acqui- 
stò lode  e  stima  grandissima. 

La  chiesa  de'  Servi  di  Maria  intitolata  a  s.  Barnaba, 
fu  riedificata  di  quella  forma  elegante  che  è  sopra  dise- 
gno del  nostro  Moscatelli ,  e  dall'  essere  un  po'  lunga  in 
fuori ,  è  uno  dei  più  bei  tempii  di  Mantova.  E  quel 
poco  poi  di  sproporzione  che  abbiamo  detto  osservarsi  nella 
lunghezza  a  fronte  della  larghezza  non  è  da  opporsi  al- 
l'architetto, ma  alla  necessità  in  cui  è  stato  di  conservare 
alcune  fondamenta  che  vi  erano. 


ii6  MU 

Anche  il  palazzo  detto  della  Ragione  fu  condotto  da  lui 
di  quella  maniera  che  è,  e  per  quello  a  cui  doveva  ser- 
vire fu  fatto  con  molta  intelligenza  d'arte.  Codesto  è  ri- 
cordato da  un'  inscrizione  che  vi  fu  posta  Tanno  1726. 

Del  1728  con  molta  industria  riparò  il  porto  di  catena 
in  città  che  minacciava  ruina,  e  nello  stesso  anno  fece  il 
disegno  della  chiesa  di  Governolo  paese  discosto  di  Man- 
tova IO  miglia  comuni,  e  piacque  tanto  che  si  diede  a 
lui  la  commissione  di  erigerla  dalle  fondamenta,  come  lo 
indica  la  inscrizione  che  è  sul  sostegno  di  Governolo. 

Fu  di  costumi  semplicissimi  e  nemico  delle  esorbitanti 
ricchezze ,  poiché  diceva ,  erano  uno  sprezzo  alla  moltitu- 
dine de' nostri  fratelli  che  di  quelle  non  potevano  avere 
comodità.  Fedele  alle  sue  massime,  ordinandolo  egli  in- 
nanzi partire  di  questo  mondo,  senza  pompa  fu  sepolto 
in  s.  Andrea  dopo  aver  vissuto  anch'egli  lungamente  sino 
all'età  di  anni  79  vedendo  l'anno  1739.  Sul  sepolcro 
erano  scolpite  queste  sole  parole,  siccome  fu  sua  mente 

MOSC.  BAT. 
OSSA 

89.  MuMARELLi  MASSIMILIANO.  Pittore.  —  Non  si  è  rac- 
colto di  questo  pittore,  se  non  che  era  scolaro  di  Giuho 
Romano,  e  stipendiato  dalla  corte  Gonzaga,  come  si  trova 
notato  nel  libro  de'mandati  dell'anno  i535. 

90.  Nani  Alessandro.  Scultore.  —  Il  lodato  Camillo 
Volta  nelle  sue  notizie  storiche  assicura  che  questo  no- 
stro artista  fu  perito  assai  nella  statuaria  e  negli  ornati,  e 
che  fu  uno  degli  scultori  ch'ebbero  l'onore  di  lavorare  in 
Ferrara  del  i534  intorno  al  maestoso  sepolcro  dell'im- 
mortale Lodovico  Ariosto. 


NO  117 

gì.  NosoNE  GIROLAMO.  Pittore.  —  Alla  ferocia  che  è 
del  militare  seppe  unire  Nosone  la  mitezza  che  è  propria 
alle  belle  arti;  poiché  sebbene  fosse  capitano  al  servigio 
del  duca  Ferdinando  Carlo  Gonzaga  era  nonostante  di- 
venuto buon  pittore. 

Fece  di  ritratto  naturale  la  marchesa  Margherita  Gon- 
zaga moglie  del  marchese  Francesco  Castiglioni,  e  lo  ri- 
petè con  ottimo  stile  del  iGgS.  Ma  la  storia  tace  e  sulle 
altre  sue  opere  pittoriche  e  sui  particolari  di  sua  vita^  e 
niun  documento  si  è  potuto  fino  a  qui  scoprire  che  piti 
ci  dica  di  lui. 

92.  NicoLiNi  LUIGI.  Pittore,  — •  Fu  scolaro  dei  cremo- 
nesi fratelli  Bottani,  ma  riuscì  mediocre  pittore.  Si  ve- 
dono in  Mantova  varie  di  lui  opere,  ma  tutte  confermano 
la  sua  mediocrità.  L'ultima  sua  opera  fu  posta  in  S.  An- 
drea all'altare  del  SS.  e  rappresenta  il  sacro  cuore  di 
Gesù  con  S.  Andrea  e  S.  Lorenzo,  ed  è  lavoro  di  suffi- 
ciente diligenza.  Era  sacerdote  e  morì  dopo  il  1800. 

93.  Nuvoloni  carlo  Francesco  e  Giuseppe.  Pittori,  — 
È  gran  ventura  per  i  figli  il  ritrovare  nel  suo  casato  già  gli 
atti  di  virtù  passati  in  abitudine,  poiché  Y  esempio,  avendo 
potente  forza  sulla  natura  umana  ,  non  si  hanno  allora 
tanti  ostacoli  a  vincere  per  acquistar  la  virtù,  per  levarsi 
del  fango  dell'  ignoranza  e  delle  mal  rette  passioni.  E 
che  per  fermo  la  sia  così ,  non  si  ha  che  tener  dietro  alla 
quotidiana  esperienza.  La  famiglia  antichissima  de'  Nuvo- 
loni fu  una  di  quelle  in  cui  proprio  la  virtù  era  passata 
in  retaggio.  Panfilo  Nuvoloni  di  cui  parleremo,  virtuo- 
sissimo e  per  ingegno  e  per  cuore,  fioriva  già  in  Milano, 
e  vi  teneva  aperta  scuola,  quando  gli  nacquero  intorno 
al  1608  Carlo  Francesco,  ed  al  1619  Giuseppe.  In  essi 
germogliarono  assai  presto  i  semi  di  cristiana  e  lettera- 


ii8  NI 

ria  educazione,  e  sotto  la  disciplina  di  quel  valente  pit- 
tore appresero  V  arte  del  disegno  e  della  pittura.  Ma  per- 
chè meglio  si  sollevassero  5  e  vi  divenissero  dentro  eccel- 
lenti,  li  mise  a  studiare  da  Giulio  Cesare  Procaccini,  e 
dal  Gerani,  e  vi  riuscirono  di  quel  modo  che  ognuno  sa. 
I  primi  lavori  di  Carlo  Francesco  mostravano  lo  stile  del 
Procaccini,  ma  poi  seguendo  V  impulso  del  suo  genio, 
vedute  le  grandi  opere  del  Guido  Reni ,  s*  immedesimò 
tanto  di  quel  fare  che  venne  dappoi  chiamato  il  Guido 
della  Lombardia.  I  suoi  quadri  per  lo  più  non  hanno 
molte  figure^  ma  sempre  t'incantano  per  le  native  grazie 
che  vi  sono  e  nelle  forme ,  e  nell'espressione,  e  nell*  ar- 
monia delle  tinte.  L'  arieggiare  delle  teste  è  divino  ,  il 
tutto  insieme  delicato  e  gentile  e  pieno  di  soavità.  Le  sue 
Madonne  sono  un  vero  miracolo  dell'arte,  e  non  v'  ha 
quadreria  che  non  ambisca  di  averne.  Io  ne  ho  una  sot- 
t'  occhio  che  ho  potuto  in  quest'  anno  salvare  da  sicura 
rovina ,  e  la  è  la  grazia  stessa.  Ella  è  nel  tempio  nel  mo- 
mento che  ha  posto  il  divino  bambino  in  sulle  braccia 
del  vecchio  Simeone,  e  spira  negli  occhi  e  nel  volto  tutto 
un  gaudio  di  Paradiso.  L'espressione  del  venerando  vec- 
chio non  è  possibile  immaginarla  migliore;  poiché  ti  pare 
eh'  esca  dagli  occhi  suoi  fissi  in  alto  la  luce  profetica  che 
vede  la  salute  del  Signore  preparata  per  metterla  davanti 
a  tutti  i  popoli,  e  la  bocca  ti  par  mossa  dalle  parole  che 
benedissero  Iddio,  perchè  illuminava  le  genti  a  frangere 
la  schiavitù  del  peccato. 

In  casa  i  signori  conti  dal  Verme  vi  è  una  di  queste 
Madonne  ricca  pur  essa  di  tutta  la  soavità  del  pennello 
di  questo  piltore.  Nel  dipingere  queste  si  conosce  quanto 
il  suo  cuore  fosse  mosso  da  celesti  affetti.  E  infatti  era 
tanto  di  un  animo  di  voto  alla  cara  nostra  Madre  che  si 


ha  dall' Orlandi  ch'egli,  dovendola  dipingere,  ognivolta 
attendeva  il  sabbato  a  colorirne  la  faccia,  e  per  lo  più  si 
inspirava,  munendosi  del  Pane  dell'altare,  pegno  d'infi- 
nito amore  dell'  Uomo-Dio.  Deirultima  maniera  di  lavori 
se  ne  vedono  sparsi  per  le  chiese  e  per  i  palazzi  fuori  e 
dentro  Milano.  E  oltre  modo  bello  e  di  sorprendente  ef- 
fetto tra  tutti  il  quadro  che  è  in  S.  Vittore,  rappresen- 
tante il  miracolo  di  S.  Pietro  alla  porta  Speciosa.  Parma, 
Cremona ,  Piacenza ,  Como  e  più  ancora  la  Certosa  di  Pa- 
via vanno  superbe  di  possedere  molte  delle  sue  pregevo- 
lissime tele. 

Era  di  tanta  piacevolezza  e  modestia  e  di  sì  rari  costumi 
che  non  vi  era  fiorita  e  scelta  conversazione  che  non  si 
recasse  ad  onore  di  averlo  di  compagnia.  Fece  ritratti  e 
pitture  a  principi  e  cavalieri  nazionali  e  stranieri,  e  siri- 
corda  che  la  regina  di  Spagna  l'anno  1649  passando  per 
Milano  volle  esser  ritratta  di  sua  mano,  ed  in  premio 
avergli  essa  donata  la  veste  che  1'  abbigliava ,  mentre  la 
ritraeva. 

Era  pauroso  assai  dell'acqua,  onde  ritornando  un  dì 
da  Como,  e  sollevatasi  forte  burrasca  nel  lago,  n'ebbe 
tale  spavento  che  giunto  in  Milano  vi  perde  la  vita  in  età 
di  anni  53  l'anno  1661. 

Anche  il  fratello  Giuseppe  ch'era  il  minore  salì  in  fama 
di  ragionevole  pittore.  Egli  fino  dalla  più  tenera  fanciul- 
lezza dimostrava  la  grande  sua  inclinazione  a  divenir  pit- 
tore. Imperocché  da  4  ^^^^  disegnò  con  carbone  sopra 
un  muro  una  figura  di  tal  modo  che  presagiva  lo  inge- 
gno che  si  doveva  svolgere.  Da  16  anni  eseguiva  già 
opere  tali  da  essere  degno  di  stima.  Lo  studio  poi  che  di- 
cemmo atto  fece  da  lui  pure  alla  scuola  del  Procaccino, 
lo  perfezionò  talmente  che  divenne  quel  pittore  erudito 
e  risoluto  che  fu. 


120  NU 

Ne^  suoi  lavori  riuscì  più  maccliinoso,  di  più  fuoco,  t3 
di  maggior  fantasia  che  Carlo  Francesco,  ma  non  egual- 
mente scelto;  ed  alcune  volte  i  suoi  scorci  peccano  di 
troppa  gagliardia.  Dipinse  assai  più  dello  stesso  Carlo  non 
solo  per  le  città  di  Lombardia,  ma  per  lo  stato  Veneto 
eziandio  e  per  molte  chiese  di  Brescia. 

I  capilavori  suoi  però  si  ritengono  quelli  che  fece  in 
Cremona  nella  chiesa  di  S.  Domenico ,  fra  i  quali  in  gran- 
dissimo conto  è  tenuto  il  grande  quadro  sopra  la  porta 
maggiore,  che  rappresenta  S.  Domenico  in  Roma  sopra  di 
una  pubblica  piazza ,  in  cui  risorge  a  cospetto  d'immenso 
popolo  il  nipote  del  Cardinale  Fossanova  morto  per  una 
caduta  di  cavallo.  La  tela  e  ornata  di  bellissime  architet-' 
ture  e  tutto  vi  è  avvivato  da  naturalissima  espressione. 

E  degno  di  vedersi  anche  il  quadro  che  è  in  un'aula  del 
palazzo  municipale  in  Cremona  rappresentante  la  Nostra 
Donna  col  bambino  ed  il  beato  Bernardo  Tolomei  a  som- 
mo, ed  a  basso  due  monaci  di  Monte  OlivetQ  genuflessi 
e  compresi  da  venerazione  in  verso  di  quelli. 

Sebbene  l'Orlandi  dica  che  le  opere  di  lui  fatte  nella 
sua  più  tarda  età  sentano  ancora  della  prima  franchezza, 
nondimeno  alcune  se  ne  veggono  alle  quali  manca  quel-^ 
l'anima  di  cui  prima  era  solito  inspirarle.  L'anno  1703 
di  84  anni  si  addormì  nel  Signore. 

94.  Nuvoloni  panfu^o.  Pittore.  —  Fu  questi,  come  di-^ 
cemmo,  padre  dei  lodati  fratelli  Nuvoloni ,  e  dal  suo  nome 
vennero  denominati  Panfili.  Nacque  egli  circa  la  fine  del 
secolo  XVI  da  Carlo  Nobile  cavaliere  mantovano.  Da  gio-* 
vinetto  spiegò  genio  per  la  pittura,  e  secondando  la  vo- 
glia sua  si  portò  a  Cremona,  acconciandosi  alla  scuola  di 
Giovanni  Trotti  detto  cavalier  Malosso,  che  in  quel  tempo 
conduceva  le  migliori  sue  opere.  Gentile  e  virtuoso  com'er^t 


Panfilo  si  guadagnò  l'amore  del  maestro,  il  quale  se  ne 
compiaceva,  riguardandolo  come  il  migliore  de' suoi  di- 
scepoli. Le  prime  sue  opere  infatti  tengono  della  maniera 
di  questa  scuola,  ma  in  seguito  se  ne  fece  una  propria, 
se  non  così  vaga,  certo  più  robusta.  Nel  fior  degli  anni  andò 
a  Milano  e  vi  tenne  scuola  di  pittura  con  grande  rino- 
manza, da  crearvi  de' buoni  allievi,  e  da  guadagnarsi 
molti  onori  in  modo  di  essere  aggregato  alla  nobiltà  pa- 
trizia di  quella  gentilissima  città. 

Fu  pittore  più  diligente  che  immaginoso;  tanto  che 
non  si  conoscono  suoi  lavori  di  gran  macchina,  ed  il  più 
vasto  lo  fece  in  Milano  per  le  monache  de'  ss.  Domenico 
e  Lazzaro  dipingendo  con  sfoggio  d'  arte  nella  volta  il 
fatto  della  Risurrezione  di  Lazzaro  per  virtù  di  Cristo;  e 
l'altro  del  ricco  Epulone  dannato  al  fuoco,  che  non  avea 
partite  le  sue  sostanze  col  poverello  sofferente,  il  quale  non 
pertanto  gode  in  Paradiso  il  frutto  di  sua  costante  pa- 
zienza. 

L'assunzione  di  Nostra  Signora  dipinta  nella  cupola 
della  Passione  in  Milano  e  pure  lavoro  degno  di  Panfilo. 
Lavorò  molte  tavole  negli  altari  di  molte  chiese  di  Par- 
ma; e  per  la  galleria  ducale  fece  di  molte  storie  nelle  quali 
diede  alle  figure  tutta  la  perfezione  possibile,  attenendosi 
assai  alla  naturale  semplicità.  In  Cremona  non  vi  è  delle 
sue  opere  che  l'Angelo  annunciatore  a  Maria  del  felice  suo 
transito,  dipinto  in  un  tondo  laterale  alla  cappella  del  Ro- 
sario in  S.  Domenico. 

Cessò  di  vivere  quest'artista  nell'anno  i65i. 

Taluno  foi-se  stupirà  eh'  io  abbia  qui  posti  tra  i  pittori 
mantovani  codesti  Nuvoloni,  dopo  che  l'Orlandi,  e  con 
lui  il  Lanzi,  disse  Panfilo  nato  in  Cremona,  ed  il  secondo 
chiamò  milanesi  i  figli.  Ma  a  me  è  paruto  così  non  per 


122  NU 

capriccio,  e  mentre  i  detti  autori  slanciano  la  loro  asser- 
zione e  passano  oltre,  io  posso  giustificare  la  rivendica- 
zione che  faccio  con  fatti  storici. 

Mio  padre  ed  io  abbiamo  veduti  e  più  volte  esaminati 
negli  archivi  nostri  segreti  gli  alberi  genealogici  di  code- 
sta illustre  famiglia,  dei  quali  tengo  copia,  da  cui  si 
rileva  che  quella  venne  in  Mantova  nel  iioo,  e  che  per 
secoli  la  fu  nostra,  e  che  non  fu  se  non  dopo  i  Panfili 
che  la  si  divise  in  varii  rami  che  si  trapiantarono  a  Suz- 
zara ,  Viadana,  Guastalla,  Sabbioneta,  Verona  e  altrove, 
ma  non  ve  n'  è  uno  in  Cremona  ne  in  Milano.  Imperoc- 
ché per  essere  i  suddetti  pittori  usciti  di  patria  per  recarsi 
a  studiare  e  lavorare  ed  accasarsi  ed  aver  figli,  onori,  ed 
impieghi  non  basterà ,  perchè  sien  detti  di  que'  luoghi  in 
cui  ebbero  accidentalmente  i  natali,  senza  avervi  ne  origi- 
narii  diritti,  ne  doveri  assoluti,  ma  relativi.  E  non  di- 
cemmo mai  che  diventi  straniero  un  italiano,  perciò  solo 
che  in  straniera  nazione  si  abbia  ed  impieghi  ed  onori  ed 
anche  figli.  Oltre  i  suddetti  alberi  genealogici,  che  non  fu- 
rono sin  qui  veduti  che  da  noi  due,  ci  è  la  cronaca  di 
Ippolito  Castelli  (i)  stampata  nel  iGSo,  nella  quale  si 
tien  dietro  a  questa  nobilissima  famiglia,  e  sta  tutta  in 
nostro  favore.  Non  so  se  la  critica  reggerà,  ma  bene  os- 
servando r  istesso  Orlandi ,  ove  accenna  a  Gioseffo  Nu- 
voloni ,  parmi  si  contraddica  o  condanni  se  stesso  di 
non  aver  letta ,  ne  veduta  la  lapida  che  egli  accenna 
conservarsi  nella  nostra  chiesa  di  S.  Andrea,  ma  non  la 

(i)  Di  codesta  famiglia  cantò  Raffaello  Toscano  nella  sua 
opera  stampata  in  Padova  del  i586: 

Degni  sono  i  Valenti  e  i  Nuvoloni 
IVlille  per  tromba  aver  Lini  e  Maroni. 


■  NU  i:,3 
riporta.  Ma  io  che  la  tengo  nella  mia  già  indicata  raccolta 
d' inscrizioni ,  la  pongo  qui  perchè  ognuno  ne  giudichi 
il  vero:  ^? 

CAROLUS  .  EQUES  .  CLARISS.  NUVOLONUS  .  BELLI  .  MAGISTER 
ET  .  EQUITUM 

INCLITUS  .  DUCTOR  .  PRADENS  .  DUORUM  .  TUM  .  DUCUM 
GUBERNATOR  .  PATRIAEQUE  .  MILITUM  .  OP.  FUIT  .  RECTOR 
NUNG  .  SUPERIS  .  OB  .  INTEGERRIMAM  .  VITAM  .  RECEPTUS  .  HOC 
RELIQUIT  .  OSSA  .  SUB  .  SAXO  .  OBIIT  .  ANNO  .  SAL  .  MDLIX 
AETATIS  .  ANN.  79. 

Tale  assunto  pare  abbastanza  appoggiato,  e  ninno  più 
di  me.  credo,  si  troverà  in  grado  di  definirlo,  poiché  scri- 
vendo io  di  questi  Nuvoloni,  il  faccio  come  di  cosa  mia 
domestica,  discendendo  dal  lato  di  madre  dal  ramo  Nu- 
voloni, trapiantato  in  Viadana,  e  quindi  conservatore  della 
storia  di  esso  per  tradizione  e  per  documenti  famigliari. 
Dico  ciò  come  difenditore  di  un  fatto,  di  una  verità  ,  e 
non  punto  per  boria  municipale  che  mi  pregio  di  non 
avere;  perchè  quando  la  non  fosse  anche  così ,  certo  si 
è  che  la  gloria  sarebbe  sempre  tutta  patria,  essendo  essi 
nativi  da  questa  nostra  Italia. 

g5.  Orioli  Giuseppe.  Pittore.  —  Orioli  fu  allievo  della 
primitiva  accademia  di  Mantova  innanzi  che  il  cavalier  Ca- 
dioli  ne  avesse  ottenuto  l'ingrandimento  dalla  generosità 
dell'  immortale  Maria  Teresa.  Le  migliori  sue  opere  le  fece 
sul  cominciare  del  secolo  XVIII.  In  esse  si  vedeva  dili- 
genza bensì,  ma  non  quel  genio  animatore  che  è  tanto 
necessario  alle  belle  arti.  Nel  primo  e  secondo  altare  a 


1^4  VE  ' 

mano  manca,  entrando  nella  nostra  chiesa  di  S.  Egidio,  vi 
sono  di  lui  due  tele,  Tuna  è  la  discesa  dello  Spirito  Santo 
sopra  gli  Apostoli,  e  1'  altra  e  la  Beata  Vergine  e  S.  Egi- 
dio. Anche  nella  chiesa  di  S.  Barnaba  si  conserva  un  suo 
quadro  rappresentante  S.  Filippo  Benizzi.  Il  suo  più  bel 
quadro  però  era  nel  refettorio  del  Carmine  con  entro  il 
gran  Cenacolo  assai  ben  condotto,  e  ragionevolmente  di- 
pinto. Perì  questo  artista  Tanno  i^So. 

96.  Pedemonti  cesare.  Pittore.  —  Dai  registri  de' no- 
stri archivii  non  si  è  potuto  sapere  se  non  che  era 
della  scuola  di  Giulio  Romano,  e  che  in  quella  si  por- 
tava con  onore.  Del  resto  non  si  trova  altra  menzione 
che  del  iv54i  il  19  Marzo  abitava  in  contrada  del  Leo- 
pardo. 

97.  Perla  Fabrizio.  Pittore.  —  È  certo  che  questo  pit- 
tore a'  tempi  di  Giulio  del  quale  era  scolare,  si  avrà  acqui- 
stata molta  riputazione,  perchè  da  quel  poco  che  di  lui 
ci  rimane  si  vede  la  maestria  del  suo  pennello ,  essendovi 
in  S.  Andrea,  alla  cappella  di  S.Lorenzo,  rimasti  due  af- 
freschi che  mostrano  un  lavoro  di  gran  pregio.  Rappre- 
sentano essi  la  discesa  di  Gesù  Cristo  al  Limbo,  e  la  sua 
ascensione  al  Cielo,  ed  hanno  disegno,  colorito  e  fanta- 
sia. L'artefice  stesso  pare  se  n'abbia  compiaciuto  appo- 
nendovi il  suo  nome  di  questo  modo  : 

i(  Fabricii  Perleae  Opus. 
E  da  correggere  l'eruditissimo  autore  della  storia  pitto- 
rica d'Italia  a  pag.  ^43  del  voi.  II,  dell' ediz.  di  Bassano, 
ove  per  isbaglio  dà  il  nome  di  Francesco  a  codesto  pit- 
tore, e  pone  que'  due  affreschi  in  Duomo  alla  cappella  di 
S.  Lorenzo  invece  di  dire  in  S.  Andrea  alla  cappella  di 
S.  Lorenzo.  Questo  è  semplice  sbaglio,  ma  il  lasciare 
oggidì  abbandonati  ed  in  preda  alla  polvere  que'  due  di- 


pinti,  e  così  tant' altri,  come  si  fa  da  chi  governare  do- 
vrebbe quel  tempio,  è  un  vero  errore  che  mostra  quanto 
poco  si  curi  r  amore  delle  arti  e  la  gloria  nostra. 

98.  Pesenti.  Pittori  DETTI  I  sABBiONETA.  Venucro  tutti 
i  Pesenti  soprannominati  i  Sabbioneta,  non  solo  perchè  nati 
di  quella  grossa  terra,  che  portò  anche  il  nome  di  città, 
ma  altresì  per  esservi  là  sempre  stata  la  loro  famiglia , 
della  quale  alcuni  individui  si  allontanavano,  non  per  ab- 
bandonarla, ma  per  rendersene  degni  coltivando,  il  loro 
spirito,  ove  più  erane  volta  la  inclinazione.  Ciò  dico, 
perchè  ho  veduto  che  l'egregio  ragioniere  signor  Giu- 
seppe Grasselli, eh' ebbe  l'ottima  cura  di  dare  l'abbeceda- 
rio biografico  dei  Pittori,  Scultori  ed  Architetti  cremo- 
nesi, tutte  le  volte  che  riferisce  qualcuno  di  questi  artisti 
di  paesi  della  diocesi  cremonese  se  li  appropria.  Ma  io 
non  saprei  con  qual  diritto  civile ,  imperocché  nessuno 
ch'io  mei  sappia,  per  determinare  la  patria  di  qualcuno, 
ha  guardato  le  divisioni  ecclesiastiche,  ma  sibbene  la  po» 
litica  giurisdizione  circoscritta  a  Provincie ,  e  tutte  le 
carte  topografiche  sono  fatte  su  di  questa  convenzione  , 
e  quelle  stesse,  almeno  dai  tempi  feudali  sino  a  noi,  che 
circoscrivono  la  provincia  mantovana,  contengono  pur 
anche  il  paese  di  Sabbioneta.  Basato  sopra  ciò  ritengo  i 
Pesenti  mantovani. 

Galeazzo  fu  pittore  e  scultore  in  legno  di  merito,  giu- 
sta quanto  ne  scrivono  il  cel.  Lanzi  ed  il  nostro  Volta.  Il 
signor  Grasselli  ci  assicura  che  il  Campi  ed  il  Baldinucci 
lo  rammentano  con  lode ,  e  che  fiorì  sul  principio  del  se- 
colo XV.  Del  resto  non  si  conosce  di  lui  nessun'  opera. 
De'  suoi  discendenti  l' Orlandi  non  accenna  che  Francesco 
e  Vincenzo,  come  creati  del  cav.  Malosso.  Questi  però 
secondo  lo  stesso  signor  Grasselli  sono  figli  di  Galeazzo. 


t 


126  PE 

Egli  è  certo  che  lavorarono  con  buon  gusto  e  spedi- 
tezza. Innanzi  che  fosse  soppressa  ed  atterrata  la  Chiesa 
di  S.  Leonardo  in  Cremona  ,  esisteva  di  Francesco  un 
quadro  in  legno  molto  bello,  e  rappresentava  l'incontro 
di  S.  Gioachino  con  S.  Anna,  ed  un  po'  indietro  di  que- 
sti si  vedevano  due  donne  che  parlavano  tra  loro  ,  e  due 
personaggi,  un  uomo  ed  altra  donna  genuflessi  in  atto 
di  venerazione ,  con  altre  figure  d' uomini.  In  un  angolo 
si  leggeva  in  un  biglietto,  Franciscus  Sahloneta. 
Nella  Chiesa  antica  parrocchiale  di  Spigarolo  oltre  Po  vi 
è  di  lui  ben  conservata  una  tavola  con  entro  dipinta  la 
Madonna  col  Bambino,  con  S.  Gregorio,  S.  Bartolomeo, 
ed  ha  la  data  del  iSS^.  Anche  in  S.  Agostino  vi  è  l'a- 
dorazione de'  Magi  che  è  suo  lavoro,  sendovi  sottoscritto 
nella  parte  estrema  sinistra  della  tela  in  modo  da  restar 
coperta  dalla  cornice  ed  in  campo  bianco  di  un  piccolo 
biglietto  «  Franciscus  Sahloneta  faceb.  Questo  quadro 
ha  le  figure  più  grandi  del  naturale,  ma  mancano  di  gen- 
tilezza e  di  espressione ,  poiché  il  volto  della  Madonna 
presenta  contorni  troppo  secchi,  e  carni  poco  vere.  Panni 
anche  che  la  prospettiva  non  sia  troppo  bene  trattata,  non 
vedendo  spiccare  V  una  dall'  altra  le  figure.  Il  tutto  in- 
sieme però  mostra  buon  panneggiamento  e  sveltezza  di 
pennello. 

Ho  vedute  ed  esaminate  anche  le  pitture  nella  volta  di 
mezzo  della  chiesa  di  S.  Agostino,  e  mi  sono  sembrate 
migliori  del  detto  quadro ,  sebbene  vi  si  notino  alcuni 
errori  di  anatomia.  Poiché  i  movimenti  delle  teste  non 
sono  naturali ,  forzandovi  egli,  quando  le  fa  guardanti  al- 
l' indietro ,  troppo  il  mento  sulla  spalla ,  quasi  sulla  sca- 
pola, il  che  non  è  possibile  fare  per  chi  sa  che  i  muscoli 
sterno-cleido-mastoidei,  e  la  inserzione  dell' aj)ofisi  del- 


l'atlante  nel  foro  occipitale  vi  si  oppone,  e  non  lo  si  po- 
trebbe eseguire  da  persona  viva  senza  perderne  la  vita. 
Queste  pitture  sono  a  fresco  entro  spazi  i  quadrilateri .  e 
rappresentano,  quella  a  destra,  l'orazione  di  Gesù  nel- 
r  orto  coi  tre  discepoli ,  due  a  mezza  figura  che  dormono, 
ed  uno  in  piedi  un  po'  curvo  che  guarda  indietro  :  quella 
a  sinistra,  la  catturazione  di  Gesù  nell'orto  fatta  da  sol- 
dati, uno  tra'  quali  è  sopra  un  cavallo  focoso  in  atto  di 
minaccia,  ed  un  altro  che  mette  la  mano  sinistra  sulla 
spalla  destra  di  Cristo,  e  che  si  volge  indietro.  In  que- 
st'  ultimo  soldato  ,  e  nel  Gesù,  il  sopra  notato  difetto  ò 
assai  rilevante. 

Nel  quadro  di  mezzo  poi  vi  è  un'  esaltazione  della 
Croce  fatta  da  varii  angioletti  in  così  varia  attitudine  di 
scorti  che  sono  graziosissimi  e  naturali. 

La  notizia  che  queste  pitture  sieno  de'Pesenti  si  deve 
alla  diligenza  del  lodato  signor  Grasselli,  che  ha  saputo 
investigare  nel  pubblico  archivio  di  Cremona  il  contratto 
che  si  fece  con  questi  due  fratelli  pel  convenuto  prezzo 
ragguagliato  di  cento  scudi  d'Italia,  ed  è  l'atto  a  rogito 
di  Pietro  Maria  Corradi  detto  Marino,  il  26  luglio  rSSy. 

Riguardo  però  al  quadro  dell'adorazione  de' Magi  ne 
duole  avvertire  che  il  signor  Grasselli,  volendo  forse  dar 
peso  all'  asserzione  che  i  Pesenti  erano  cremonesi,  o  forse 
anche,  perchè  stato  all'asserzione  di  qualche  altro  poco 
diligente,  non  fu  fedele  nel  darci  la  sottoscrizione  del 
pittore.  Del  che  ognuno  può  accertarsi ,  come  lo  feci  io, 
presente  il  sagrista  della  Chiesa  di  S.  Agostino,  Galli  Gio- 
vanni, che  fummi  gentile  d'ajuto  nel  cercare  la  detta  sot- 
toscrizione che  a  prima  giunta  non  si  vede  ,  essendo  , 
come  si  è  detto ,  coperta  dalla  cornice  del  quadro. 

Più  esatto  è  stato  nel  dare  la  sottoscrizione  del  qua- 


128 


PE 


dro  che  c  in  casa  la  contessa  Maria  Saiti,  poiché  vi  ha  let- 
to?? Vinc.  et  Frane,  fratres  Pesentis  de  Sablonetis  faciebant^? 
senza  aggiugner vi  cremonesi,  come  nell'altro  inS.  Agosti- 
no. Questo  è  un  bel  quadro  che  merita  si  tenga  di  quel 
valore  che  è.  Fu  lavoro  di  tutti  due  i  fratelli ,  ed  ha  al 
sommo  la  nostra  Donna  col  bambino  in  gloria,  ed  al  basso 
S.  Lorenzo  ed  un  S.  Carmelitano. 

Appartengono  a  questa  famiglia  anche  Pietro  Martire, 
Martino,  Giovanni  Paolo,  e  Galeazzo  juniore. 

Pietro  Martire  era  pittore  ,  e  si  sa  che  del  1670  ri- 
staurò  con  somma  diligenza  le  magnifiche  pitture  della 
cattedrale  di  Cremona,  giusta  la  inscrizione  in  Vairani, 
num.  197.  Era  anche  valente  architetto,  mentre  in  oc- 
casione dell'  entrata  in  Cremona  dell'  Arciduca  Rodolfo, 
che  fu  il  21  dicembre  i563,  si  distinse  assai  per  inge- 
gno, facendovi  un  bellissimo  arco  trionfale.  Nell'anno 
medesimo  si  era  acquistata  lode  molta  per  un  grandioso 
catafalco,  fattosi  pei  funerali  del  Senatore  Ala. 

Martino  fu  bravo  fonditore  di  metalli,  e  rimangono  in 
Cremona  due  sue  opere  che  fanno  conoscere  quanto  fe- 
lice era  nella  sua  arte.  Tutte  e  due  si  conservano  nella 
cattedrale  di  Cremona,  e  sono  le  teste  d'argento  entro 
cui  si  collocano  le  reliquie  de'  Santi,  che  si  espongono 
nei  dì  solenni  suU'  aitar  maggiore  ;  e  4  capitelli  e  4  b^^si 
di  bronzo  su  cui  posano  le  quattro  colonne  di  marmo 
all'altare  del  SS.  Sagramento,  e  furono  fatte  per  ordine 
degli  amministratori  di  quella  chiesa,  dato,  in  quanto  al 
primo  lavoro,  l'undici  gennajo  iSgg  e  pel  secondo  il  7 
mai'M)  1607. 

Anche  Gio.  Paolo  fu  pittore  che  lavorò  nella  catte- 
drale di  Cremona,  e  per  contratto  del  5  settembre  iS'jSy 
che  oggidì  si  custodisce  nella  fabbriceria  di  quella  chiesa. 


PI  129 

vi  fini  i  dipinti  nella  volta  della  nave  maggiore  die  erano 
stati  cominciati  da  Bernardino  Pelacani.  In  Santa  Maria 
della  Misericordia  in  Castel  Leone  vi  fece  una  Crocifis- 
sione che  ha  un  bel  gruppo  di  figure  collo  scorcio  di  un 
cavallo  ,  di  buonissimo  effetto  :  Vi  sta  scritto  Jo.  Pau- 
lus  de  Pesentis  d.  Sabbioneta  f  MDLXXXIIL 

Il  Zani,  tom.  iS,  pag.  78,  accenna  tra  essi  un  Ga- 
leazzo juniore,  un  Carlo  ed  un  Giuseppe  che  vivevano 
dal  iSqo.  Così  a  un  di  presso  il  signor  Grasselli. 

99.  PiRiNO  (GIACOMO  de).  Pittore,  —  Fu  discepolo  del 
Mantegna,  e  gli  era  d'ajuto  specialmente  nel  dipingere  a 
fresco  molte  case  di  Mantova.  Vide  il  suo  ultimo  giorno 
il  9  aprile  iS^S. 

100.  PiTENTiNO  ALBERTO.  Architetto ^  Idraulico.  —  È 
maraviglia  che  in  tempi  che  appena  si  toglievano  dall'uni- 
versali tenebre  d'ignoranza,  com'erano  quelli  presso  il 
mille,  sorgesse  in  Mantova  un  genio  capace,  non  dirò 
d'ideare,  ma  d'eseguire  un'opera  che  verrebbe  anche  a 
dì  nostri  stimata  per  arditissima  a  fronte  de'  grandi  pro- 
gressi e  nelle  matematiche  e  nell'architettura.  Eppure  ri- 
tentino iVlberto,  tanto  potè  la  forza  d'ingegno,  vinse  quel 
terribile  ostacolo  alla  felicità  umana,  e  fece  che  Mantova 
da  infestissima  che  era  in  mezzo  a  paludi  divenisse  amena 
e  salubre ,  e  tale  conosciuta  dentro  e  fuori  d' Italia.  Im- 
perocché del  1188,  reggendosi  Mantova  per  nove  rettori 
e  tre  procuratori  in  Repubblica,  e  Pitentino  servendola 
quale  architetto  ed  ingegnere,  scavò  egli  tutta  la  palude 
fuori  di  porto,  e  per  a  Carese,  per  cui  si  stese  per  cin- 
que miglia  un  lago  il  quale  egli  sostenne  ed  infrenò  con 
un  immenso  argine  sul  quale  gittò  un  magnifico  ponte, 
le  arcate  del  quale  ridusse  a  dodici  bocche ,  fuori  delle 
quali  l'acqua  si  spingesse  per  altrettante  cadute  in  ma- 


j3o  pi 

niera  da  porre  in  perpetuo  movimento  dodici  mulini,  e 
creare  di  quelle  cadute  medesime  altre  forze  che  servis- 
sero air  azione  di  altre  macchine  atte  a  segar  travi,  a  for- 
mar lanificii  ed  altre  utilissime  fabbricazioni,  ed  in  fine 
poi  del  ponte  forzare  quella  grande  massa  d' acqua  a  pas- 
sare per  una  stretta  conca ,  versandosi  fragorosamente  in 
un  altro  scavato  piano  con  impeto  tale  che  il  Mincio 
scorresse  più  rapido  per  dieci  miglia  dalla  bocca  alle  foci, 
alle  quali  il  valente  architetto  fondò  un  sostegno  che 
quasi  ad  un  cenno  alzi  ed  abbassi  l'acqua,  affinchè  spe- 
dita e  libera  si  aprisse  la  navigazione  per  tutta  Italia  ed 
in  ogni  mare. 

Quest'impresa  che  ricorda  la  grandiosità  romana,  fu 
condotta  da  quest'architettore  in  dieci  anni,  e  parve, com'è, 
tanto  maravigliosa  che  i  rettori  della  Repubblica  pensa- 
rono la  fosse  celebi-ata  da  certo  Raimondo  cancellario  in 
versi  esametri,  che  furono  scolpiti  in  una  larga  lapida  e 
posti  a  vista  di  tutto  il  mondo  ,  acciocché  si  desse  lode 
infinita  ed  ai  rettori  che  la  commisero  ,  ed  all'  inventore 
che  la  ridusse  a  perfezione. 

La  detta  inscrizione,  che  e  oggidì  rimasta  ancora  sotto 
il  jDonte  detto  dei  Mulini,  finisce  di  questo  modo, 

EXEMPLO  .  DISCANT  .  BENE  .  DUCERE  .  CUNGTA  .  SEQUACES 
ALBERTUSQUE  .  PITENTINUS  .  SUPER  .  ISTA  .  MAGISTER 

In  verità  tali  sono  le  azioni  che  fanno  onore  alla 
storia  degli  uomini  da  meritarvi  distintissimo  luogo  più 
che  le  sanguinose  delle  feroci  guerre,  rammentando  que- 
ste la  fatale  corruzione  umana,  e  quelle  ricordandone  la 
derivazione  divina. 


PI  i3i 

Il  Tiiabosclii  ed  il  Lanzi  nelle  loro  storie  si  tacquero 
di  questa  mirabile  opera,  sebbene  potessero  averne  co- 
gnizione da  Gabriele  Bertazzoli  in  quel  suo  discorso  sul 
sostegno  nuovo  presso  la  chiusa  di  Governolo,  che  noi 
citammo  nell'accennare  a  questo  celebre  architetto,  e  nel 
quale  narra  che  essendosi  interrito  tutto  il  canale  sca- 
vato da  ritentino,  del  i53o,  il  marchese  Federico  Gon- 
zaga fece  la  sorpresa  a  Carlo  V  di  scavarlo  di  nuovo  in 
sì  breve  tempo,  che  rendendolo  ancora  navigabile,  quegli 
contro  suo  costume  ne  stupì. 

Bettinelli  ne'  suoi  discorsi  accademici  sulle  lettere  ed 
arti  mantovane  ne  parla  con  entusiasmo,  e  Camillo  Volta 
nel  suo  ristretto  di  notizie  patrie  dà  a  Pitentino  la  me- 
ritata lode. 

loi.  Raineri  Francesco  maria  detto  lo  scmvENOGLiA. 
— '  Innanzi  che  Mantova  per  lo  zelo  del  Cadioli  avesse  la 
sua  accademia  di  pittura ,  nella  quale  apprendere  si  po- 
tessero le  leggi  di  questa  nobilissima  arte,  venivano  a  lei 
molti  e  nazionali  e  stranieri  per  inspirarsi  nei  capilavori 
delle  grandi  scuole  che  in  essa  fiorirono,  la  mantegnesca 
cioè  e  la  giuliesca ,  e  molte  volte  vi  aprirono  scuola ,  ac- 
crescendo la  gloria  mantovana.  Giovanni  Canti  da  Parma 
fu  degli  ultimi  tra  questi,  e  già  vedemmo  escire  della  sua 
scuola  Bazzoni  Giovanni  che  sorpassò  il  maestro.  Anche 
Raineri  fu  de' suoi  creati,  e  se  non  fu  pari  nei  dipinti  a 
figure,  gli  andò  molto  innanzi  nel  dipingere  battaglie  e 
paesaggi,  e  picciole  storiette  nelle  quali  fu  vago  e  capric- 
cioso. La  passione  viva  ch'era  in  lui  per  la  pittura  gli  fece 
vincere  collo  studio  le  più  grandi  difficoltà  che  natural- 
mente sentiva,  e  contraffacendo  le  opere  de'migliori  artisti, 
e  raccogliendo  le  bellezze  .sparse  nella  natura ,  potè  giu- 
gnere  a  possedere  le  più  recondite  finezze  dell'  arte.  Nel 


i32  RÀ 

disegnare  il  nudo  era  assai  valente.  Il  Bazzoni  suo  con- 
discepolo lo  amò  e  stimò  sempre  in  modo  che  molte 
volte  gli  dava  i  suoi  quadri  a  correggere,  non  che  da  giu- 
dicare, e  si  valse  anche  de' suoi  disegni  per  istudiarli.  Con 
tutto  ciò  si  vedeva  pur  troppo  che  le  belle  arti  in  Man- 
tova declinavano  dal  buon  gusto  in  cui  erano  salite  nelle 
primitive  scuole,  e  Schivenoglia  medesimo  spesso  veniva 
meno  e  nell'invenzione  e  nel  colorito.  Il  che  facilmente 
dalle  sue  opere  si  può  rilevare. 

Del  1752,  quando  sotto  gli  auspicii  dell'immortale 
Maria  Teresa  nasceva  l'accademia  di  Mantova,  Raineri  vi 
fu  eletto  direttore,  come  già  vedemmo  parlando  del  no- 
stro Cadioli. 

Lavorò  molte  opere  nella  chiesa  di  S.  Andrea,  ma  la 
migliore  si  è  un  S.  Sebastiano  che  dipinse  nella  cappella 
di  S.  Anna,  spettante  alla  famiglia  del  dottor  Luigi  Su- 
sanni.  Bello  era  pure  il  quadro  che  esisteva  in  S.  Spirito, 
rappresentante  S.  Giuseppe  in  gloria,  con  in  basso  varii 
santi  conventuali  di  S.  Francesco.  Dipinse  sino  nella  sua 
più  tarda  età ,  mentre  Y  ultima  sua  opera  la  fece  in  età 
di  80  anni.  Morì  del  1758. 

102.  Ricci  (Apollonio  de).  Architetto.  — V'ha  delle 
memorie  nell'archivio  di  Governo  che  accennano  costui, 
come  architetto  escito  della  scuola  di  Giulio  Romano ,  e 
non  fanno  menzione  delle  sue  opere,  ma  solamente  no- 
tano che  nella  florida  età  di  anni  il  3i  novembre  i520, 
stando  nella  contrada  della  Nave,  si  ammalò  e  morì. 

103.  RiccHESANio  RECHESANi  CARLO.  Pittore.  —  Le 
sue  pitture  furono  ai  tempi  del  Mantegna.  Vi  è  un  libro 
negli  archivi  di  Governo  detto  la  Massarola  nelle  filze 
del  quale  in  data  21  marzo  i5i5  è  registrato  il  prezza 
pagato  a  quest'artista  per  aver  dipinto  quattro  gran  sten- 


/ 


RI  i33 

dardi  dei  quali  però  non  si  dice  ne  Fuso  ne  il  sog- 
getto. 

104.  Rinaldo  mantovano.  Pittore  (a).  —  Dalla  scuola 
di  Giulio  Romano  non  è  mai  uscito  discepolo  che  tanto 
penetrasse,  a  così  dire,  il  pensiero  di  quel  gran  maestro 
quanto  Rinaldo,  e  benché  la  gloria  del  primo  non  abbia 
temuto  offuscazione,  perchè  se  è  difficile  salire  in  fama  di 
straordinario,  è  arduo  assai  levare  dalle  menti  degli  uomini 
vm  concepito  giudizio,  con  tutto  ciò  si  vede  che  le  più  gran- 
diose opere  inventate  e  disegnate  in  Mantova  dalla  terribile 
mente  di  Giulio,  le  quali  lo  fecero  conoscere  per  tutto  il 
mondo  per  insuperabile  pittore,  furono  eseguite  e  colorite 
con  maravigliosa  perfezione  d'arte  di  mano  di  Rinaldo ,  il 
cui  nome  intanto  e  da'  suoi  concittadini  e  dagli  stranieri 
appena  si  rammenta.  Il  che  è  proprio  ingiusto  e  da  non  più 
oltre  comportarlo.  E  se  è  vero,  come  lo  è,  che  lo  inven- 
tore ha  gran  diritto  di  lode,  non  è  manco  vero  che  l'inven- 
zione senza  chi  le  dia  vita  è  cosa  morta,  donde  pare  che 
grande  e  non  minore  riconoscenza  si  abbia  ad  avere  agli 
esecutori,  e  più  poi  discorrendo  di  opere  pittoriche,  le 
quali  ognuno  sa  quanto  sieno  di  minor  difficoltà  nell'in- 
veritarle  e  nel  disegnarle,  che  nell' adoperare  le  ardue  e 
difficili  leggi  del  ben  colorire,  vincendo  col  pennello  tanti 
ostacoli,  quante  sono  le  diverse  località,  e  le  grandezze,  e 

(a)  Di  questi  parlò  il  bravo  signor  Francesco  Faccioli  in 
una  leUera  indirizzata  airiìlust.  signor  Giulio  Svelgetti  Trem- 
zali  di  Reggio  5  cavandone  le  notizie  da  documenti,  che  veni- 
vangli  da  me  consegnati  sul  pensiero  eh'  ei  facesse  quel  la- 
voro di  memoiie  che  ora  io  qui  mi  ho  ingegnato  discrivere; 
ma  la  sua  bella  intenzione  venne  meno  per  circostanze  estra- 
nee alla  sua  capacità  ,  che  anzi  le  avrebbe  condotte  meglio, 
di  quel  che  qui  sono. 


i34 

le  luci  e  le  espressioni ,  e  le  gradazioni  e  composizioni 
de'  colori,  i  quali  ostacoli  tutti  si  vedono  da  Rinaldo  su- 
perati e  vinti  con  tanta  facilità ,  come  ne  era  grande  la 
difficoltà  medesima. 

E  che  sia  così  basterà  dire  che  la  famosa  nostra  sala 
de'  Giganti  è  tutto  lavoro  di  questo  nostro  mantovano,  la 
cui  straordinaria  bellezza  fece  dire  al  Vasari  che  i(  non 
si  pensi  alcuno  vedere  mai  opera  di  pennello  più  orribile 
e  spaventosa  nè  più  naturale  di  questa.  Il  qual  Vasari, 
avaro  di  elogi  com'  e  inverso  ai  pittori  lombardi ,  ebbe  a 
dire  di  Rinaldo  che  i  mantovani  non  ebbero  mai  il  più 
valente  uomo  nella  pittura  di  lui,  e  che  nelle  sale  dei  Gi- 
ganti diventò  perfetto  coloritore,  perchè  lavorando  con  i 
cartoni  di  Giulio  (a),  condusse  tutta  quest'  opera  a  per- 

(a)  Nell'anzidetta  lettera  del  Faccioli  si  vuole  rivendicata  a 
Rinaldo  perfino  l'invenzione  di  questa  prodigiosa  opera.  E  a 
dir  vero  i  suoi  argomenti  sono  di  moltissimo  giudizio,  quando 
si  voglia  ben  ponderare  quanta  fosse  l'assoluta  gelosia  di  glo- 
ria di  Giulio  dimostrata  contro  al  suo  compagno  ed  amico 
Gian-Francesco  Penni  detto  il  Fattorino,  non  che  pel  fatto  di 
Leonbruno.  Gelosia  poi  che  non  gli  avrebbe  certo  fatto  tra- 
scurare di  esporre  nel  mandato  di  pagamento  a  Rinaldo  (i8) 
essere  la  sala  non  solo  stata  colorita  da  questo  per  sua  com- 
missione, ma  secondo  i  cartoni  o  disegni  suoi,  vedendogli  ciò 
fare  in  cosa  di  ben  poco  momento  nell'altro  mandato  (jg) 
per  Antonio  de'  Conti  stuccatore. 

Le  ommissioni  poi  del  Vasari  intorno  ai  pittori  nostri  fino 
a  dire  che  non  avea  potuto  rinvenire  i  loro  ritratti  ,  mentre 
in  quanto  a  Rinaldo  da  lui  veduto  del  154^  in  Mantova 
n'ebbe  tutta  la  comodità,  e  l'ingiusto  silenzio  sul  ritratto 
di  naturale  del  cavallo  dipinto  a  olio  per  commissione  del 
duca,  tutto  lavoro  ed  invenzione  di  Rinaldo  medesimo,  rin- 
forzano assai  la  nostra  causa  (vedi  lo  stesso  documento),  ma 


RI  i35 

fezione  insieme  le  altre  stanze.  Tra  le  quali  poi  stupende 
sono  tutte  le  storie  di  Psiche,  e  negli  ottangoli,  e  negli 
altri  angoli  5  come  ancora  nelle  finestre,  ove  sono  molti 
amori  che  secondo  gli  spazii  fanno  varii  effetti.  Ma  que- 
ste ultime  opere,  come  ancora  nelle  finestre,  ove  sono  ri- 
tratti di  naturale  tutti  i  cavalli  più  belli  e  più  favoriti 
della  razza  del  marchese  Federico  Gonzaga  ed  insieme  con 
essi  i  campi  di  quel  medesimo  mantello  o  macchie  che 
sono  i  cavalli,  coi  nomi  loro,  furono  colorite  a  fresco  da 
Rinaldo  stesso  di  compagnia  a  Benedetto  Pagni  da  Pe- 
scita. 

Tutto  poi  di  sua  mano  fece  Rinaldo  in  s.  Andrea  nella 
cappella  di  s.  Longino  nelle  facciate  laterali  due  storie 
bellissime,  cioè  in  una  la  crocifissione  di  Gesù  Cristo  con 
i  ladroni  ed  alcuni  angeli  in  aria,  e  da  basso  i  crocifissori 
con  le  Marie  e  con  molti  cavalli  fierissimi,  e  molti  sol- 
dati in  varie  terribili  attitudini.  Nell'altra  fece^  quando 
al  tempo  di  Matilde  V  anno  i  o48  si  trovò  in  Mantova 
sotto  terra  il  sangue  di  Cristo,  portatovi  da  Longino,  e 
sono  innumerevoli  le  figure  tutte  che  vi  sono  coll'anima 
sulla  faccia,  tanto  è  viva  in  ognuno  V  effetto  della  mara- 
vigHa,  della  curiosità,  della  divozione,  della  credenza,  e  nei 
due  facchini  poi  che  levano  di  terra  sulle  loro  spalle  la 
cassetta  di  piombo  entro  cui  sta  il  preziosissimo  deposito 
si  vede  naturale  nel  risalto  de'  muscoli  del  volto  lo  sforzo 
del  sostenerla,  e  la  voglia  del  guardarla,  ed  è  una  vera 
maraviglia  dell'  arte  la  facilità  con  cui  tutto  vi  è  felice- 
mente espresso. 

per  vincerla  conviene  più  gagliardi  fatti,  come  ne  lo  sareb- 
bero tutti  i  confronti  degli  altri  mandati  di  pagamento  ,  per 
osservarne  e  il  modo  e  l'uso  nelle  circostanze  diverse  di  la- 
vori eseguiti  od  approvati  per  Giulio  medesimo. 


i36  RI 

Bellissima  era  di  lui  una  tavola  die  trovavasi  in 
S.  Agnese  ora  soppressa,  entro  cui  era  dipinta  la  Madonna 
a  sommo,  e  S.  Agostino  e  S.  Girolamo  a  basso,  ma  la 
perì  nelle  vicende  sul  finire  dello  scorso  sventurato  secolo. 
Di  suo  disegno  e  colorito  sono  le  due  facciate  del  marti- 
rio di  S.  Sebastiano  che  sono  nel  tempio  a  questo  Santo 
dedicato,  e  mostrano  figure  gigantesche  e  di  grandiosa  in- 
venzione. 

Non  è  dubbio  che  questo  artista  avrebbe  fatto  dimen- 
ticare molte  glorie ,  se  la  morte  non  avesse  avuto  invi- 
dia di  lui  togliendolo  al  mondo  nel  fior  della  gioventii, 
ed  anche,  diciamola  puì-e,  se  Vasari  stesso  fosse  stato  più 
giusto  in  verso  di  lui. 

Mio  padre  non  potè  scoprire  Tanno  preciso  di  sua 
morte ,  ma  ne'  libri  necrologici  di  que'  tempi  lesse  sola- 
mente che  il  9  di  marzo  i543  si  trovava  Rinaldo  nella 
fortezza  di  Porto,  e  che  insieme  a  tutta  la  città  egli  si 
dolse  in  quel  giorno  per  la  morte  di  uno  de'  maggiori 
Mecenati  delle  belle  arti ,  Giovanni  Calandra ,  castellano 
e  segretario  ducale  chiamato  il  Magnifico  e  Tuomo  dab- 
bene. 

105.  RuBONi  GIULIO.  Pittore,  —  Questo  fu  al  servigio 
del  duca  Vespasiano  di  Sabbioneta,  e  si  sa  che  lo  ajutò 
nel  raccogliere  molti  antichi  marmi  per  la  galleria  ducale, 
i  quali  ora  in  gran  parte  fanno  ricco  e  pregevole  il  pa- 
trio nostro  musco  antiquario.  Del  1677  dipingeva  a  Ca- 
satico per  la  nobilissima  famiglia  de'  conti  Castiglioni  con 
loro  piena  soddisfazione. 

106.  Russi  (GIOVANNI  de').  Miniatore.  —  L'Abate 
Lanzi  sul  principio  dell'epoca  prima  della  scuola  manto- 
vana, e  dietro  1'  autorità  dell'altre  volte  lodato  Leopoldo 
Camillo  Volta,  ci  dice  che  Russi  era  assai  eccellente 


SA  ,37 

miniatore  d'insetti,  di  erbe  e  df  animali,  e  che  del  i455 
il  duca  Borso  di  Modena  gli  fece  per  se  miniare  una  bib- 
bia in  gran  foglio,  la  quale  oggi  è  de'  più  rari  pezzi,  che 
ornano  la  biblioteca  estense.  11  Volta  però  aggiugne  che 
il  Russi  ebbe  a  compagno  in  questo  lavoro  certo  Taddeo 
Crivelli,  che  non  so  di  qual  patria  sia,  nè  lo  trovo  dal- 
l'Orlandi o  da  altri  annoverato  fra  gli  artisti. 

107.  Sacchi  (bartolameo  de).  Pittore.  —  Questo  pit- 
tore ebbe  il  soprannome  di  Domenedio,  forse  per  qualche 
intercalare  che  si  avesse. 

Fu  artista  di  vaglia  uscito  della  scuola  del  Mantegna. 
Visse  lungamente,  poiché  sappiamo  dai  nostri  libri  mor- 
tuarii  che  stando  nella  contrada  del  Leopardo  il  i3  Lu- 
glio 1542  cessò  di  vivere  in  età  di  anni  86. 

108.  SAccm  (ROBERTO  de).  Pittore,  —  Sembra  proba- 
bile che  sia  della  famiglia  del  suddetto.  Quando  Mantova 
perdette  il  famoso  Andrea  Mantegna,  questo  Sacchi,  che 
era  de'  suoi  discepoli,  aveva  solo  l'età  di  anni  17.  Si  de- 
siderano maggiori  notizie  di  questo  artefice,  del  quale 
solo  finora  si  è  scoperto  che  aveva  80  anni,  quando  morì 
il  giorno  4  Dicembre  i  SGq. 

1 09.  Scutellari  ANDREA.  Pittore.  —  Scutellari  è  noto 
sotto  il  nome  di  Andrea  da  Viadana,  perchè  appartenente 
a  famiglia  di  cotesto  grosso  borgo  mantovano,  e  natovi 
nel  i56o.  Apprese  in  patria  i  principii  del  disegno  e 
della  pittura  da  Francesco  Scutellari  suo  zio,  e  si  perfe- 
zionò alla  scuola  di  Bernardino  Campi  da  Cremona,  che 
fu  creato  d'Ippolito  Costa  mantovano,  accertando  Y  Or- 
landi che  del  1578  andò  lo  Scutellari  sotto  la  disciplina 
di  quello,  traendone  grande  profitto.  Infatti  del  i587,  a 
concorrenza  di  molti  pittori  cremonesi,  fu  scelto  a  fare  il 
quadro  della  natività  per  l'aitar  maggiore  della  chiesa  delle 

I  i 


i38  se 

monache  di  S.  Quiiico,  e  n'ebbe  la  palmare  giustamen- 
te, come  anche  oggi  si  può  giudicare,  guardando  a  quel- 
l'opera che  è  bellissima,  sendovi  1' Uomo  Dio  bambino 
nel  presepio  con  attorno  moltissime  figure  di  pastori,  e 
di  femmine  in  naturalissime  attitudini.  Evvi  in  S.  Agata 
un  quadro  entrovi  la  Beata  Vergine  che  riceve  il  grande 
annunzio  dall'  Arcangelo  Gabriele ,  il  tutto  dipinto  con 
istile  più  grandioso  che  no,  e  lo  fece  del  i588,  com'è 
scritto  nel  quadro  medesimo. 

110.  ScuTELLARi  FRANCESCO.  Pittore.  —  Questo  Fran- 
cesco è  zio  del  suddetto  pittore,  e  fiorì  intorno  al  i5oo. 
Non  è  rimasta  altra  opera  di  lui  che  quella  in  Cremona 
nella  chiesa  di  S.  Pietro,  dipinta  sul  legno,  e  che  rappre- 
senta l'incontro  di  S.  Gioachino  con  S.  Anna  di  presenza 
a  molta  gente,  ed  è  lavoro  per  quel  tempo  diligente.  In 
basso  vi  ha  una  testuggine  che  porta  sul  dorso  un  biglietto 
entro  cui  è  scritto     Franciscus  Scutellarius  fecit  ^> 

Che  questi  due  pittori  sieno  mantovani  non  lo  si  può 
negare,  mentre  tengo  nelle  mie  carte  antiche  un  istro- 
mento  in  data  del  i4i5,  dal  quale  si  scopre  che  i  Viada- 
nesi,  sino  da  quest'epoca,  dipendevano  da  Mantova;  im- 
perocché giurano  in  quello  fedeltà  al  magnifico  Francesco 
Gonzaga.  Il  che  valga  a  levare  la  falsa  opinione  di  quelli 
che  col  Lanzi  senz'  appoggio  alcuno  vollero  codesti  pit- 
tori tra  i  cremonesi. 

111.  Spagnoli  battista.  Pittore,  —  È  incerto  Tanno 
in  cui  nacque  quest'uomo  insignissimo,  ma  il  Bettinelli 
ne'  suoi  altrove  citati  discorsi  storici  il  fa  nato  del  1 448. 
Fino  da  giovinetto  diede  segno  di  grande  sviluppo  di  ra- 
gione, e  quindi  lo  si  vide  per  tempo  e  religioso  ed  amante 
dello  studio.  Coltivò  per  genio  la  pittura,  e  fiorendo  al- 
lora in  Mantova  il  grande  Mantcgna  si  pose  sotto  la  sua 


SP  x39 

disciplina^  e  ne  contraffece  assai  bene  Io  stile.  Portato  però 
dal  suo  spirito  di  meditazione,  si  fece  monaco  nel  con- 
vento de'  padri  carmelitani  di  Mantova  ed  ancor  iyi  ri- 
creavasi  col  dipingere.  E  prima  infatti  che  abolito  si  fosse 
quest'ordine  ed  atterratane  la  chiesa  vi  si  vedevano  alcune 
opere  di  sua  mano;  e  specialmente  vi  era  un  S.  Seba- 
stiano con  tre  mezze  figure  di  altri  santi  di  gusto  mante- 
gnesco;  ed  è  un  quadro  che  fu  lodato  dai  fratelli  pittori 
Bottani.  Oggidì  in  S.  Andrea  nella  sagristia  presso  la  cap- 
pella dell'Annunciata  vi  è  la  deposizione  di  Cristo  che  è 
un  bel  lavoro  di  questo  artefice.  Mio  padre  il  giorno  sei 
luglio  1819  vide  con  infinito  piacere  nella  raccolta  del 
nostro  concittadino  Gaetano  Susani,  di  quadri  dei  più  ec- 
cellenti pittori  mantovani,  che  già  ascendeva  a  più  di  tre- 
cento, una  bellissima  tavola  che  ha  della  prima  maniera 
del  Mantegna,  nella  quale  il  nostro  Spagnoli  dipinse  la 
morte  del  Padre  Bartolomeo  de'  Fanti  Carmelitano  pur 
esso,  a  cui  un  Angelo  sostiene  il  capo,  mentre  un  altro 
che  gli  sta  dinanzi  ne  riceve  Y  anima  fra  le  mani  portan- 
dosela in  cielo.  La  stanza  poi,  ove  muore  questo  servo 
del  Signore,  è  in  ogni  canto  sparsa  di  graziosi  angioletti 
tutti  festivi.  Stanno  a'  piedi  di  Bartolomeo  altri  quattro 
carmelitani  vestiti  del  costume  di  quel  tempo,  con  man- 
tello bianco  sopra  la  veste  da  carmelita  con  cappuccio  in 
testa;  due  di  questi  in  atto  di  venerazione,  portano  cia- 
scuno una  torcia  accesa.  Il  tutto  vi  è  pieno  di  veritiera 
espressione  e  di  vivace  invenzione. 

Il  genio  di  Battista  non  si  volse  soltanto  alla  pittura,  ma 
coltivò  le  scienze,  e  le  belle  lettere  in  modo  da  acquistarsi 
grande  rinomanza.  Imperocché  fece  varii  poemi  in  istile 
eroico,  molte  egloghe  ed  altre  poesie,  la  maggior  parte  sa- 
cre. Quantunque  egli  protesti  nelle  sue  opere  -di  essere 


i4o  SP 

più  sollecito  del  senso  che  dell'  eleganza,  egli  è  però  ce- 
lebre assai  5  e  da  moltissimi  encomiato.  Un  suo  fratello 
per  nome  Tolomeo  ne  fece  Y  apologia.  Fu  amico  del  Pico 
della  Mirandola  ^  e  di  altri  dotti  a'  quali  indirizzò  molte 
sue  poesie.  Fu  tanta  la  stima  da  lui  guadagnata  presso 
tutto  il  suo  ordine  che  ne  fu  creato  generale ,  e  solevano 
chiamarlo  il  Termassimo.  11  marchese  Francesco  II  Gon- 
zaga r  onorava  grandemente ,  e  lo  teneva  per  quel  grande 
che  era,  ed  alla  sua  morte,  che  avvenne  del  i5i6  nella 
sua  età  d'anni  67,  vi  fece  di  splendidissimi  funerali,  eri- 
gendovi una  statua  coronata  d' alloro.  Nella  chiesa  del  suo 
ordine  si  leggeva  quest'  epitaffio: 

R.  P.  MAGISTER  .  JO.  BABT.  MANTUANUS 
CARMELITA  .  THEOLOGUS 
PHILOSOPHUS  .  POETA  .  ORATOR  .  CLARISSIMUS  .  LATINAE 
GREGAE  .  ET  .  HEBPxAlCAE 
LINGUAE  .  PERITISSIMUS 

La  vita  di  quest'uomo  fu  vita  di  cattolica  perfezione, 
in  modo  che  pur  oggi  lo  si  ha  per  venerabile  da  tutti  i 
fedeli  di  nostra  chiesa,  perocché  il  suo  corpo  incorrotto, 
segno  di  quello  spirito  incorruttibile  che  lo  informava,  si 
espone  alcune  volte  a'  credenti  nella  cappella  di  S.  Gio. 
Buono  della  nostra  cattedrale  acciò  sia  loro  di  esempio  e  di 
incoraggiamento  all'amore  della  cristiana  virtù. 

Donesmondi,  Volta,  Giovio  ed  il  Tiraboschi  nelle  loro 
storie  ne  parlano  con  profonda  stima.  Il  Giovio  non  è  poi 
d' accordo  cogli  altri  storici  sull'  età  in  cui  morì  il  nostro 
Spagnuoli,  asserendo  che  aveva  in  quel  punto  anni  80; 
ma  di  ciò  non  dà  alcuna  prova. 


SP  14, 

1 1 2.  Sperandio  mantovano.  Cesellatore  e  coniatore 
di  medaglie,  —  Questo  Sperandio  fu  famoso  cesellatore 
e  coniatore  di  medaglie  al  tempo  del  Mantegna,  e  scolpì 
una  quantità  grande  di  medaglie  degli  uomini  illustri  del 
suo  secolo  che  portano  quest'  inscrizione  ^?  Opus  Speran- 
dei  Mantuani  . 

?9  Fra  queste  rara  e  bella  quella  è  di  Camilla  d'Ara- 
gona, moglie  di  Costanzo  Sforza  signore  di  Pesaro.  Que- 
sta medaglia  ha  la  seguente  inscrizione  del  dritto  ^5  Ca- 
milla Sforza  de  Aragonia  Matronarum  pudicissima  Pisauri 
Domina.  Nel  rovescio  evvi  una  donna  con  freccia  nella 
destra  ed  un  serpente  avviticchiato  al  sinistro  braccio  con 
un  cane  giacente;  attorno  questa  leggenda  ^5  Sic  itur  ad 
astra  ed  a  basso  ^9  Opus  Sperandei  ^5.  Pare  che  questa 
medaglia  sia  stata  coniata  dopo  il  i4835  in  cui  morì  Co- 
stanzo, o  entro  il  1489  nel  quale  Camilla  era  ancora 
signora  di  Pesaro,  poiché  in  quest' epoca  rinunciò  il  prin- 
cipato a  Giovanni  Sforza,  che  primo  aveva  associato  nel 
dominio.  Ne  dopo  tale  rinuncia  e  le  successive  ratifiche 
fatte  il  23  aprile  ed  il  7  maggio  1490,  ebbe  più  parte  ne- 
gli affari  dello  stato  che  anzi  fu  da  lei  del  tutto  abbando- 
nato ,  ritirandosi  in  Torricella  del  Parmigiano ,  paese  a  lei 
ceduto  in  conto  di  sue  doti  da  Giovanni,  con  istromento 
dei  18  novembre  1489. 

Di  questa  medaglia  fa  menzione  l'Olivieri  nella  de- 
scrizione sulle  monete  di  Pesaro.  Si  trova  anche  un'altra 
bella  medaglia  del  cardinale  Francesco  Gonzaga  che  ha 
la  surriferita  leggenda  del  Sperandio.  Fa  maraviglia,  come 
di  quest'  uomo  singolare  l' Orlandi  non  parli  nel  suo 
catalogo  degli  intagliatori  in  rame  ed  in  legno.  Il  Tira- 
boschi  nella  sua  storia  ne  dà  però  un  cenno  di  lode ,  e 
lo  mette  a  pari  coi  famosi  Francesco  Francia  bolognese  ? 


i42  sp 

Matteo  Pasti  veronese  e  Vittore  pisano.  Se  dedurre  voles- 
simo a  quale  scuola  appartenesse  quest'  artista  dall'  osser- 
vare lo  stile  suo  e  dall'  epoca  di  sua  vita,  lo  dovremmo 
credere  discepolo  di  Andrea  Mantegna. 

11 3.  Speroni  Stefano.  Pittore.  —  Questi  è  un  ascen- 
dente della  famiglia  Speroni  mantovana,  la  quale  oggi  onora 
la  patria,  avendoci  prodotto  l'avv.  Giuseppe  Speroni  che 
per  scienza  ed  integerrima  virtù  salì  a  Presidente  del  Tri- 
bunale di  prima  istanza  nella  città  di  Lodi.  Nacque  Ste- 
fano nel  i5o2  e  fece  i  suoi  studii  di  disegno  e  di  pittura 
nella  scuola  di  Giulio  Romano.  Si  sa  che  lavorò  con  Giu- 
lio medesimo  al  T  ed  altrove,  ma  non  è  rimasta  memo- 
ria in  quali  opere  il  facesse.  Ne'  nostri  libri  necrologici 
segnata  è  T  epoca  di  morte  di  questo  pittore  di  questo 
modo  —  Maestro  Stevano  de  Speron  dipintor  morto  6 
novembre  i562  di  anni  60. 

114.  Strada  jacobo.  Disegnatore  di  medaglie  e  ri- 
trattista,  —  Si  conosce  questo  Strada  per  essere  riuscito 
perfettamente  nel  disegno,  ed  amante,  com'era,  delle  an- 
tichità raccolse  un  bel  museo  di  medaglie  antiche  ch'egli 
poscia  con  gran  diligenza  disegnò.  Un  figHo  di  questo,  al 
dire  dell'abate  Tiraboschi,  dopo  la  morte  del  padre,  che  fu 
il  6  settembre  i588,  presentò  un  libro  di  lui  al  duca  Al- 
fonso II  d'Este,  nel  quale  erano  i  disegni  di  molte  me- 
daglie, e  pel  quale  ebbe  in  dono  da  quel  principe  5o 
scudi.  Si  ha  di  questo  figlio  una  lettera  in  data  26  set- 
tembre i588  scritta  da  Praga  in  ringraziamento  a  quel 
principe  per  lo  indicato  dono,  colla  quale  gli  dà  notizia 
della  morte  del  padre,  chiamandolo  antiquario  dell'  im- 
peratore; ed  offre  al  principe  stesso  la  seconda  parte  del 
primo  libro  nel  quale  oltre  le  medaglie,  erano  eziandio 
5oo  imprese  di  principi  illustri.  Lo  informava  poi  che  fra 


TR  143 

le  altre  opere  eseguite  dal  padre,  eravi  quella  di  una  se- 
rie degli  imperatori  romani  sino  a  Rodolfo  colla  vita  di 
ciascuno  e  de'  loro  figli,  e  colle  medaglie  loro  da  lui  pure 
disegnate.  Soggiugne  inoltre  che  possedeva  un' altr' opera 
dello  stesso  suo  padre,  in  cui  era  l'albero  genealogico  della 
casa  d'  Austria  colle  armi  di  ciascun  principe  ,  de'  quali 
dice  che  insieme  alle  principesse  di  questa  famiglia  dise- 
gnato ne  aveva  i  ritratti ,  e  narravagli  che  quest'  opera  era 
stata  finita  due  mesi  innanzi  che  cessasse  di  vivere,  per 
il  che  da  ninno  era  conosciuta,  ma  che  era  disposto  di 
presentarne  il  lodato  duca  Alfonso.  Dalla  sottoscrizione  di 
detta  lettera  si  ha  che  questo  figlio  dello  Strada  aveva 
nome  Ottavio  ed  era  gentiluomo  della  corte  cesarea.  Que- 
sta lettera  è  oggidì  conservata  nell'archivio  ducale  di  Mo- 
dena, ed  è  un  monumento  che  fa  testimonianza  della  mu- 
nificenza e  della  protezione  che  gli  Estensi  accordavano 
alle  lettere  ed  alle  arti. 

L'abate  Bettinelli  nelle  annotazioni  de'  suoi  discorsi 
dichiara  lo  Strada  uno  de' primi  illustratori  delle  meda- 
glie e  lo  difende  con  ragione  dalla  severa  critica  delBan- 
dori  nella  sua  biblioteca  numaria  ,  ma  egli  lo  riguarda 
soltanto  come  letterato,  sebbene  meriti  anche  di  essere 
conosciuto  come  artista. 

I  i5.  Tradate  (giacobino  de).  Scultore.  —  Tradate 
fu  un  illustre  mantovano  che  visse  nel  secolo  XVI,  e  ne 
fu  uno  de'piìi  belli  ingegni.  Professò  la  scultura  in  tanta 
eccellenza  che  nello  scolpire  di  naturale  in  marmo  i  volti 
delle  persone  lo  si  disse  pari  a  Prassitele.  Di  tale  sua 
virtù  esisteva  la  pubblica  testimonianza  innanzi  al- 
l'abolizione e  distruzione  del  Chiostro  di  S.  Agnese  di 
questa  nostra  città,  ov'era  una  colonna  di  marmo  sulla 
quale  stava  scolpita  la  seguente  inscrizione: 


i44 


TI 


D.       O.  M. 

JACOBINO  .  DE  .  TRADATE  .  PATRI  .  SUAVIS  . 
QUI  .  TAMQUAMl  .  PRAXITELES  .  VIVOS  .  IN  .  MARMORE 
FINGEBAT  .  VULTUS  . 

Samuel.  Observaktis.  V.  F. 

Qual  altro  maggior  elogio  si  potesse  fare  ad  uno  scul- 
tore io  noi  saprei,  ma  per  isventura  delle  arti  non  è  ri- 
masto di  lui  lavoro  alcuno ,  e  non  sarà  opera  vana  che 
qualche  amatore  della  patria  gloria  si  ponga  all'  impresa 
di  svolgere  le  tante  antiche  memorie  lasciateci  dai  prin- 
cipi Gonzaga  nel  loro  archivio,  affinchè  non  vada  inono- 
rato il  nome  di  sì  grand'uomo,  e  non  si  defraudi  la  storia 
di  questa  nuova  luce. 

11 6.  TivANi  GIUSEPPE.  Intagliatore  in  legno  e  Scul- 
tore, —  Dopo  la  decadenza  della  gloria  pittorica  man- 
tovana sotto  i  generosissimi  Gonzaga,  Tivani  fu  uno  dei 
primi  coltivatori  delle  belle  arti  circa  il  1752.  Studiò  in 
patria  l'intaglio  sul  legno ,  ma  andato  a  Roma  si  perfe- 
zionò in  quest'arte,  ò  si  coltivò  inoltre  nello  scolpire  di 
marmo  in  guisa  d'averne  felice  successo.  Ritornato  in  pa- 
tria fu  scelto  ad  essere  tra  i  maestri  del  nascente  istituto 
accademico,  e  vi  si  adoperò  con  zelo  e  bravura.  Le  statue 
di  marmo  della  facciata  del  nostro  duomo,  e  gli  angeli 
della  cappella  dell'Angelo  Custode  nel  medesimo  tempio, 
alla  parte  dell'organo,  sono  diligenti  suoi  lavori.  Morì  in 
patria  sul  finire  del  secolo  XVIII. 

117.  Troncavini  GASPARE.  hitagUatore  in  legno  e 
Scultore,  —  Fiorì  quest'  artista  al  tempo  dell'  indicato 
Tivani  ed  ancor  egli  ne' primi  suoi  lavori  attese  ad  iuta- 


VA  145 

gliare  in  legno.  Più  tardi  però  volse  l'animo  alla  scul- 
tura, e  si  acquistò  tanto  nome  che  del  1753  fu  annove- 
rato tra'  maestri  accademici ,  e  siccome  lo  si  conosceva 
d'animo  integerrimo.  Io  si  creò  provveditore  dell'accade- 
mia delle  belle  arti  a  cui  seppe  e  per  sicuro  giudizio,  e 
fermo  volere  e  per  grande  moralità  procurare  di  grandi 
vantaggi. 

Nella  chiesa  di  Ognissanti  vi  è  di  suo  scalpello  la  sta- 
tua che  raffigura  S.  Rocco,  ed  è  lavoro  di  buon  disegno, 
e  di  molta  intelligenza  d' arte.  Nelle  profanate  chiese  della 
Trinità  e  di  S.  Francesco  vi  erano  due  Angeli  grandi  al 
naturale  ed  un  Cristo  lavorati  assai  bene.  Visse  lunga- 
mente terminando  i  suoi  giorni  mortali  sul  finire  del  se- 
colo XVIIL 

1 18.  Tartagnini  FRANCESCO.  Pittore,  —  I  fratelli  Bot- 
tani  cremonesi  furono  i  maestri  di  disegno  e  di  pittura 
di  Tartagnini  Francesco,  ed  il  celebre  Giovanni  Bellavite 
veronese  professore  nella  nostra  accademia  lo  diresse  nel- 
r ornato.  In  quest'ultimo  genere  riusci  di  buon  gusto,  e 
si  veggono  in  Mantova  varii  appartamenti  dipinti  da  lui 
alla  foggia  Raffaellesca,  e  specialmente  gli  fecero  onore 
non  poco  i  tre  appartamenti  di  questo  stile  lavorati  nel 
grande  albergo ,  che  ora  si  è  mutato  in  Tribunale  di  pri- 
ma istanza.  Morì  il  Tartagnini  sul  principiare  di  questo 
secolo. 

1 19.  Valenti  Andrea.  Pittore,  —  Valenti  fu  creato 
di  Mantegna  Andrea,  e  ci  fanno  fede  i  mandati  di  paga- 
menti delle  opere  da  lui  eseguite  per  ordine  di  Fran- 
cesco II,  Marchese  IV,  che  desso  era  eccellente  pittore. 
Non  è  qui  da  ripetere  ciò  che  più  volte  dicemmo  che  a 
persuadersi  ed  a  giudicare  della  virtù  di  un  artefice  basti 
sapere  che  vivevano  sotto  la  protezione  di  que'  dotti  me- 


i46  VE 

cenati  dei  Gonzaga ,  che  con  tanta  finezza  d' ingegno  tro- 
vavano il  merito  dov'  era,  cosicché  erano  sprone  grandis- 
simo agli  uomini  di  buona  volontà,  che  in  fatti  a' loro 
tempi  furono  assaissimi.  Ne  è  a  dire  come  molti  di  questi 
pittori  scolari  del  Mantegna  andassero  in  dimenticanza  , 
perocché,  operando  essi  sotto  di  sì  illustre  maestro,  a  lui 
solamente,  com'è  solito,  era  attribuita  la  lode,  mentr'essi 
a  guise  di  stelle  che  rimangono  offuscate,  quando  il  sole 
è  sull'orizzonte,  restavano  ignoti  a  danno  della  storia  pa- 
tria delle  belle  arti. 

1 20.  Venusti  Marcello.  Pittore.  —  Costui  da  giov  i- 
netto  andò  a  Firenze  per  acconciarsi  con  Pierino  del  Vaga, 
il  quale  conosciuto  che  l'ebbe  di  grande  abilità,  lo  ac- 
colse tra' suoi  scolari,  e  ne  riuscì  uno  de' migliori.  Operò 
molti  anni  sotto  di  lui  cose  che  gli  diedero  gran  nome;  e 
in  particolare  dipinse  nella  chiesa  di  S.  Spirito  di  Firenze 
la  tavola,  e  tutta  la  cappella  di  S.  Gio.  evangelista,  col 
ritratto  di  un  commendatore  di  detta  Chiesa  che  la  murò, 
ed  eressevi  la  detta  cappella;  il  qual  ritratto  è  molto  si- 
mile ,  e  la  tavola  bellissima.  Onde  veduta  la  bella  ma- 
niera di  lui,  un  frate  del  piombo  gli  fece  dipingere  a  fre- 
sco nella  Pace  sopra  la  porta  che  di  Chiesa  entra  in  Con- 
vento, un  Gesii  Cristo  fanciullo  che  nel  tempio  disputa 
con  i  dottori  che  è  opera  di  grandissimo  effetto.  Appresso 
francatosi  Marcello  dal  Pierino  acquistò  l'amicizia  di  quel- 
r  universale  pittore  del  Bonarotti,  il  quale  lo  amò  e  di- 
stinse assai,  dandogli  a  colorire  di  molti  suoi  disegni  pei 
quali  oltre  le  opere  sue  venne  in  gran  rinomanza.  Aveva 
grande  facilità  ed  arte  somma  di  vestire  i  terribili  con- 
cetti di  Michelagnolo ,  informandoli  co'  suoi  pensieri,  che 
per  lo  più  riduceva  in  piccole  pitture ,  in  cui  vedevasi 
l'emulo  anzi  che  l'imitatore.  Era  tanta  la  voglia  del  la- 


VE  ,47 

vorare  di  Venusti  che  eli  queste  cose  piccole  ne  fece  un'in- 
finità; ma  quella  che  e  rara  e  condotta  ottimamente  si  è 
il  Giudizio  di  Michelagnolo  copiato  pel  cardinale  Far- 
nese.  nella  qual  opera,  benché  le  figure  sieno  minori  di 
un  palmo ,  vi  ha  conservato  tutto  il  terribile  e  grande  ca- 
rattere originale.  Quest'  opera  mantiene  pur  oggi  tutta  la 
sua  prima  h^eschezza  ed  è  tenuta  com'è,  per  un  vero  te- 
soro dal  Re  di  Napoli. 

Se  quest'  artista  non  avesse  altra  opera  la  basterebbe 
per  immortalarlo.  Io  non  so  poi  con  quale  ragionevo- 
lezza l'annotatore  al  Vasari  (Ed.  di  Venezia  1829,  tip. 
Antonelli)  dopo  tre  secoli  supponga  che  la  eccellenza  di 
questo  quadro  venga  da  qualche  pennellata  che  come 
amico  (T.  XI V,  p.  ^Zo)  facilmente  vi  avrà  data  lo  stesso 
Michelagnolo  (T.  X,  p.  5o5);  ed  anzi  in  altro  luogo  di- 
menticatosi di  ciò  ardisce  aggiugnere  che  «  si  crede  con 
fondamento  interamente  finito  ed  eccellentemente  dise- 
gnato dal  Bonarotti.  »  Possibile  che  il  Vasari,  tutt'  occhi 
per  trovar  da  scemare  la  gloria  de'  Lombardi,  si  abbia 
taciuta  questa  particolarità  a  favore  del  suo  amico  con- 
temporaneo qual  era  Michelagnolo  !  Io  noi  posso  credere, 
tanto  pili  che  qua  e  là  in  varie  vite  accennando  Vasari 
alle  opere  del  nostro  Marcello  non  lascia  di  far  riflettere, 
quand'  erano  imitate  e  colorite  con  disegni  di  quel  grande; 
anzi  nessuno ,  parmi ,  il  crederà ,  ponendo  mente  che  pro- 
prio, ove  l'autore  fiorentino  parla  del  Giudizio  di  Mar- 
cello, dice  ('C  in  una  sua  opera  ha  fatta  tutta  la  facciata 
del  Giudizio  (T.  XV,  p.  190)  ..  .  e  nel  vero  per  cose 
piccole  di  pitture  non  si  può  far  meglio.  E  nuli' altro 
sopra  ciò  soggiugne.  Chi  vuol  essere  storico,  e  storico 
da  portar  utile  alla  società,  deve  abbandonar  i  supposti, 
e  starsene  disinteressatamente  ai  fatti.  Ma  fosse  questo  il 


i48  VE 

peccato  di  chi  solamente  scrive  storie  dì  pitture,  che  pur 
troppo  lo  è  anche  di  quelli  che  descrivono  gli  avveni- 
menti della  nostra  società. 

Tornando  alle  opere  di  Venusti ,  sappiamo  che  dipinse 
per  il  Cardinal  di  Cesis  con  disegno  di  Michelagnolo,  la 
tavola  dov'è  la  Vergine  Annunciata  dall'Angelo:  come 
parimenti  colorì  un'altra  Nunciata  che  fu  posta  allora 
nella  chiesa  di  S.  Gio.  Laterano,  e  che  oggi  è  in  sagre- 
stia. L'  una  e  l' altra  di  queste  Nunziate  sono  opere  che 
gì'  intelligenti  guardano  tuttavia  come  stupende.  Il 
Limbo  in  casa  Colonna  ;  l'andata  di  Gesù  Cristo  al  cal- 
vario in  casa  Borghesi  sono  celebri  dipinti  che  fece  su  i 
disegni  del  Buonarotti.  Chi  bramasse  conoscere  punto 
per  punto  molte  altre  opere  di  questo  valente  non  ha 
che  leggere  il  Baglioni  che  ne  tratta  estesamente.  Basterà 
per  noi  quello  di  che  l' Orlandi  ci  assicura;  cioè  dire 
che  v'ha  di  poche  chiese  in  Roma  senza  qualche  lavoro 
di  questo  pittore,  perchè  era  uomo  esatto  nel  disegno  , 
maestoso  nel  componimento,  diligente  nel  finire,  vago 
nel  colorito,  e  facile  nel  prestare  l'opera  sua,  cosicché  di 
ritratti  ne  ha  fatti  infiniti,  e  ve  ne  sono  alcuni  di  Papa 
Paolo  III  belli  e  simili  affatto.  Non  v'ha  galleria  di  Spa- 
gna che  non  sia  ricca  de'  suoi  quadri  e  ritratti. 

Tutte  le  opere  sue  poi  hanno  una  grazia  singolarissima, 
cosicché  molti  lo  chiamano  il  Raffaello  da  Mantova,  e  non 
vi  fu  quasi  intagliatore  a  cui  non  piacessero  tanto  da 
farne  moltissime  stampe.  Morì  il  Venusti  nel  Pontificato 
di  Gregorio  XIII  che  è  quanto  dire  innanzi  Tanno  i585 
in  cui  cessò  di  vivere  quel  Pontefice. 

Ebbe  Venusti  un  figlio  che  fu  tenuto  al  sacro  fonte 
battesimale  dal  Bonarotti  medesimo  che  volle  dargli  il  suo 
nome.  Apprese  questi  pure  i  principii  del  disegno  dal  suo 


ZA  149 

padrino ,  ma  non  coltivò  più  oltre  la  pittura,  come  avrebbe 
potuto,  sendo  di  grande  vivacità  d'ingegno.  Soffrì  molte 
vicende,  superate  le  quali  visse  virtuosamente  in  Roma , 
inseminando  a  molti  le  matematiche,  e  l'arte  di  fare  le  for- 
tificazioni  militari.  11  Baglioni  discorre  a  lungo  anche  sopra 
la  vita  di  questo. 

121.  Zanatti  romoaldo.  Disegnatore  di  Figura  e  d^Or" 
nato,  —  Ebbe  questi  i  suoi  natali  in  Mantova  il  22  Set- 
tembre 1787  dal  Conte  Sigismondo  e  dalla  Contessa  Mad- 
dalena Boari  ferrarese,  ambedue  di  nobilissima  ed  antichis- 
sima famiglia.  Da'  suoi  primi  anni  Romoaldo  dimostrò  un 
naturale  trasporto  a  tutto  ciò  che  era  di  belle  arti.  Cre- 
sciuto in  età  e  in  ragionevolezza  coltivò  questa  dilettevole 
disposizione,  perchè  intendeva  che  il  titolo  di  nobiltà  e 
le  ricchezze  senza  la  pura  grandezza  della  virtù  è  vitupe- 
revole cosa,  è  un  disonore  dell'umanità.  Quindi  si  mise 
sotto  la  disciplina  di  Felice  Campi  da  cui  apprese  e  i  pre- 
cetti dell'arte,  e  la  facilità  nel  disegnare  di  figura  e  d'ornato. 
Penetrante  com'  era  d' ingegno ,  cercò  le  vie  più  secreta 
dell'arte,  cosicché  non  v'era  peregrina  cognizione  pittorica 
di  cui  non  andasse  fornito.  E  siccome  era  pure  ani- 
mato d'amor  di  patria,  pensò  che  tornasse  grande  utilità 
in  comunicando  a' suoi  concittadini  il  frutto  de'suoi  stu- 
dii,  e  così  chiamò  attorno  a  se  altri  costumati  giovani 
desiderosi  al  par  di  lui  di  sollevare  di  terra  lo  spirito,  in- 
stituendo  in  propria  casa  una  privata  accademia,  che  dap- 
poi per  sollecitudine  sua  fu  sotto  gli  auspicii  dell'I.  R.  Go- 
verno, nutrendo  pertanto  sempre  in  cuore  viva  la  speranza 
di  risorgimento  per  l'accademia  nostra  Teresiana  rimasta 
affatto  inattiva  per  le  dolorose  e  crudeli  violenze  e  tri- 
bolazioni della  passata  guerra. 

Le  adunanze  pittoriche  del  Conte  Zanatti  ebbero  pria- 


cipio  sulla  fine  deiraimo  1816,  e  proseguirono  per  tutto 
Tanno  dopo.  Ad  esse  intervenivano  maestri  dell'  arte  e 
giovani  studiosi  e  particolarmente  gli  allievi  del  pittore 
Campi  che  non  erano  pochi ,  essendo  questo ,  come  ve- 
demmo^ parlando  di  lui,  professore  di  disegno  nelF  1.  R. 
Liceo  5  e  direttore  gratuito  della  R.  Accademia  inattiva 
come  si  disse,  ma  non  estinta.  Sapendo  il  Zanatti,  come 
la  sfera  delle  umane  cognizioni  prendano  tuttavia  ingran- 
dimento dalle  vicendevoli  corrispondenze  sociali,  non  tra- 
scurò egli  neppur  codesto  mezzo,  poiché  si  stava  in  rela- 
zione di  tutto  che  pubblica  vasi  intorno  alle  belle  arti,  e 
ne  faceva  de'  sunti ,  apponendovi  opportune  e  giudiziose 
osservazioni,  leggendo  poi  il  tutto  in  comune  ai  socii  at- 
tuali ed  onorarli  che  pure  v'intervenivano  con  geniale  ar- 
monia. Innanzi  o  dopo  cotali  discorsi  si  esponevano  i  di- 
segni de' migliori  studenti,  e  ciascuno  dava  il  proprio 
giudizio  il  quale  veniva  esteso  da  uno  di  questi  a  cui  ve- 
niva dato  il  titolo  di  segretario.  Così  tendevano  essi  a 
migliorare  le  loro  produzioni  ed  a  crearsi  la  dolce  illusione 
di  far  vivere  in  codeste  adunanze  il  perduto  lustro  del- 
l'accademia. 

Anche  nella  colta  e  gentile  Milano,  quantunque  non 
priva  de'  vantaggi  della  sua  splendida  ed  illustre  accade- 
mia, ricca  di  rinomati  professori,  erasi  formata  non  per- 
tanto una  simile  adunanza  di  cui  certo  non  ultimo  orna- 
mento erano  i  due  figli  del  fu  Conte  nostro  Francesco 
d'Arco,  che  allora  stava  in  quella  capitale  quale  deputato 
della  provincia  mantovana.  Saputosi  dal  Zanatta  questa 
nuova  fonte  di  cognizioni  non  tardò  guari  di  porsi  in  ac- 
cademica corrispondenza  con  que' dotti  che  la  compone- 
vano, ed  a  vicenda  periodicamente  ne  riceveva  ed  invia- 
vane  e  disegni  ed  osservazioni  a  vie  meglio  avanzarsi  nella 
possibile  perfezione. 


ZÀ  i5i 

Ognuno  s'imagini,  se  durata  si  fosse  tale  letteraria  in- 
stituzione,  come  ne  sarebbe  venuto  a  Mantova  tutto  quel 
bene  che  non  manca  di  scaturire  mai  dal  puro  zelo  d'amor 
patrio.  Ma  noi  fummo  sventurati,  e  la  privata  sventura 
d'inconsolabili  genitori,  e  di  un'avvenente  e  virtuosa  no- 
vella sposa  fu  duolo  di  patria.  Egli  era  unico  di  sua  fa- 
miglia e  adorno  di  quelle  virtù  che  onorano  il  vero  cit- 
tadino, cosicché  fu  amara  e  comune  l'irreparabile  perdita. 
Il  2  1  di  Novembre  del  1818,  dopo  lunga  e  penosa  ma- 
lattia, di  anni  3 1  spirò  nel  bacio  del  Signore.  Abbiti  ani- 
ma veramente  nobile  il  migliore  de'monumenti,  il  sospiro 
della  patria! 

L.  A.  D. 


ANNOTAZIONI 

E 

DOCUMENTI 


/ 


(1)  REPUBBLICA  ITALIANA 

N.*>  3715 
Sez.  ili.'» 

Mantova  28  Agosto  i8o4  Anno  111° 

tt  amministrazione  Municipale 
Al  di  Lei  Segretario  Cittadino  Pasquale  Coddè. 

Oltre  modo  convinta  l'amministrazione  municipale  dell'esi- 
mio  vostro  iaipei^no,  assiduità  e  bravura  in  procurarle  tanti 
documenti  comprovanti  il  credito  che  questa  Comune  protesse 
suir  asse  ex  Gesuitico  assegnato  alla  pubblica  istruzione  di 
Mantova,  vi  fa  palese  il  proprio  aggradmicnto  e  si  augura  che 
vma  sx  lunga  fatica  meriti  il  risorgimento  di  cosi  sacro  sta- 
bilimento di  cui  voi  sarete  in  ogni  ten)po  riconosciuto  bene- 
merito protettore. 

Riscontrando  cosi  la  gradita  vostra  memoria  22  corrente  si 
dà  il  conlento  di  salutarvi  distintamente. 

Piuma 

A.  COCCONCELLI 

Sottos.  L.  Tassoni  pro-Seg.® 

(2)  REPUBBLICA  ITALIANA 

Sez.  111.* 

Mantova  i  Ottobre  i8o4  Anno  III.^ 

V  amministrazione  Municipale 

^1  di  Lei  Seg.''  Cittadino  Pasquale  Coddè 
Individuo  della  Commissione  di  pubblica  istruzione. 

Dalla  gradita  vostra  memoria  29  spirato  Settembre  che  ac- 
compagQa  tanti  e  sì  importanti  documenti  comprovanti  il  diritto 


l56  ANINOTAZIONI  E  DOCUMENTI 

di  ricupera  dei  molti  fondi  costituenti  Tasse  ed  il  patrimonio 
della  pubblica  istruzione  abbiamo  avuto  motivo  di  conoscere 
la  laboriosa  opera  vostra,  e  di  riflettere  insieme  che  il  felice 
andamento  che  potria  venirne  al  ben  essere  di  così  sacro  sta- 
bilimento, procederà  appunto  dallo  zelo  indefesso  col  quale 
avete  agito  in  una  causa  tanto  interessante ,  non  possiamo 
pertanto  prescindere  di  manifestarvi,  come  facciamo,  la  somma 
nostra  soddisfazione  e  riconoscenza  scrivendo  ne'  nostri  atti 
quest'  attestato  a  perpetua  ricordanza  della  particolare  patri- 
beneficenza  in  quest'  incontro  da  voi  meritata. 

Aggradite  pure  la  protesta  della  distinta  nostra  stima^ 

G,  Marangoni  Presidente 
D.  F.  Tassoni  Ammin,® 

L.  Tassoni  pro-Seg.^ 

(3)         //  Presidente  dclV A inministr azione  Municipale 

Al  suo  Seg.°  Sig/  Pasquale  Coddè 

Mantova  26  Dicembre  i8o5. 

È  stata  più  che  mai  commendevole,  o  Sig/  Segretario,  la 
condotta  che  avete  osservato  nell'esercizio  della  vostra  carica 
a  servizio  del  pubblico. 

Voi  nulla  avete  lasciato  desiderare  in  lumi  ed  in  probità, 
che  nello  stabilirvi  una  brillante  riputazione,  vi  hanno  così 
giustamente  meritata  la  stima  de'  vostri  concittadini. 

L'  amministrazione  municipale  deve  con  riconoscenza  con- 
fessare che  la  vostra  opera  è  stata  veramente  di  sollievo  ad 
ogni  individuo,  segi« alatamente  in  questi  tempi  di  guerra,  nei 
quali  il  vostro  zelo  è  stato  animato  in  ragione  delle  angustie 
ed  in  ragione  della  folla  immensa  dei  difficili  affari  che  hanno 
tuttavia  avuto  una  celere  marcia,  la  mercè  ancora  della  vostra 
attività  e  delle  vostre  utilissime  cognizioni. 

Quest'amministrazione  al  momento  di  dar  la  mano  ad  altro 
corpo  d'individui  che  a  lei  succede  per  nuovo  ordine  di  cose, 
vorrebbe  avere  i  mezzi,  onde  darvi  quel  compenso  che  di- 
stintamente meritate,  ma  non  potrà  altro  che  lasciarvi  un  at- 


ANNOTAZIONI  E  DOCUMENTI  1 57 

testato  di  sentimento  con  onorevole  appuntamento  del  21  spi- 
rante nel  quale  ha  incaricato  me  come  di  Lei  Presidente  a 
manifestarvi  V  alta  di  Lei  soddisfazione  per  le  cure  da  \oi 
prestate. 

Io  adempio  colla  maggior  compiacenza  a  quest'incarico,  e 
nel  lasciarvi  colla  presente  una  memoria  della  stima  e  del- 
l'animo grato  d'ogni  Individuo  Municipale  per  l'attaccamento 
che  avete  dimostrato  a  cadauno  di  essi ,  ed  insieme  al  pub- 
blico servigio,  io  vi  contesto  in  particolare  quegli  ancora  della 
mia  considerazione,  e  questo  tributo  di  Giustizia  vi  serva  di 
pegno  di  quel  più  ,  onde  vi  dovrà  essere  debitore  il  nuovo 
Podestà  unitamente  ai  suoi  Savii,  continuando  a  questi  il  be- 
neficio de'  vostri  lumi  e  del  vostro  lodevole  interessamento. 

Striggi  Presidente 
li.  Tassoni. 

(4)  Elenco  delle  opere  edite  ed  inedite  del 

Seg.^  Pasquaie  CoDtJÈ. 

j.  Dissertatio  de  imitate  visionis  1779. 

2.  Raccolta  di  inscrizioni  della  città  e  dei  paesi  di  Man- 
tova, incominciata  e  proseguita  dai  fratelli  Girolamo,  Pa- 
squale e  Luigi  Coddè,  per  andar  contro  alla  perdita  che 
far  poteva  la  storia  per  le  abolizioni  di  tante  Comunità  e 
Parrocchie  ecc.  1780. 

3.  Memoria  dell'Accademia  di  Mantova  per  Tanno  1791. 

4.  Abbozzo  di  una  memoria  sopra  l'educazione  de' fanciulli, 
i5  Agosto  1794- 

5.  Relazione  dello  stato  in  cui  sono  rimaste  le  belle  arti  ; 
l'agraria,  le  arti,  ed  i  mestieri  dal  Novembre  1795  al  1796. 

6.  Discorso  diretto  a  svegliare  il  genio  della  gioventù  ita- 
liana per  Jo  studio  delle  scienze  edarti,  i4  Ottobre  1797. 

7.  Dissertazione  scritta  per  animare  gli  artisti  ad  operare  nel- 
l'accademia dopo  la  guerra  del  1796. 

8.  R.iflessioni  sulla  memoria  del  cittadino  Giambattista  Sca- 
lara  intorno  alla  fermentazione  vinosa  ed  all'origine  del 
guasto  del  vino. 


l58  ilNjWTAZIONf  E  DOCUMENTI 

9.  Estratto  delle  memorie  lette  nelle  private  unioni  del  co- 
mitato agrario  deiraccademia  virgiliana  1798. 

10.  Estratto  degli  appuntamenti  presi  dal  comitato  d'  arti  e 
mestieri  nelT  anno  J798. 

1 1.  Notizie  sulla  natura,  qualità  ed  utilità  dell'accademia  delle 
belle  arti  e  de'suoi  comitati  di  agricoltura  e  di  arti  e  me- 
stieri ,  i4  Dicembre  1798, 

12.  Ragguaglio  delle  operazioni  deiraccademia  virgiliana  pre- 
sentato al  Commissario  straordinario  di  Governo  12  Apri- 
le 1799. 

13.  Discorso  letto  nella  pubblica  sezione  deiraccademia  scien- 
tifica, sulla  dissertazione  ed  operazioni  dei  socii  accademici 
del  1779,  ^7  Febbrajo  1799. 

14.  Prospetto  dello  stato  dell'accademia  virgiliana  presentato 
al  Commissario  straordinario  di  Governo  11  Aprile  1799. 

15.  Dissertazione  sul  genio  delle  belle  arti,  29  Giugno  1801,  1802, 

16.  Operazioni  dell'anno  accademico  29  Giugno  1802. 

17.  Discorso  per  l'apertura  della  classe  di  arti  e  mestieri  nel- 
r  anno  X  repubblicano. 

iS.Osservazioni  sulla  coltivazione  deibachida  seta, 22Marzo  1802. 

19.  Ricerche  a  vantaggio  della  pubblica  istruzione  su  tutte  le 
dotazioni  generali  e  particolari  1802. 

20.  Quadro  statistico  sullo  stato  amministrativo  del  manto- 
vano presentato  a  Napoleone  i8o5. 

21.  Piano  d'istruzioni  per  gli  anziani  della  Comune  di  Man- 
tova 21  Giugno  1807. 

22.  Memoria  della  società  d'  arti  e  mestieri  una  delle  classi 
dell'accademia  di  scienze  e  belle  lettere  ed  arti  di  Man- 
tova ecc.  Tipografia  nel  palazzo  dell'accademia  1809. 

23.  Spiegazione  delle  figure  della  gran  Tazza  d'Agata  orien- 
tale nel  real  museo  di  Napoli  stampata  del  1809. 

24.  Memoria  sulla  coltivazione  del  Cotone  a  color  di  camoscio 
.  letta  nella  sezione  tenutasi  dalla  classe  agraria  di  Man- 
tova il  2  Aprile  1798,  stampata  del  1809. 

25.  Lettera  sulla  primazia  del  Romano  sommo  Pontefice,  22  Set- 
tembre 181  f. 

26.  Serie  de* Principi  ,  Vescovi,  Prìmicerii  che  ebbero  dominio 
e  giurisdizione  in  Mantova  181 3. 


aN^ota^.ioivi  e  documEktì  1,79 
Vei-a  epoca  della  caduta  totale  dell'  Impero  Romano  > 
11'.  Aprile  181 3. 
*28.  Memoria  sopra  il  punto  storico  della  non  ancora  cono^ 
scinta  professione  del  cel.  letterato  Antonio  Tebaldeo  i8i5u 
Elogio  a  Bellavite  veronese  Professore  per  gli  ornali  nella 
V.  accademia  di  Mantova,  dedicato  al  nobile  Sig/  Conte 
Benassù  Montanari  di  \erona,  Mantova  fHsS. 

30.  Illustrazione  di  una  medaglia  etrusca  disotterrata  in  8U 
quel  di  Osti  gli  a. 

31.  Elenco  descrittivo  della  raccolta  di  medaglie  e  monete 
antiche  di  bronzo,  oro  j  argento  con  alcune  altre  rarità 
possedute  dall'autore. 

3?,.  Raccolta  di  Poesie  di  Pasquale  Coddè. 

33.  Rudimenti  di  lingua  italiana  ridotti  in  24  Lezioni. 

34.  Dissertazione  sopra  l'udito  de' pesci  e  la  trasmissione  del 
suono  neir  acqua. 

3  ).  Relazione  al  Cav.  Vincenzo  Monti  delPorigine  e  dello  slato 
passato  e  presente  deiraccademia  di  Mantova  coU'intento 
di  farla  risorgere. 

36.  Memorie  intorno  al  cel.  Andrea  Mantegna  ed  ai  suoi  figli, 
con  alcune  riflessioni  relative  ad  Antonio  Allegri  detto  il 
Correggio. 

37.  Introduzione  all'  arte  del,  pensare. 

38.  Memorie  dei  pittori ^  architetti  ed  incisori  mantovani  ed 
esteri  che  fiorirono  ed  operarono  in  Mantova  particoIar<»- 
mente  del  secolo  XV  al  principio  del  secolo  XIX,  prece* 
dute  da  osservazioni  sull'origine  delle. arti  del  disegno* 

(5)        Decreto  di  Francesco  III.  Gonzaga  Duca  IL 
per  Telezioue  di  Bertani  a  Prefetto  delle  fabbriche  ducali. 

Britannus  Joannes  Baptista  Givis  ManlTianws  pìertns 
Vif^arin»;  Curiae,  et  Fabricarum  die  XII  Mai  ij49* 

Duo  hac  aetate  in  arte  sua  celeberrimi  viri  ne  quidem  sa- 
tis  laudati  fuere  Mantuae,  quorum  alter  opti  me  picturam,  ar- 
chitecturamque  sciebat,  quemadmodum  passim  plnraejns  opei  a 
^estanlur:  ipse  erat  spectabilis  Julius  Pipus  Romaniis  ,  cuju"^ 


l6o  ANNOTAZIONI  E  DOCUMENTI 

faraa  immortalis  exìslit.  Hunc  per  multos  annos  Vicarium , 
Perfectumque  fabricarum  nostraium,  maxima  cum  ejus  laude 
gerenlem  ^  mors  nqbis  abstulit.  Altervero  Archilecturam , 
ejusque  rationes  omnes  apprime  edoctus  ea  in  arte  tantum 
valebat^  quantum  alius  quispiam,  appellabaturque  hic  Magister 
Babtista  De  Covo  Mantuanus,  qui  dicto  in  officio  merito  ipsi 
Romano  successit,  et  eo  insignitus  fuit  Magistratu,  dum  gravi 
corriperetur  morbo  ex  quo  non  multo  post  diem  suum  obiit, 
sicque  mors  ei  obstitìl,  unde  non  potuìt  opera  illa  aegregia  fa- 
cere  ,  sicuti  de  eo  erat  expectatio.  Spoliati  ergo  iis  duobus  • 
exìmìis  viris ,  aliquod  temporis  spatium  interposuimus  ex- 
pectantes  opportunitatem ,  et  ita  ubique  investigari  facien- 
tes  de  homine  aliqUo,  qui  esset  non  solus  excellens  Pictor, 
sed  summus  Architector,  statuariusque ,  et  non  infirmus ,  si 
fièri  posset.  Et  quod  aliunde  Nobis  dari  cogitabamu^  ,  ecce 
domi  habebamus  Mantuae  et  hac  in  urbe  nostra  natus  et  edu- 
catus  est  spectabilis  Joannes  Babtista  Britannus  civis  Noster  caris- 
sìmus  qui  per  multos  annos  Romae  et  alibi  in  artibus  iis  om- 
nibus versatus  est ,  eas  scit  perbene,  sed  ut  singulari  ingenio 
pollet,  ita  modestia  quoque  rara  est.  Nam  licet  tantis  virtù- 
tibus,  animique  doctibus  se  ornatum  cognosceret,  nolebat  ta- 
men  opera  sua  in  Incera  prodire ,  et  ita  de  eo  ignoratum 
fuit:  quo  evenit,  ut  ejus  eximia  virtus  sic  abdita  atque  re- 
condita usque  in  adventu  Serenissimi  Hispaniarum  Regis  in 
hanc  urbem  quasi  vsepulta  remanserit;  tunc  vero  manifesta  et 
magis  eluceat,  ac  refulgeat.  Nec  de  ipsius  scientia  ac  experien- 
tia  bis  in  rebus  dubitari  potest,  nec  alieni  in  hoc  praestanda 
fides,  cum  ea  quae  in  adventu  ipso  fecerit  perse  se  cumula- 
tissime  reddant  testimonium.  Nam  tunc  revera  demonstravit 
optime  artes  has  omnes  colere.  Erant  enim  opera  non  tan- 
tum summi  architecti  excellentisque  Pictoris,  sed  etiam  per- 
politi  Statuarii:  qua  in  re  hoc  et  admirandum  accidit,  ea  om- 
nia ita  brevi  temporis  spalìo  excogitata  ,  perfectaque  fuisse  , 
uti  facile  digiioscitur,  et  promptum  perspicacis  inventoris  in- 
genium  et  studium  et  solertia  perficientis. 

Ipsum  itaque  Joannem  Baplistam  Britannum  nacti  ,  cum 
nonnisi  recte  munus  hoc  demandari  possit,  potissimum  exem- 
plo  illustrissimi  et  Rev.mi  D.ui   Cardinahs  Mantuae  Patru 


ANNOTAZtOXI  E  DOCUMENTI  l6l 

nostri  observanJiinij  qui  illnm  praesse  volnit  Plano  Sancii  Pe- 
tri  Ecclesiae  Cathedralis  hnjus  urbis  noslrae  reedifìi  ando  opere 
sane  tantae  molis,  eligimus  in  Vicarium,  Prtfectumque  Cu- 
riae  et  Fabricarum  nostrarum  hujus  Urbis  Mantuae. 

(6)  Innumerabilibus  saeciilis  liaud  dubie  commemorandi  In- 
clitae  urbis  Mantuae  antiquissime  Presides,  qui  hoc  admiran- 
dum  Pristinorum  opus  in  commune  bonum  et  sempiternum 
decus,  constructo  Lacu,  pene  inestimabili  sumptu  fundarunt. 
Atque  immortalis  gloria  Vincentio  Gonzagae  IV  Mantuae,  et 
Montisferrati  II.  Duci  Serenissimo  singulari  magnitudine  ani- 
mi utique  debetur:  qui  pristina  haec argumentum  antiquae  ma- 
gnificentiae  jam  vetustate  collabentia  et  continuo  attritu  un- 
darum  corruentia  regificis  impensis  reparavit,  in  contemptum 
aedacium  temporum  et  aquarum  indignantium  ,  anno  asserti 
humani  generis  CI3DCI1X;  in  quo  Franciscus  Princeps  se- 
renissimus  ejusdem  Vincenlii  fìlius  excelsae  indolis  heros  et 
Margherita  Caroli  Emanuelis  Sabaudiae  Ducis  Serenissimi  ii- 
liarum  maxima  nuptias  felicissimi  caelituum  auspiciis  et  sum- 
mo  totius  Italiae  applausu  regiisque  apparatibus  celebrarunt. 

Angelus  hoc  init^  hoc  finit  Baptista  Joanives  Bertazzoli; 
alter  patruus  ^  iste  nepos, 

(7)       m  III. mo  domino  meo  sing.mo 
dno  :  Ludovico  marcìiioni 
Manine  M.  honor.mo 

1466  7.  Mag.*^  Fiorenza 

rn  Ill.mo  rnio  post  comendat.  A.  del  bolognino  da  mantova 
mi  pgha  assai  che  ^  la  lui  mesata  apsso  ala  ex  vtra  possa 
trare  di  Mantova  seme  ^  di  curdatura  la  qual  e  di  qualità 
che  non  fu  dampno  alchuno  ala  citta  vtra  perche  no  si  mette 
in  opa  qlla  che  lui  vuole  trare  come  dice  chiarma  essa  ex 
vtra  essendo  cossi  e  Antoio  essendo  bona  psona  e  molto  pun- 
tuale e  di  sua  qualità  psona  da  bn  e  ala  ex  vta  bono  pictor 
mi  par  si  possa  intercedere  ^  lui  et  ex  che  v.  si  lo  debba 
con  piacer  no  passando  co  dapno  di  qlla  cosi  la  pgho  assai  ^ 


162  ANrfeXAZfONl  E  DOCUMENTI 

amor  mio.  no.  mi  ocor  alt.**  salvo  istantemente  racomandar 
ala  pfata  ex  V.  la  finale  contlusione  rspettam.**  del  mio  A.  di 
cardinal  homo  da  tenrlo  psona  da  hn  e  bono  homo:  Fior, 
vi]  may  1466. 

^  y.  Jon  A. 

(8)  Mi  Lorenzo  Lionbruno  pictor  ho  facto  merchado  et  sonto 
rimasto  dacordo  comò  lo  III. tuo  S.  nostro  Zoe  a  depinzere  e 
dorare  doi  cameri  in  vòlta  nel  palazzo  novo  de  Santo  Seba- 
stiano del  che  fattose  daccordo  in  due  cento  setant.  dui  et 
questo  fu  a  di  29  Aprile  i5i2.  Duca.  172. 

Lorenzo  Costa  affermo  quanto  de  sopra. 

(9)  II  Thesor,  de  lo  Ill.mo  S.  notro  facia  pagare  a  M.trò 
Leonbruno  de*  Ducati  trenta  per  uno  quadro  per  lui  fatto 
largo  per  undese,  alto  per  otto  con  nove  muse,  che  chantino, 
Apollo  che  sona  corno  lo  Ill.mo  S.  ntro  ch'ascolta...  il  qual  qua- 
dro è  posto  in  la  camera  apresso  a  quella  del  Papa  al  Pa- 
lazzo de  S.  Sebastiano  fatta  de  commes.  di  M.  Lorenzo  Costa 
a  di  8  May  i5i2. 

(10)  Lettera  di  Leonbruno  diretta  a  Stazio  Gadio. 

Magnìfico  Messer  Stazio  mio  honorando. 

El  sign.  Co.  Nicola  Maffei  mi  ha  detto,  venendo  a  Milano, 
che  la  Excellencia  del  sign.  Ducha  volea  che  retrasse  Casale 
atorno,  atorno,  dove  vostra  magnificiencia  dirà  a  sua  signoria 
che  senza  ninno  mi  l'abia  comisso  che  lo  fatto  et  etiam  re- 
tratto tutto  el  Castello  et  anchor  ho  retratto  el  castello  de 
Cremona  et  quello  di  Milano.  Et  perchè  nel  modello  che  ho 
fatto  de  quello  borgo  de  Porto  ;  li  volea  fare  a  quello  che 
aveva  fatto  principiare  de  muro  :  da  questi  secreti  quali  io 
ne  ho  ritrovato  in  parte  in  questi  dui  castelli  cioè  da  Cre- 
mona e  Milano:  Veramente  mi  doglio  non  lo  aver  potuto  far 
fornire  per  che  so  che  non  saria  stato  secreto  ni  uno  in  for- 
tezza de  Italia  che  in  quella  fabbrica  da  Porto  non  se  ne  ge 
fusse  ritrovato  alcuno,  che  in  anzi  che  abia  visto  tutti  castelli 
io  aveva  disignato  de'  farli  ;  ma  palienlia.  So  certo  che  que- 


AMOt AZIONI  E  DOCUMENTI  l63 

sto  venirà  tutto  a  danno  della  Excellentia  del  Sig/  Ducha  et 
a  vergogna  de  li  superiori  de  tal  fabrica.  Si  che  vostra  ma- 
gnificentia  si  degnerà  d«  farlo  intendere  alla  excellencia  del 
Sign.  Ducha  che  quello  che  o  fatto  senza  mi  sia  stato  comisso. 

Io  credo  che  sera  consolato  con  bona  provisione  come  el 
Sign.  Ducila  de  Milano  da  poi  che  la  mia  fortuna  non  vola 
che  possa  aver  bene  in  la  patria  mìa;  in  la  quale  più  volon- 
tieri  starla  corno  uno  scudo  al  mese  che  con  quattro  fora  de 
la  patria  non  altro  in  sua  grazia  mi  ricomando.  In  Milano  adì 
XXVII  Ottobre  i53i  —  Servit.  di  V.  S.  —  Lorenzo  Leonbruno. 

(fuori)  Al  Magnifico  Messer  Statio  Gadio  Secretano  dello 
III,  Sig.  Ducha  di  Mantua  in  Gasalo, 

(11)  .  Illustriss.mo  sig.  mio.  Haveva  ordinato  al  Ghisolfo  chel 
facesse  coprire  el  corredore  che  noce  alla  Camera  dipinta,  ma 
non  si  trova  che  abbi  la  chiave  de  l'armaria,  ne  mi  è  parso 
farla  aprire  per  tante  cose  che  gli  sono  perchè  bisognaria  stare 
aperta  tutto  il  giorno  ,  dovendoseli  intrare  per  lavorare  al 
Corredore.  La  Ex.*  V.  me  coramandarà  quello  che  la  uole  se 
facci  perche  existimo  che  gli  serra  tempo. 

Li  figliuoli  de  q.  mes  Andrea  Mantinea  torano  la  impresa 
de  reconzare  la  Camera^  et  non  desviarò  M.ro  Francesco  dal 
Cenacolo. 

Son  stata  a  vedere  li  alloggiamenti  noTÌ  de'  S.to  Sebastiano 
che  sono  molto  belli ,  et  quelle  picture  compareno  mirabil- 
mente. Federico  con  li  altri  figlioli  è  sano  et  io  similmente: 
et  in  bona  grazia  de  V.  ex  me  raccomando  Mantue  xxiiij 
Septe  i5o6.  ex  e  V. 

Consors.  Isabeìlla  ac  B.M. 

(12)  i5o6  1  Ottobre 

Illustriss.mo  et  Ex.^  princeps  et  D.  D.ne  mj  observanz.  E. 
Benché  mio  fratello  scrivj  abbastanza  circha  alle  cose  fu  di 
nostro  patre,  niente  dimeno  per  far  el  debito  mio,  et  per  con- 
firmatione  de  la  sua,  dico  che  ciò  che  mio  fratello  ha  scripto 
a  vostra  Ex,^  è  la  verità,  per  la  qual  cosa  supplico  V.  Illu.  S. 
le  voglia  aver  per  raccomandati  come  nati  servitori  di  V,  Ex.* 


l64  ANNOTAZIONI  E  DOCUMENTf 

con  quel  podio  de  ingegno  che  Dio  me  a  dato  fina  alla  morte 
fidelmente  servire. 

Ho  avuto  il  modo  di  poter  raconciare  et  emendare  la  Ca- 
mera del  Caglello  dipinta;  questa  septimana  presente  deo  dante 
darò  principio  et  quel  megli  si  poterà  et  saperò  V.  Ex.^  alla 
tornata  sua  vederà  emendato  ,  la  tela  la  qual  ,  come  per  un 
altra  mia  avisai  V.  S.  è  quasi  meggio  finita  di  dipingere.  Ma 
bisognandomi  far  altro  resterà  per  parecchie  pause  adietro  , 
del  che  molto  me  rinchrescie.  Imperocché  son  certo  che  saria 
stato  el  primo  che  la  vesse  finita  la  sua.  Raccordo  a  V.  Ex.^ 
che  sei  anni  sono  passati  che  non  toccai  pennello  per  uno 
sdegno  conceputo  dal  Centurino  come  V.  Ex.^  sa  de  più  bra- 
cia  di  damasco  che  non  mi  volse  mai  dare.  Non  estimando 
comandamento  factogli  per  parte  di  V.  S.  della  bona  memoria 
di  V.  Meser  Milanese.  In  su  ma  quando  sarà  finita  ditta  tela 
V.  Ex/  indicherà  non  essere  infima  ale  altre  et  cusi  per  lo 
advenire  spero  reuscir  di  ben  in  meglio.  Non  altro  autae  me 
raccomand. 

Mantue  secunda  Octobris  MDVI 

Servitor  Franc.^  Mantinius. 

(i3)  lU.mo  Ex.mo  Sig.re 
La  S.  V.  mi  perdoni  se  più  presto  non  ho  scrlpto  et  facto 
intendere  a  quella  la  morte  de  mio  patre,  che  fu  domenica 
passata  a  bore  diecinove;  et  prima  che  giongesse  a  lo  estremo 
dimando  con  una  proptexia  mirabile  de  la  E.  V.  et  dolsesi 
assai  de  la  absentia  di  quella^  e  non  credendosi  morire,  com- 
mise a  noi  dui  fratelli  che  volessimo  raccomandar  a  V.  S., 
e  raccordarli  una  nostra  importante  cosa  la  quale  el  R.rao 
Monsignor  Cardinale  per  gratia  de  S.  R.  S.  raccorderà  ,  e 
raccomanderà  a  V.  E.  per  esser  cosa  pertinente  al  Ospitale. 
Noi  se  rendemo  certi  che  la  S.  V.,  come  sempre  remune- 
ratrice  de' veri  servitori,  che  quella  non  se  dementegherà  la 
servitù  de'  5o  anni  de  un  tanto  homo  ,  et  a  noi  dolenti  et 
privi  d*  ogni  onore  e  bene  ce  prosterà  favore  e  subsidio  in 
le  cose  giuste  et  de  bona  equità.  Io  ho  quasi  dipinta  megia 
l'opra  della  tela  de  V.  E.  et  cum  primum  sian  finiti  gli  of- 
ficii  mi  disponerò  a  perficere  l'opra,  benché  el  me  sia  man- 


ANNOTAZIONI  E  DOCUMENTI  l6S 

cato  el  maestro.  Quella  pregando  ce  voglia  bavere  nui  dui 
fratelli  per  recomandati. 

Mantuae  i5  Septembris  MDVI 

Servitor  Franc.^  Mantinius. 

(i4)  Ill.roo  sig.  mio.  Dopoi  la  debita  ricomandatione. 
Avviso  Id  Ex.^  V.,  come  io  con  ogni  diligentia  ,  et  sudore 
vado  drieto  servendo  la  S.  del  N.  Signore,  credendo  etiam 
servire  la  Ex.^  V.  che  quando  quello  non  fusse  saria  altri 
pensieri,  e  volentieri  e  più  presto  staria  a  casa  ,  che  fuor  di 
casa.  Non  dimancho  se  io  sono  pur  sufficiente  e  fazo  cosa 
grata  alla  Ex.^  V.  quella  se  degni  farmelo  intendere  aciochè 
io  stia  contento  delT  animo.  E  se  succedesse  che  io  non  fusse 
tratato  come  un  più  puro  servitore  di  V-  Ex/,  perchè  a  Man- 
tova se  dice  ed  ancho  si  fa  chel  si  guarda  el  cane  per  lo 
signore,  io  ne  darò  avviso  alla  Ex.^  V.  et  farò  quella  piacerà. 
Al  presente  non  dirò  altro  se  non  che  le  una  grande  dife- 
rentia  dali  modi  di  qua  a  quelli  di  là,  io  pregola  S.  V.  se 
degni  scrivermi  per  contento  mio  qualche  cosetta.  Io  sono 
pur  stato  si  può  dire  alievo  dela  I.  Casa  da  Gonzaga  ,  ed  e 
mi  sempre  inzegnato  di  farli  onore  e  son  qui  per  questo. 
Raccomando  all'  E.  V.  li  trionfi  miei,  chel  se  faci  fare  qualche 
riparo  alle  finestre  che  non  si  guastino  perchè  in  verità  non 
me  ne  vergogno  di  averli  fatti,  ed  anche  ho  speranza  di  farne 
degli  altri  piacendo  a  Dio  et  alla  S.  V.  alla  quale  me  rac- 
comando infinitissime  volte,  pregandola  continuo  e  suplican- 
dola  li  sia  raccomandata  la  mia  brigata  da  Mantua.  Ancora 
io  prego  la  E.  V.  si  voglia  contentare,  che  Lodovico  servi- 
tore di  V.  S.  e  mio  figliolo  possa  avere  beneficio  a  Mantova, 
o  suso  el  mantovano  per  duecento  Ducati,  acciò,  che  io  non 
sia  da  mancho  che  li  altri  servitori  de  la  casa.  Al  nostro 
signore  non  li  domandaria  un  dinaro  ,  più  presto  me  empe- 
gneria  ciò  che  io  ho,  ma  se  sua  S.tù  provvedesse  di  qualche 
beneficio  lo  acetaria,  ma  mi  pare  chel  sia  stato  dificile  ad 
averli  che  le  un  gran  fato ,  sichè  iterum  suplico  la  pref. 
E.  V.  se  degni  de  farce  questo  bene  come  servitori.  Avisan- 
dola  che  io  non  ho  dal  Mo.  signore  altro  che  le  spese  cosi 
da  tinello  in  modo  che  staria  meglio  in  casa  mia.  La  Ex.^ 


l66  ANNOTAZIONI  E  DOCUMENTI 

sa  bene  che  chi  teme  vergogna  non  può  star  benq  a  questi 
di.  I  mah  prosontuosi  e  bestiali  trionfano  piìi  presto  quoniam 
virtuti  semper  adversatur  ignorantia.  Uerum  me  racomando 
sempre  alla  Ex.  V. 

Romae  die  ultima  Januarii  1489. 

Sermlus  Andreas  Mantinea 

(foris)   ///.mo  et  Ex.  D,  D. 

Francisco  de  Gonzaga 
Marchioni  Mantuac 
ac  benefactori  meo  amico. 

(i5)  Andreae  Mantineae 

Carme  nr.  Abbiamo  ricevuta  l'ultima  vostra  dell' ultimo  del 
passato,  alla  quale  respondemo  che  nui  siamo  contenti  faciate 
cosa  grata  ala  Sta  del  nostro  signore  e  che  serviate  a  quella 
nondimeno  avressimo  piacere  che  quelle  cose  a  vui  imposte 
se  spedissero  presto  recordandovi  che  de  qua  anche  avete 
dele  opre  nostre  da  finire  et  maxime  li  triomphi,  i  quali  come 
vui  diceti,  è  cosa  degna  et  nui  volentieri  li  vederessimo  finiti. 
Se  posto  bono  ordine  ad  conservarli  che  quantunque  sia  opera 
de  le  mane  et  inzegno  vostra  ma  nondimeno  ne  gloriamo 
aver  in  casa,  il  che  anche  sarà  memoria  de  la  fede  et  virtù 
vostra.  Se  alla  Sta  de  nostro  signore,  come  richiedono  li 
meriti  vostri,  piacerà  beneficare  Lodovico  vostro  figliolo  in  lo 
nostro  dominio  per  la  valuta  de  300  ducati ,  ne  rimaremo 
molto  contenti  si  per  la  servitù  et  observaia  nostra  verso  la 
fede  Apostolica  et  S.a  Beat,  j  si  per  satisfactione  nostra  per- 
suadendone che  essendo  vostro  figliolo  imitatore  dei  costumi 
paterni  ch'ogni  bona  arbore  produce  boni  fructi  ,  sarà  in  lui 
ben  collocato  ogni  beneficio  ecclesiastico.  De  quello  haveti  ad 
operar  non  dubitamo  corrisponderanno  gli  effecti  alla  fama 
vostra  et  espectatione  nostra  ;  che  sapiamo  quanto  ne  potiamo 
reprometter  de  la  vita  et  virtù  vostra.  Procurate  de  star  sano 
che  nui  dove  potremo  non  mancheremo  al  utile  e  comodi 
di  vui. 

Mantuae  2  3  Febrii  14^9. 


A^VNOTAZIONI  E  DOCUMENTI  1 6y 

(16)  Il.'wo  et  ex. ine  princeps  et  d.ne  D.  mi  semper  hono- 
rande  ec.  Messer  Antonio  Maria  mi  ha  facto  intender  da 
parte  di  V.  Ex.a  come  quella  non  vole  scompiacer  alla  Ill.a 
Madonna  vostra  consorte  del  officio  di  Sancto  Benedetto  per 
compiacerne  a  me  onde  io  gli  rispondo  che  quel  che  piace 
a  lui  aco  a  me  piace ,  ma  io  lo  tenevo  certo  mio  et  simile 
mio  pter  rispecto  del  recrearsi  qualch  fiata  in  quel  loco  :  tutto 
il  mondo  signore  credeva  eh  la  S.  V.  havendolo  tante  fiate 
ditto  havermilo  dato  non  che  promesso  eh  mio  fossi,  ma  fiat 
voluntas  d."»:  Ma  sino  che  V,  S.  dice  che  io  ne  domandi  un 
altro  che  quella  me  ne  compiacerà.  Io  non  so  che  doman- 
dare che  non  sii  rispediva  mente  da  chiederlo  ,  ne  meno  in 
specialità  domando  alcuno  di  quésti  sotto  scripti  officii:  salvo 
se  ala  S.  V.  non  piacessi  motu  proprio  de  questi  tanti  com- 
piacerraine  de  uno  et  lui  dira  io  voglio  che  questo  sii  del 
Mantegna   et   tandem  tignarsi   di   expedirmi  a  ciò   che  la 

'  cosa  havessiua  deliberato  fine,  la  S.  V.  sa  eh  tiene  il  vica- 
riato di  Goito  :  quello  sa  che  tiene  la  volta  :  Saravalle  : 
Quistello  :  Pcezolo  •  Sermide  ;  Curtatone,  ma  per  me  supplico 
alla  prelibata  S.  V.  non  molesti  ,  ne  provochi  alcuno.  Ma 
deliberando  quella  donarmene  uno  in  vita  havendo  loco  la 
permutatione  de  la  casa  di  V.  S.  con  quello  di  mio  pre: 
quella  ne  dicerni  uno  degli  prenominati  et  melo  doni  il  che 
riputerollo  di  gratia  singulare  ala  quale  mi  racomando  con- 
tinuamente Mantae  xiij  octobris  MDIC. 

E.  V.  Ex.e 

LoDOvicus  Mantegna. 
Servito  r. 

(foris)    ///.mo  et  ejccellent.nio  D.  D. 
Francisco  Gonzagae 
JMaiilue  Marchìoni 

D,  ac  bufaci,  mo  unico. 

(17)  IH. ino  et  ex.mo  signore  mio  Dopoi  le  debite  racoman- 
dationi.  Mi  è  slato  imposto  et  comandato  da  parte  et  nome 
di  V.  S.  eh'  io  proceda  anci  facia  executione  contro  alcuni 
cittadini  che  non  hanno  voluto  obedire  alcune  vostre  et  co- 
missioni  di  quella  per  il  passato  a  me  mandate  gU  quali  ha- 
bitano  sul  territorio  di  Capriana^  et  che  non  gli  vagliono  li 


l68  ANNOTAZIONI  «  DOCUMENTI 

loro  decreti  di  civiltà  essendo  cossi  intentione  di  V.  S.  il 
perchè  facio  intendere  a  quella  che  non  lettere  ne  altra  co- 
missione  che  questa  ultima  ho  avuta  significandoli  che  in  Ca- 
piìana  non  se  gli  aritrovono  se  non  questi  :  Il  spectabile 
Messer  Lodovico  da  Ceresara  il  quale  ha  tre  decreti  in  for- 
ma ec.  Un  Francesco  Mucerello  com  un  decreto  et  una  let- 
tera di  prefata  V.  S.  Antonio  figliolo  che  fo  di  Maestro  Luca 
ingegniero  et  architecto  de  la  buona  memoria  de  Io  ilio  S. 
pater  di  quella  come  il  suo  decreto  ,  ma  facio  intendere  ad 
V.  S.  che  costoro  sono  tutti  sicuri  et  boni  servitori  di  quella 
La  quale  la  prego  si  degni  iterum  comandarmi  quello  ba- 
vero ad  fare.  Scranno  portati  et  producti  gli  loro  decreti. 
Deinde  ogniuno  di  rimetterà  al  parer  et  al  Comandamento  di 
quella  ala  quale  di  continuo  mi  racomando,  Io  sono  intorno 
ala  comedia  iubilando  che  le  S.  V.  habi  avute  conditioni 
come  si  dice  et  come  vide  gli  segni  il  torresdo  hier  sera  es- 
sendo suso  la  torre,  che  vide  il  foco  grande;  et  io  gli  feci 
fare  lumiera  cossi  piovendo ,  quelli  de  la  rocha  ancora  scar- 
ricarono  parecchie  boche  di  arlilieria.  Iterum  mi  racomando 

ad  prelibatae  V.  S. 

Caprianae  xvi  Jann  MDIJ. 

E.  V.  Ex.a 

L.  Ma  NT  IN  Caprian  Comm, 
et  servitor, 

(foris)  ///.mo  et  e«r."io  principi  D,  Z>. 
Francisco  de  Gonzaga 
Mantiiae  Marchioni  Dno 
ac  benefactori  mo  unico: 

Mantuae. 

(i8)  El.  M.  D.Tesaurario  G.nal  D.'o  Ill.mo  S.  Duca  nostro  fac- 
cia pagamento  a  Ptinaldo  pletore  per  aver  depinto  un  cama- 
leone sul  The  de  commissione  dello  illustrissimo  signor  no- 
stro et  ancora  dello  spectabile  D.  Tulio  Romano  Superior 
Generale  delle  Fabriche ,  di  commissione  della  Eccellenzia 
del  predetto  Sig.  Duca  de"  darli  scudi  otto  d'  oro  in  oro  di 
sua  mercede  al  mese,  comenzando  a  di  primo  de' marzo  i532, 
per  sino  a  di  ultimo  dp' lujo  1534,  ecceptuando  tutto  el 
mese  de  novembre  i532:  fu  per  far  apparato  della  Comedia 
de  castello  per  lo  Imperatore.  El  ditto  camarone  si  è  largo 


Ai^NOTA/lOÌVl  E  DOCUMEJJTI  169 

brazza  ventiuno  per  facciala  e  alto  la  sua  proporzione  ;  e 
questo  camarone  è  presso  al  gioco  della  palla.  E  le  finestre 
del  ditto  camarone  guardano  sopra  la  peschiera  ,  et  li  è  di- 
pinto la  fabula  de'  Giganti  quando  volevano  combattere  cum 
li  dei ,  et  Jove  li  fulminò 

Primo  per  aver  depinto  detta  cuba  del  camarone  un 
tempio  de' Jove,  qual  tempio  è  in  prospettiva,  et  è  fatto  con 
una  cuba  tonda  cum  diece  colonne  ,  che  sostiene  questa 
cuba  ,  et  è  laurata  a  partimenti  cum  cornice  intagliate  et  al- 
tri vari  ornamenti;,  e  sotto  a  questo  tempio  li  è  la  sedia  de 
Jove  cum  l'aquila  in  cima;  et  ditto  tempio  posa  sopra  le  nuvole. 

A  venire  più  a  basso  del  predetto  tempio  pure  al  cir- 
cuito di  questa  camara  e  li  è  Jove  sopra  una  nuvola,  qual 
fulmina  li  Giganti  ;  et  li  appresso  a  Jove  li  è  Junone  la  qual 
li  porge  i  fulmini  cioè  el  fodro  per  fulminar  ditti  Giganti  ; 
et  Jove  è  accompagnato  cum  gran  quantità  dei  Dei ,  cioè 
omini  e  donne  e  puttini  e  d'  ogni  sorte  ,  et  a  quali  sono  per 
numero  de  figure  da  circa  sessanta  piìi  grande  del  naturale, 
e  questi  Dei  stanno  spaventosi  per  el  fulminar  de  Jove,  che 
fa  a  quelli  Giganti;  e  fra  queste  figure  li  sono  quattro  ca- 
valli sfrenati ,  quali  sono  quelli  del  Sole  et  altri  quattro  ca- 
valli che  tirano  Diana  sopra  un  carro,  quali  stanno  spaven- 
tosi per  li  fulmini  de  Jove  che  fa  a  quelli  Giganti  ;  et  tutte 
queste  figure  et  cavalli  posano  sopra  le  nuvole 
!i  Finita  tutta  la  volta  del  camarone. 

In  una  facciata  di  questo  camarone  quella  che  è  sopra  el 
camino,  li  è  dipinto  un  gran  gigante,  qual  ha  tre  monti 
adosso  et  getta  fuoco  per  la  bocca  e  uscisse  fora  per 
quelli  sassi  che  ha  adosso  et  li  arde.  Pur  in  questa  fazata  li 
è  due  giganti,  i  quali  stanno  spaventosi  per  paura  di  Jove 
che  fulmina.  Poi  li  è  Plutone  sopra  un  carro  tirato  da  quat- 
tro cavalli  che  vien  correndo  sopra  quelli  monti ,  che  pare 
che  voglia  rapire  le  anime  di  quelli  Giganti  eum  due  furie 
infernale  che  sta  a  veder  cadere  li  monti  adosso  a  quelli 
Giganti  et  fracassarli. 

Seguita  r  altra  faccia  che  è  a  muro  cum  el  gioco  della 
balla,  qual  è  dipinto  da  venti  figure,  cioè  Giganti  grandis- 
simi, cum  una  gran  montagna,  la  qual  loro  avea  fabbricata 

i3 


IJO  ANNOTAZIONI  E  DOCUMENTI 

per  voler  combattere  cum  li  Dei  et  Jove  li  fa  cader  adosso 
quello  sassi  et  li  fracassa.  Pur  in  questa  facciata  li  è  dipinto 
un  paese  cum  una  saeta  che  vien  dal  cielo  et  dà  a  certi  Gi- 
ganti che  è  in  quello  paese  et  li  amaza. 

Resta  due  facciate  del  ditto  camarone  da  depingere  finite 
che  li  sia  da  depingere  se  porgerà  el  mandato  de  queste  due 
che  li  resta 

Seguila  per  aver  retralto  un  cavallo  del  naturale  colorito 
a  olio  de'  commissione  della  excellentia  del  signor  Duca  ,  et 
per  aver  lavorato  nel  sopradelto  camarone  per  far  nuvole  e 
dui  venti  che  sopia  per  tirar  via  li  ponti  quando  lo  impera- 
tore venne  a  Mantova ,  per  ornare  el  dito  camarone,  el  qual 
non  era  finito  da  depingere ,  e  el  ditto  lavoriero  è  sta  gua- 
sto et  fatto  piti  bello  et  ancora  ha  lavorato  in  alcuni  altri 
lochi  stiaordinarii  de  commissione  de  M.  Julio  Romano  su- 
perior  General  delle  fabbriche. 

Monta  a  scuti  otto  al  mese,  quali  mesi  sono  n.  ventiotto, 
montano  scuti  224.  00  che  fanno  lire  11076. 

Franciscus  Notarius  fabricarum  vigori  buleti  Baptista  de 
Covo  suprastans  signati  manu  Sp.  Dm.  Julio  Romanum  Prae- 
fectus  Gener,  fabric.  4  agosto  i534 
Fiat  mand.wni 

(  segue  r  ordine  di  pagamento  ) 


{vcj)  17  Agosto  i546. 

El  Magnif.  Tesaurario  dello  IH.  ecc.  faccia  pagamento 
a  maestro  Antonio  de  Conti  stuccatore  per  aver  fatto  secondo 
il  disegno  e  per  commissione  del  sp.  Julio  Romano  sup. 
gener.  delle  fabbriche  un'ornamento  di  fogliami  stampati  di 
stucco  sopra  un  camino  in  Castello  nella  stanza  del  castel- 
lano >f, 

F  INE 


INDICE 


DEI 

PITTORI  SCULTORI  ARCHITETTI  ED  INCISORI 
MANTOVANI 


Vita  di  pasquale  coddè  . 

......  Pag. 

V 

I. 

Adamo  mantovano.  Scultore  . 

3 

4 

3. 

Alfonso  da  Mantova.  Scultore 

ivi 

4. 

Anastasio  mantovano.  Pittore  , 

ivi 

5. 

Andre  ANI  Andrea.  Incisore 

5 

6. 

Andreasi  IPPOLITO.  Pittore     *  . 

6 

7- 

8 

8. 

Arcari  GIROLAMO.  Architetto 

ivi 

9- 

AzzALiNi  ANTONIO  MARIA.  Architetto^  Ingegnere  .    .  w 

9 

io. 

I  o 

1 1. 

ivi 

12. 

Barca  Giovanni  battista.  Pittore 

ivi 

i3. 

1 1 

i4. 

12 

i5. 

Bertani  GIAMBATTISTA.  Architetto^  pittore  e  statuario. 

17 

i6. 

Bertazzoli  ANGELO.  Architetto  ed 

ingegnere  idraulico. 

22 

Bertazzoli  GIAMBATTISTA.  Arcliitctto  IclrauUco  .    .  *> 

ivi 

i8. 

Bertazzoli  Gabriele.  Architetto 

e  Sfacchini  sta      .  ^> 

ivi 

U^DiCE 

19.  BjsRTAzzoLl  AGOSTINO.  Architetto  Idraulico  .    .    pag.  ^5 

20.  Bertazzoli  gianangelo.  Architetto  Idraulico     ,    ,  ^>  ivi 

21.  BoRGANi  FRANCESCO.  Pittore  cd  Architetto     .    •    .  »^  ivi 

22.  BoLOGiMNO  (ANTONIO  del).  Pittore   ^9 

23.  BrIZZIANO  GIAMBATTISTA  dcttO  GIAMBATTISTA  MANTOVANO. 

Incisore  j  Pittore ^  Scultore   «  ivi 

24.  Brizziano  DIANA.  IiitagUatrice   «  3t 

25.  BozzARDi  ANTONIO.  Ifitarsiatorc  ,   ^3  33 

26.  Buono  (Bernardino  del)   y>  \\\ 

27.  Borghesi  Giovanni.  Pittore   «  ivi 

28.  Cadigli  Giovanni.  Pittore  ed  Architetto   ....  34 

29.  Camillo  mantovano.  Pittore   >3  38 

30.  Campi  felice.  Pittore   ^9 

3r,  Campovecchio  Giovanni*  Pittore  paesista  ....  ^>  4^^ 

32.  Caravazzi  fermo.  Pittore   ^3  ivi 

33.  Castiglioni  FRANCESCO.  Pittorc   3>  ivi 

34.  Cavalli  Alberto.  Pittore  

35.  Ceni  (francesco  de').  Pittore   .  3>  4^ 

36.  Ceva  FILIPPO.  Incisore   ^3  ivi 

37.  COURADI    O     de'     COURADIS    BARTOLOMEO  ,     GIROLAMO  E 

FRANCESCO.  Pittori   «  ivi 

38.  Conti  Sebastiano.  Pittore   33  48 

3g.  Conti  Domenico.  Pittore   3>  ivi 

4o.  Coo  GIAMBATTISTA.  Architetto   5o 

4r.  Corsini  quintilio.  Architetto   »  ^1 

42.  Costa  gibolamo.  Pittore   3>  53 

43.  Costa  Lorenzo.  Pittore   ivi 

44*  Costa  Ippolito.  Pittore   55 

45.  Costa  luigi.  Pittore,   !" 

46.  Costa  fermo.  Pittore  ,  «  ivi 

47.  Crivelli  t  addeò   ^>  58 

48.  Croteo.  Pittore  ,   33  ivi 

49.  Cavalli  Andrea.  Fonditore   «  ivi 

50.  Dall'acqua  Bartolomeo.  Pittore   ^9 

51.  Di  bagno  federico.  Pittore   «  ivi 

52.  Dolce  Girolamo.  Scultore   »  60 

53.  Donnino.  Pittore   «  ivi 

54.  Donzelli  marc'  Antonio.  Pittore   «  ivi 


INDICE  173 

55.  Dosso.  Pittore  ;    .    .    .    .    pag.  60 

56.  Fabbri  Pietro   «  61 

57.  Facchetti  PIETRO.  Pittore  ritrattista    ,,*,,>»  ivi 

58.  Febus  (de).  Pittore   >»  62 

59.  Ferri  Simone.  Pittore   5?  ivi 

60.  Fra  giacinto  da  gazolo.  Intagliatore  in  legno     .  «  63 

61.  Francesco  mantovano.  Pittore  ..♦....>»  ivi 

62.  Gatti  Giacomo.  Pittore   »  ivi 

63.  Gin  Gì  TEODORO.  Pittore   «  64 

64.  Ghisi  GIORGIO.  Intagliatore   «  66 

65.  Ghisoni  o  Guisoni  fermo.  Pittore  .......  67 

66.  Giaccarolo  GIAMBATTISTA.  Pittore   ^^69 

67.  GiAMBELLi  o  Janibelli  FEDERICO.  Architetto  ed  Inge- 

gnere  »  ivi 

68.  GiANGiAcoMo  DA  MANTOVA.  Pittore   ^5  70 

69.  Giovanni  mantovano.  Pittore  ivi 

70.  Grassi  Giulio  cesare.  Pittore   w  71 

71.  Grotti  (Girolamo  de').  Pittore  ,   »  ivi 

72.  Gutojve  GIULIO.  Pittore   5*  72 

73.  Jacopo.  Miniatore   »  ivi 

74.  Leonbruno  Lorenzo.  Pittore   «  ivi 

75.  Liombeni  GIOVANNI  LUCA.  Pittore   9^ 

76.  Maineri  GIOVANNI  FRANCESCO.  Miniatore    ♦    ...»  ivi 

77.  Malpizzi  SERAFINO.  Pittore   ^^94 

78.  Manfredi  Bartolomeo.  Pittore   w  ivi 

79.  Mantegna  (carlo  del)  mantovano.  Pittore   ...  «  95 

80.  Mantegna  bernardino.  Pittore   w  96 

8t.  Mantegna  Francesco.  Pittore   ^^97 

82.  Mantegna  Lodovico.  Pittore   loi 

83.  Mantici  gian  Giacomo.  Pittore   no 

84.  Melloni  Antonio.  Pittore   ivi 

85.  Medici  Costantino.  Pittore   «  in 

86.  Mola  Antonio  e  paolo.  Scultori   ^5  ivi 

87.  Moscatelli  alfonso.  Architetto  ed  Ingegnere   .    .  ii4 

88.  Moscatelli  doricjlio  detto  battaglia.  Architetto  ed 

Ingegnere   «ii5 

8g.  MuMARELLi  MASSIMILIANO.  Pittore  1 16 

90.  Nani  Alessandro.  Scultore   »  ivi 


174  INDICE 

91.  NosoNE  GIROLAMO.  Pittore    .......    pag.  117 

92.  NicoLiNi  LUIGI.  Pittore   w  ivi 

93.  Nuvoloni  carlo  Francesco  e  Giuseppe.  Pittori  .  ^>  ivi 
g4.  Nuvoloni  panfilo.  Pittore   lo.o 

95.  Orioli  Giuseppe.  Pittore   i23 

96.  Pedemonti  cesare.  Pittore    ^>  124 

97.  Perla  Fabrizio.  Pittore   ^>  ivi 

98.  Pesenti  Pittori  detti  i  sabbioneta   125 

99.  PìRLNO  (GIACOMO  de).  Pittore  129 

100.  PiTENTiNO  ALBERTO.  Architetto^  Idraulico    .    .    .  *#  ivi 

101.  Raineri  Francesco  maria  detto  lo  schivenoglia.  Pit- 

tore  w  i3i 

102.  Ricci  (Apollonio  de).  Architetto   .......  182 

103.  RiccHESANio  RECHESAN1  CARLO.  Pittore  ivi 

104.  Rinaldo  mantovano.  Pittore   «  i33 

105.  RuBONi  GIULIO.  Pittore  *    .    .  i36 

106.  Russi  (giovanni  de').  Miniatore   ivi 

107.  SACCHI  (bartolameo  de').  Pittore   «  187 

108.  Sacchi  (roberto  de').  Pittore   «  ivi 

109.  ScUTELLARl  ANDREA.  Pittore  é      •      .      «  ÌvÌ 

no.  ScUTELLARI  FRANCESCO.   PittOVe  «    1 38 

III.  Spagnoli  battista.  Pittore  «  ivi 

112*  Sperandio  mantovano.  Cesellatore  e  coniatore  di  me- 
daglie  w  i4t 

11 3.  Speroni  Stefano.  Pittore,    .  «  14^ 

114.  Strada  jacobo.  Disegnatore   di  medaglie  e  ritrat- 

tista 5>  ivi 

115.  Tradate  (giacobino  de).  Scultore.    .....>*  i43 

116.  TivANi  GIUSEPPE.  Intagliatore  in  legno  e  Scultore,  :y  i44 

117.  Troncavini  gassare.  Intagliatore  in  legno  e  Scultore, ivi 

1 18.  T  ART  AGNINI  FRANCESCO.  Pittore                               9>  1^5 

119.  Valenti  Andrea.  Pittore      ..    i    .....    ^>  ivi 

120.  Venusti  Marcello.  Pittore  ...»  i46 

121.  Zanatti  romoaldo.  Disegnatore  di  FigUra  e  d'' Or- 

nato '^9 

Annotazioni  e  Documenti  i 53